

Il testo che segue è tratto da “A marriage of true minds: Nicola Chiaromonte e Melanie von Nagel”,introduzione di Cesare Panizza a Fra me e te la verità, volume che raccoglie 103 lettere di Nicola Chiaromonte a Melanie von Nagel, scelte a suo tempo dalla stessa Melanie insieme a Miriam Chiaromonte. Il volume, che si conclude con un saggio di Wojciech Karpinski, è edito da Una città
Nicola Chiaromonte e Melanie von Nagel intrecciarono le loro vite nel 1957, poco prima che quest’ultima, con il nome di Sister Jerome, si ritirasse nel convento di Regina Laudis, presso Bethlehem, piccola località della contea di Litchfield, in un angolo del Connecticut nord-occidentale. Il loro primo incontro avvenne a Roma, dove Melanie era in visita alla sorella minore, Ludovica, per un ultimo soggiorno in Italia prima del suo ingresso come novizia nell’ordine benedettino. Fu proprio Ludovica -segretaria editoriale fra il 1946 e il 1948 all’Einaudi di Roma e di Milano, dove ebbe modo di stringere amicizia con vari einaudiani- a fornirne l’occasione.
La più giovane delle tre sorelle von Nagel -oltre a Ludovica, nata nel 1918, Melanie aveva un’altra sorella, Alexandra, nata nel 1913- era infatti una buona amica di Nicola Chiaromonte e di sua moglie Miriam: ne frequentava regolarmente la casa di via Adda a Roma -viveva peraltro a pochi isolati di distanza- e aveva con loro in comune varie conoscenze e amicizie. Così come regolari erano gli scambi epistolari fra loro, quando la lontananza veniva a interrompere quella consuetudine: ne fanno fede le lettere di Chiaromonte conservate da Ludovica von Nagel dove questi mostrava di seguirne premurosamente l’attività di traduttrice, aiutandola per quanto poteva con consigli e indicazioni. […]
Chiaromonte e Melanie von Nagel vissero dunque simultaneamente -ancorché per pochi anni- senza conoscersi, nella stessa città, nella New York dell’immediato dopoguerra, dove erano giunti entrambi, per ragioni e in momenti differenti, con la speranza di ricomporvi un’esistenza lacerata dalle traversie vissute durante la guerra. Era un primo punto di incontro fra percorsi biografici in verità molto diversi, per contesti sociali e precedenti esperienze di vita. Per farsene un’idea, basti pensare alle rispettive origini familiari; al fatto che Melanie von Nagel, per parte di padre, apparteneva all’aristocrazia bavarese, mentre Chiaromonte proveniva da una famiglia certo non di estrazione popolare -il padre, Rocco, era medico chirurgo- ma tutt’altro che di condizione “agiata”, e che per consolidare la propria condizione sociale aveva affrontato l’esperienza della migrazione interna. I Chiaromonte, infatti, originari del potentino, si erano trasferiti dalla campagna lucana alla capitale, dove Nicola aveva trascorso tutta la sua giovinezza, pur rimanendo legatissimo nel ricordo alla terra natale.
Non sarebbe però neppure soddisfacente affermare semplicisticamente che la loro affinità risiedesse nell’essere stati entrambi gravemente offesi negli affetti più cari dalla Storia.
Le sorelle von Nagel furono infatti private ancora nell’infanzia del padre, il generale maggiore Karl Freiherr von Nagel zu Aichberg, comandante del primo reggimento della cavalleria pesante bavarese, ucciso il primo maggio 1919, nei combattimenti che a Monaco posero fine alla breve esperienza della Repubblica dei Consigli. Un dolore a cui, nel caso di Melanie, si aggiunse successivamente quello per la morte naturale -per una cardiopatia- ma precoce, del marito, nel 1949, alla cui travagliata malattia non fu forse estranea la nostalgia per la terra d’origine. Una vicenda, questa, che può ricordare quella ben più drammatica vissuta da Chiaromonte in occasione della morte della prima moglie, la pittrice Annie Pohl. Minata nel fisico dalla tubercolosi, la pittrice e scenografa, di nazionalità austriaca e di origine ebraica, non resistette alla fuga precipitosa verso il sud della Francia cui la coppia fu costretta al momento dell’invasione tedesca del giugno 1940. Un dolore straziante -«non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavarle lui stesso la fossa», scrisse Mary McCarthy- che si andava sommando a quelli procurati dall’esilio. Esperienze dunque traumatiche purtroppo, però certo non così infrequenti per la loro generazione.


312 pagine
per acquistarlo
alcune lettere
Roma, 28 gennaio 1967*
Mushka carissima,
io non finirei mai di scriverti, naturalmente. Ma, a parte questo, mi dispiace di aver dimenticato, ieri, di pregarti di presentare alla Reverenda Mother i miei rispettosi ringraziamenti per il permesso che ti dà di scrivermi più sovente di quanto non permetta la regola. È un permesso di cui mi giovo assai. Anche: certo che tornerò a Regina Laudis – prima che potrò – e spero bene, allora, di poter incontrare la Reverenda Mother.
A parte questo, altre dimenticanze:
1) i dischi di Canto gregoriano di cui ti ho parlato sono della collezione Archive (Deutsche Grammophon Gesellschaft) cantati dai monaci dell’Abbazia di St. Martin, Beuron. Mi sembrano molto belli;
2) i dischi del Moses und Aron di Schönberg sono incisi dalla Columbia nell’esecuzione della Norddeutscher Rundfunk (del resto, credo che sia la sola incisione dell’opera).
Ti ho spedito ieri il libro di Andrea Caffi. Sono sicuro che ci troverai molte idee suggestive – e qualche chiara risposta alle domande che tu ti fai. Vedrai dalla mia prefazione che specie di uomo fosse Andrea Caffi.
È stato il mio solo vero amico e maestro. (Come ci può essere un vero maestro che non sia un amico? Come si può davvero imparare da uno che sta in cattedra e ti guarda dall’alto in basso?). Ed era russo, anzi ultra-russo – benché italiano di genitori (suo nonno, Ippolito Caffi, era un ottimo pittore – anzi, adesso che ci penso, ti manderò una serie di vedute di Roma dipinte da lui, che ho trovato da un tabaccaio in formato cartolina, riproduzioni abbastanza buone).
Stai lieta, carissima Mushka.
Nicola
La lettera sul giardino
di meditazione
Ho finito il giardino. M’era venuta l’idea di farti un giardino quando mi scrivesti della striscia di giardino a via Adda, e mi dispiaceva tanto che dovevate lasciare la casa. Di solito, mi riesce disegnare un giardino soltanto se posso adattarlo a un posto preciso, se conosco il terreno e l’uso. Qui, il problema era diverso: potevo ignorare lati pratici, ma mi ci voleva un disegno. Cercavo un “jardin intérieur” – che però doveva contenere ulivi, semplici rose, arance, limoni. In un libro sulla mandala indo-tibetana, quelle pitture da meditazione, ne vidi una che pareva un giardino, e ne presi l’idea.
Le misure sono in “piedi” ma ho cercato di dare la scala anche in metri. 3 piedi sono all’incirca 1 m. (95 cm). Il giardino non è grande. Sono le proporzioni che contano tra di loro. C’è giusto spazio per passare ovunque, ma l’unità base è all’incirca la mia cella (a St. Francis) – non c’è spazio superfluo, è a misura d’uomo.
Sebastiano Lo Monaco legge “Fra me e te la verità”
Recensioni a “Fra me e te la verità”
Di Matteo Marchesini, dal blog di Claudio Giunta
Di Ugo Perolino, da “Incontri”

Di Michele Pascarella, da “Gagarin Magazine”