relazione di Filippo La Porta al convegno a Roma su Chiaromonte, 29 aprile 2022
A partire dalle Lettere a Muska e dalle pagine diaristiche di Quel che resta la riflessione di Nicvola Chiaromonte – sempre originale, personalissima, spiazzante proprio perché non”specialistica”- sui grandi temi dell’esistenza: pensiero e reale, politica ed etica, potere e coscienza, civiltà e limite, laicità e sacro.
Proprio la guerra in corso nel cuore dell’Europa ci rinvia continuamente a Nicola Chiaromonte, e non solo perché le infiammate discussioni dei nostri talk show esprimono perlopiù credenze che lui avrebbe definito irrazionali, rispondenti a logiche puramente identitarie e a dogmi ideologici (dispiace dirlo, soprattutto le posizioni dei cosiddetti “pacifisti”ad oltranza, – come se davvero qualcuno volesse la guerra! – incapaci di rielaborare seriamente la propria stessa cultura politica e morale, che contempla da sempre il diritto di rispondere a una aggressione armata e di lottare anche con le armi contro “l’invasor” pur sapendo che ciò stravolge per sempre la propria natura). L’interrogativo di fondo è lo stesso che riecheggia in molti dei suoi saggi più belli.
La guerra e la forza arcana
Di cosa parliamo quando parliamo di guerra? Cosa si manifesta attraverso questo evento terribile e fatale? Coincide con l’umano o è qualcosa che eccede l’umano e che è destinato a contraddire qualsiasi fiducia nel progresso, nella ragione, nella evoluzione pacifica della società? Qual è veramente la forza che muove gli eserciti e decide le sorti delle battaglie? A questi interrogativi ultimi provò a rispondere Tolstoj, e, nel cuore del ‘900, due scrittori egualmente russi, Boris Pasternak e Vassilij Grossman. Chiaromonte si occupò però solo del primo (oltre che di Tolstoj) dato che Vita e destino, finito di scrivere nel 1960, venne pubblicato solo nel 1980, in Svizzera. La loro risposta, influenzata da Tolstoj, e da tutta la letteratura russa, consiste nell’idea di un potere arcano, incontrollabile che si esprime nella Storia (la pace non ha propriamente storia), nei movimenti dei popoli, una forza imnpassibile e per niente provvidenziale, espressione di una vita universale (sconfinata e incomprensibile), una necessità inesorabile, indecifrabile che sovrasta l’individuo e che Napoleone – incarnazione moderna del mito della politica – si illudeva di governare (quel Napoleone che solo un barbaro come Tolstoj potè rappresentare, nella sua fase declinante, come un “montone ingrassato per lo scannatorio”). Potremmo anche dire: una dimensione che evoca demoni e dei e che ha a che fare con il sacro. Entrambi gli scrittori poi, sia pure in modi diversi (Pasternak più poetico ed evocativo, Grossman più affabulatorio e dunque tolstojano) denunciano la ragione di stato affermatasi in Unione Sovietica, la verità ufficiale imposta dall’alto come verità assoluta (rispetto a cui l’individuo che nutrisse dei dubbi si sentirebbe in colpa). A questa verità astratta, ideologica entrambi contrappongono il ritmo reale della vita, miscela di caso e necessità. Ma, ripeto, Chiaromonte non potè leggere Vita e destino, che pure ci appare oggi come un romanzo più perfetto del Dottor Zivago. Entrambi potrebbero essere associati ad Arcipelago Gulag di Solgenitsin, scritti negli anni del dopoguerra e tutti censurati in patria.
Bene e bontà
A un certo punto in Vita e destino si tenta una spiegazione del male nella Storia che Chiaromonte avrebbe condiviso pienamente.Un prigioniero del Lager, seguace del tolstojsmo evangelico e poi rinchiuso in manicomio, dice: “Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà”. Stragi e crimini sono quasi sempre realizzati ” a fin di bene”: “ho visto uccidere… in nome della “grande, luminosa idea del bene sociale”. I guai cominciano quando qualcuno ritiene di incarnare il bene e così – immacolato – si ostina a voler riparare il mondo. Sul piano della Storia invece dobbiamo sapere che il bene non si trova mai, come sapeva il Manzoni degli ultimi versi dell’Adelchi (“non si può che fare torto o subirlo”), e anzi, osservava Chiaromonte sul piano della Storia, della vita pubblica non esiste neanche la libertà (che invece sperimentiamo nella vita privata – l’unica per lui pienamente reale – e in tempo di pace), piuttosto in essa è all’opera il destino, la “grave dipendenza”(Tolstoj) di tutti da tutti. Esiste però la bontà – del tutto gratuita – che si manifesta all’improvviso nella vita di chiunque. Tornando al saggio di Chiaromonte su Tolstoj leggiamo che per lo scrittore russo la guerra è non solo un evento “fatale e assurdo”(come pensava De Maistre) ma un terribile disordine che “rivela il fondo oscuro delle cose” e che spinge l’individuo a cercare un principio d’ordine in una regione al di là del subbuglio in cui sin trova, e cioè nella dimensione indicibile del sacro e del divino.
Che fare?
Ma allora, di fronte a questa forza enigmatica, “di cui ignoriamo tutto”, di fronte alla rivelazione del “fondo oscuro delle cose”, che possiamo fare? Arrenderci fatalisticamente alla Necessità (di cui non conosceremo mai le leggi)? Chiaromonte, come Grossman e Pasternak, ritiene di no, pur non illudendosi sulla possibilità del singolo di affermare la propria inutile verità contro le menzogne utili del potere. Anzitutto perché da quella forza misteriosa, da quella “realtà ambigua”(come la definisce Chiaromonte) discende anche l’amore gratuito e la carità individuale (il cuore umano, altrettanto misterioso, è una struttura ben reale di questo universo, diceva Simone Weil). E anche in mezzo alle tempeste della Storia, osserva Chiaromonte, “di colpo una sola, singola e sperduta coscienza d’uomo assume un’importanza incomparabile” (come quella di Pierre Bezuchov in Guerra e pace, il quale riesce a ritrovare un “rapporto immediato e indissolubile con la natura delle cose”, con l’infinito e l’eterno, con la “vita perennemente mutevole, grande, iunaccessibile, sconfinata”, così come Andrej con il cielo stellato). In Grossman leggiamo che quando il destino del mondo “riduce tutto in polvere di Lager” pure non è in grado di “cambiare coloro che rispondono al nome di uomini, e “questa è la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre saranno su ciò che passa e ciò che resta”.
Ciò che rende il mondo sopportabile
Chiaromonte ragionando su alcune immagini della vita in India conclude che le regole – pur sacrosante – che da noi proteggono i diritti individuali e il benessere collettivo “aboliscono la festa e tutto ciò che questo mondo ha di gratuito e essendo gratuito lo rende sopportabile” ( inoltre, essendo regole impersonali” diventa difficile ribellarvisi)1.Nella festa si schiude per noi, qui ed ora, non un tempo vuoto da occupare ma un tempo libero da usare, istante dopo istante. Abbiamo infatti bisogno di una forma che sia pura e gratuita, “che serva unicamente a dare un significato alla vita” . Un bisogno che si soddisfa attraverso una “pura evidenza di immagini, di segni, di forme”. La paleoantropologia tende sempre più a far coincidere l’umano, la comparsa dell’umano – perfino prima di homo sapiens – con una attitudine al gioco, a ciò che non era finalizzato immediatamente alla lotta per l’esistenza (sembra che l’essere umano, nato prematuramente, sia l’unico vivente a restare per sempre un po’ bambino), alla libertà dell’ improvvisazione. E qui il gioco incontra l’arte, la festa incontra la bellezza gratuita, il significato della vita incontra la poesia, l’essere umano incontra una intensità di visione che gareggia con l’assolutezza della visione religiosa, dove c’è l’esistenza ritrovata in sé, senza più doverla giustificare (nemmeno con la cultura), la festa come spazio di tutto ciò che è gratuito e non calcolato, il senso di meraviglia di fronte a una realtà continuamente mutevole e che sempre un po’ ci sfuggirà, la felicità come malinconica contemplazione della bellezza del mondo senza volerlo dominare. Proprio queste considerazioni mi suggeriscono un parallelo, certamente azzardato, che ora tento di argomentare.
Chiaromonte e Pasolini: un parallelo
Molte cose separavano Chiaromonte da Pasolini, che sono stati per me due figure di maestri involontari del secolo scorso. L’anticomunismo convinto di Chiaromonte non poteva piacere a Pasolini, che diffidava dei borghesi liberal del “Mondo” e si professava continuamente “marxista”(pur avendo letto di Marx quasi solo il “Manifesto del partito comunista”), mentre il tono profetico di Pasolini e il suo mito vitalistico del sottoproletariato erano estranei a Chiaromonte. Ed è altamente probabile che diffidavano l’uno dell’altro: di Pasolini segnalo solo un epigramma dedicato a Chiaromonte, in realtà quasi indecifrabile ma da cui traspare ostilità e distanza, mentre di Chiaromonte ricordo l’epiteto che volle dare a Pasolini in occasione di un dibattito pubblico sul teatro, e cioè “trombone teatrale”. Però entrambi, cui mancava – occorre pur dirlo, un tratto questo comune – una dose minima di umorismo (unica eccezione per Chiaromonte le lettere a Mary Mc Carthy, e per Pasolini la comicità della “Ricotta”), amavano la antica Grecia, la tragedia antica. Ed entrambi avrebbero concordato su un punto decisivo. Per Pasolini l’irrealtà coincide con il possesso e il potere, tanto che esiste un certo tipo di rassegnazione perfino più “sovversiva” della rivolta in quanto rifiutando perfino di battersi per sostituirsi a chi gestisce il potere, riduce il potere a ciò che è, una illusione. Per Chiaromonte altresì “non si possiede nulla” (come scrive nel diario), e anzi voler possedere “è davvero correr dietro all’ombra per trascurare quel po’ di realtà che possiamo stringere”. Anche per lui così il possesso, il potere, la brama di successo, generano irrealtà. Ripeto, le differenze di storia, psicologia, formazione intellettuale, etc. sono innumerevoli (basti solo pensare al concetto di limite, di misura caro a Chiaromonte, mentre Pasolini vive quasi spavaldamente nell’eccesso e nella dismisura), e si tratta di differenze perlopiù ovvie, però entrambi condividono questa radicalità di fondo, e probabilmente condividono l’unica utopia davvero accettabile, quella del tutto impolitica dell’amore gratuito e della devozione disinteressata per qualcosa: Chiaromonte, affascinato dagli intarsi persiani e dagli avori bizantini pensa alla quantità infinita di “lavoro minuzioso e devoto in essi incorporato”, senza il quale non potrebbero essere riusciti così “magicamente affascinanti (manufatti in cui l’individuo si dimentica) a quella nostra disposizione innata per cui preferiamo “alla fine il gratuito, l’immotivato, il libero da ciò che è razionalmente calcolato, detinasto a uno scopo preciso, misurabile” 2, senza alcuna convenienza. Pasolini vedeva nella poesia precisamente lo spazio di una felicità spersonalizzata e di una devozione gratuita, uno spazio sottratta a qualsiasi logica utilitaristica. Questa l’utopia più alta. Il primo volle simpatizzare con gli hippies, il secondo – pur dichiarandosi fino alla fine comunista – consegnò il suo involontario testamento al Partito Radicale elogiandone proprio lo spirito libertario. .
Filosofo dilettante
Ora una citazione da Chiaromonte che si riallaccia al titolo della mia relazione, da una lettera a Muska dell’agosto 1967, in cui richiama la centralità del dialogo platonico come “forma”, come discorso e non insegnamento imperioso: “c’è il discorso dell’uomo che riflette, cioè, e c’è il mondo infinitamente enigmnatico – e nessun discorso scioglie l’enigma”3. Ecco, una buona parte della mia generazione nel ’68 ritenne che invece era possibile un discorso che sciogliesse l’enigma. Chiaromonte era un filosofo (magnificamente) dilettante, come volle autodefinirsi Hannah Arendt in polemica con i filosofi “professionali”, , e come la Arendt attento a ricucire il rapporto tra filosofia e vita pratica, tra pensiero e vita attiva: per lui l’adesione a una idea si dimostra con la propria esistenza. Qualsiasi tema affronti Chiaromonte tenta di andare alla sua alla radice, in ciò offrendoci un esempio di vera radicalità, assai diversa dall’estremismo retorico e verboso di molti filosofi attuali – postnietzscheani ed ex marxisti, sofisticati e abissali – , che prediligono formule e slogan spettacolari (ho da poco appreso che Tolstoj un poco diffidava di Nietzsche e proprio dei suoi paradossi molto spettacolari, spesso quasi solo il meccanico ribaltamento di un luogo comune). Questa radicalità di Chiaromonte è andata dispersa anche perché non fu capita. Non c’era in Italia nessuno che potesse capirla. La generazione del ’68 non seppe riconoscerla, e scelse falsi maestri, preferendo a Camus, sodale di Chiaromonte, Sartre che volantinava alla Renault, ma che agli operai della Renasult non voleva si dicesse la verità sull’Urss. La cosiddetta area di Terza Forza, politicamente sottorappresentata e pur con un risarcimento postumo ( vittoria ai referendum degli anni 70 e nascita del quotidiano “Repubblica” ), l’ha raccolta però depotenziandola. Eppure questa radicalità è innervata da una critica della civiltà stessa – e di alcuni suoi fondamenti o idoli sociali. Li riassumo velocemente: egomania (che impedisce il riconoscimento dell’altro), culto della forza e del successo, celebrazione storicistica del fatto compiuto, feticismo dell’utile e della tecnica, denuncia della politica intesa come assoluto ( e sostituto della religione), obbligo del soddisfacimento di qualsiasi voglia, convinzione inconfessata che senza la violenza non si ottiene nulla, riduzione di tutto a merce (anche della cultura), nevrosi del consumo e ossessione dei beni materiali. Tutto questo da una parte dovette risultare indigesto per la cultura marxista (alcuni di quei caratteri infatti il marxismo li condivide con il capitalismo, come in una identificazione con l’aggressore: feticismo della forza, storicismo…), dall’altra era inaccettabile per gli intellettuali liberal del “Mondo”, pronti a indignarsi su tutto ma inclini a giudicare una posizione del genere come un mix dilettantesco di pauperismo e moralismo.
Viene in mente il necrologio di Paolo Milano 4, che auspicava il giorno in cui la sua figura “avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo”. Come non condividere questo auspicio. Ma intanto dovremmo capire le ragioni per cui Chiaromonte era destinato a essere frainteso o respinto da tutti (comunisti, cattolici, laici terzaforzisti, letterati, filosofi professionali, studenti in rivolta…). Una volta ha scritto che la tirannia moderna non ci impone nulla, però non permette più che si pongano gli eterni interrogativi sull’esistenza. Ecco per essere fedeli alla sua radicalità di pensiero dovremmo tutti ripartire, come Socrate, filosofo umile e “dilettante” da questi eterni interrogativi sull’esistenza.
1N.Chiaromonte, Che cosa rimane, Il Mulino 1995, p. 171
2N. Chiaromonte, ivi, pp. 118-119
3N.Chiaromonte, Lettere a Muska, Una città 2013, p. 66
4Cit. Nel Meridiano Mondadori (2021) dedicato a N.Chiaromonte, a cura e con saggio introduttivo di R.Manica.












































































































