Stato e minoranze rivoluzionarie

Tratto da «Tempo presente», marzo-aprile 1968

Ci è giunto, con questo titolo, un comunicato che porta l’indicazione «Faro – Agenzia stampa», con sede a Vigevano, e della quale è direttore responsabile Gian Franco Invernizzi. Non conoscevamo l’agenzia Faro, né conosciamo il suo direttore, ignoranza di cui ci scusiamo. L’articolo che porta il suddetto titolo, ed è da lui siglato, ci è parso comunque interessante, in quanto, nella non poca confusione di motivi che accompagna la sommossa degli studenti, c’è qualcuno che ha voluto mettere i punti su qualche i e cercare di distinguere ciò che va distinto, anche se poi le distinzioni si prestano secondo noi a critiche sostanziali. Lo pubblichiamo perciò qui di seguito per intero, facendolo seguire da alcune osservazioni.

Le recenti manifestazioni studentesche che si sono sviluppate in Europa e in America sui temi della “contestazione globale” ad opera di minoranze insofferenti alla organizzazione della società quale si è venuta configurando in Occidente, rappresentano un fenomeno politico di tipo nuovo nel sistema occidentale. Nonostante le apparenze, è sbagliato vedere analogie fra il movimento politico studentesco in Occidente e la “rivoluzione culturale” in Cina. Anche nei Paesi occidentali il moto autonomo e spontaneo dei gruppi studenteschi si è manifestato contro la burocrazia politica. Ma, mentre la “rivoluzione culturale” cinese non contesta il sistema vigente, limitandosi a prenderne di mira alcuni aspetti, alcune frange riformiste e autoritarie, in Occidente il movimento studentesco mette in discussione l’organizzazione della società, il “sistema”. Il movimento studentesco in Cina vuole perfezionare il sistema, purificandolo di alcune “tare” autoritarie, in Occidente il movimento studentesco rifiuta il sistema in quanto basato, a suo dire, sulla logica autoritaria e sulla logica dell’alienazione. L’uno infine è un fatto di massa, l’altro un fatto di élite, di avanguardia. È altrettanto sbagliato vedere analogie fra le manifestazioni studentesche in Occidente e quelle dei Paesi dell’Est europeo, Polonia e Cecoslovacchia in particolare. L’ispirazione politica dei movimenti studenteschi occidentali contesta un tipo di sistema che ha raggiunto una avanzata fase “consumista” nel quadro della società industrializzata. L’ispirazione politica dei movimenti studenteschi dell’Est europeo, contesta un sistema sclerotico, burocratizzato, lento e inefficace sul piano delle riforme economiche e nel promuovere il benessere del Paese, e chiede, insieme alla formale creazione di istituti che in Occidente cominciano a non nascondere l’usura e l’inadeguatezza, la libertà, tout court. Il movimento politico studentesco in Occidente si presenta in realtà più “avanzato” nei suoi contenuti di tutta una fase storica rispetto ai movimenti politici studenteschi dell’Est europeo. In questa differenza di “qualità” e di “quantità” nei fenomeni politici giovanili delle aree comuniste, moscovita e cinese e dell’area occidentale, c’è spazio per un discorso franco e obbiettivo. La violenza delle manifestazioni di alcuni gruppi politici in Occidente sembra direttamente proporzionale al grado di “integrazione” delle varie classi sociali nel sistema. Più il sistema “integra”, più sembra radicalizzarsi nei Paesi industrializzati dell’Occidente l’azione di alcune minoranze, fino all’uso della violenza, da parte di alcuni gruppi più ristretti, come strumento di protesta e di lotta politica. Non serve il richiamo riformista, poiché da parte di queste minoranze il rifiuto del sistema è totale. Si perviene quindi, ed è bene parlarne, ad uno dei temi più delicati e cruciali, quello cioè del rapporto fra lo Stato e l’azione di alcuni gruppi quando questa sfocia nella violenza. Nelle moderne società industrializzate, l’apparato produttivo raggiunge un alto grado di efficienza e sempre più complessa diviene l’organizzazione civile. L’azione irresponsabile di gruppi violenti, che potrebbe arrecare all’una e all’altro danni gravi, non può essere tollerata. Vi è pertanto un problema di prevenzione, di “democratizzazione” e un problema di repressione. Vi è la necessità di dotare gli apparati e i servizi di sicurezza dello Stato di dispositivi idonei ed efficienti di controllo e di intervento, pur nella garanzia della più assoluta libertà di espressione. Occorre prevenire e reprimere le azioni di violenza, lasciando la più ampia libertà di espressione a tutti. Purtroppo, a considerare da come ci si è mossi nei Paesi europei occidentali nei confronti delle manifestazioni studentesche, v’è da temere che da parte delle vecchie classi politiche che si trovano a gestire (male) il “sistema”, si assumano atteggiamenti radicalmente sbagliati. Reprimendo cioè libere e lecite manifestazioni di cittadini e mostrandosi deboli, incerti, persino paurosi e codardi nei confronti delle azioni di violenza di alcuni gruppi politici minoritari. In America ogni gruppo politico gode della più piena libertà di espressione, certamente molto maggiore di quanto non se ne goda in qualsiasi altra parte del mondo (è meglio ogni tanto ricordarlo), ma i pubblici poteri intervengono con prontezza e decisione a stroncare ogni atto di violenza.

È bene che, per cominciare, il direttore dell’agenzia Faro abbia tenuto a dire chiaramente che «è sbagliato vedere analogie fra il movimento politico studentesco in Occidente e la “rivoluzione culturale” in Cina». Quando però egli aggiunge che «il movimento studentesco in Cina vuole perfezionare il sistema, purificandolo di alcune “tare” autoritarie», mentre «in Occidente il movimento studentesco rifiuta il sistema in quanto basato, a suo dire, sulla logica autoritaria e sulla logica dell’alienazione», è difficile non rilevare che, per quanto se ne sa, e quali che siano peraltro stati i suoi effetti e meriti eventuali, la «rivoluzione culturale» cinese ha avuto in ogni caso il carattere di un movimento scatenato dall’alto, sostenuto dal meccanismo statale non poco autoritario che regge attualmente la Cina e in particolare dal formidabile centro di potere costituito dal dittatore Mao Tse Tung e dai suoi fedeli.
Tale movimento è d’altra parte tornato nell’alveo prestabilito non appena detto centro di potere -e più particolarmente il potere militare- ha ritenuto che le cose fossero andate abbastanza avanti, gli scopi prefissi più o meno raggiunti, e i pericoli del preordinato straripamento più grandi ormai dei possibili vantaggi che esso poteva offrire, al fine di sgominare la resistenza di certi quadri del partito e del regime al potere del dittatore Mao Tse Tung. Chiudere le scuole, scatenare quaranta milioni di ragazzi sulle strade e nelle città della Cina, mettendo a loro disposizione le ferrovie e gli altri mezzi pubblici di trasporto e procurando che venissero nutriti e alloggiati a spese dello Stato, sono misure forse politicamente geniali, ma che non sembrano caratteristiche di un movimento spontaneo destinato a «purificare» un regime delle sue «tare autoritarie». Si direbbe piuttosto che un tal movimento è tipico di un moderno e assai astutamente concepito regime di massa. E regime di massa è sinonimo, ci sembra, di regime non solo autoritario, ma totalitario. Ciò non soltanto, nella fattispecie, per la mostruosa fanatizzazione condotta in base al famoso libretto dei pensieri di Mao, ma semplicemente perché manovrare le masse (e in particolare le masse giovanili) per mezzo di meccanismi ideologico-burocratici, anche e soprattutto quando le si scatenano contro obbiettivi prestabiliti, è il segno non equivoco dei regimi totalitari moderni, passati, presenti e (probabilmente) futuri.
Ribellarsi contro un «sistema» -quello occidentale- definito «autoritario» e «alienante» basandosi su tali esempi e su tali definizioni sembra parecchio contraddittorio. A meno, naturalmente, che la «rivoluzione» auspicata non sia di specie massiccia e totalitaria: un’ideocrazia sostenuta da una burocrazia, diretta (come sembra suggerire la nota di Gian Franco Invernizzi) a sgominare ogni bieco «riformismo ».
Ma in qual modo d’altra parte conciliare un simile ideale (se di esso si tratta), o quanto meno un simile giudizio e la logica in esso implicita, con l’affermazione che, contrariamente a quello cinese, il movimento studentesco occidentale è un «fatto di élite, di avanguardia»? Sarà esso per caso qualcosa di analogo all’«avanguardia del proletariato» secondo Lenin (diciamo «secondo Lenin» e non «secondo Marx» perché la concezione che aveva Marx dell’avanguardia rivoluzionaria era alquanto più complessa di quella nettamente minoritaria e autoritaria, propria di Lenin)? Ma, in tal caso, sarebbe pur sempre a un regime di massa che si aspirerebbe, a quella dittatura del proletariato della quale già prima del 1914 Charles Peguy diceva che gli sarebbe piaciuto sapere chi -quale individuo particolare- l’avrebbe impersonata e esercitata.
Una dittatura, quale che sia il motto sulla sua bandiera, ha, fra le altre conseguenze, quella di «alienare» duramente non solo tutti coloro che non l’applaudono e non se ne lasciano irreggimentare, ma anche (e forse soprattutto) quelli che la applaudono e la seguono entusiasti: basta il fatto di vestire un’uniforme, di agitare un libretto, di sfilare in parata, di alzare il braccio nell’una o l’altra forma di saluto al «capo geniale» per essere alienati e asserviti in quanto individui autonomi e possibilmente pensanti. Sarebbe interessante conoscere l’opinione del direttore responsabile dell’agenzia Faro su questo punto, con aggiunta la dimostrazione della superiorità dell’alienazione proletaria, socialista, comunista, o comunque denominata, su quella attribuita al neocapitalismo «consumista».
D’altra parte, con generoso impulso, il direttore responsabile dell’agenzia Faro prende partito in favore dell’attuale rivolta della gioventù e degli intellettuali in Cecoslovacchia e in Polonia (e insomma anche in Russia) contro i rispettivi regimi totalitari, affermando che «l’ispirazione politica dei movimenti studenteschi dell’Est europeo contesta un sistema sclerotico, burocratizzato, lento e inefficace sul piano delle riforme economiche e nel promuovere il benessere del Paese, e chiede, insieme alla formale creazione di istituti che in Occidente cominciano a non nascondere l’usura e l’inadeguatezza, la libertà tout court». Il quale fatto sembra peraltro, all’autore di questa nota, indicare che il movimento occidentale è «più avanzato, nei suoi contenuti, di tutta una fase rispetto ai movimenti politici studenteschi dell’Est europeo».
Strana argomentazione. La «formale creazione di istituti» di cui si tratta in Cecoslovacchia e in Polonia è, in sostanza, esigenza di democrazia effettiva nella gestione degli affari pubblici e di «libertà tout court» quanto al diritto di comunicare con i propri simili sia per mezzo della parola parlata che della stampa e degli altri mezzi d’espressione. In che senso in Occidente tali diritti e istituti «cominciano a non nascondere l’usura e l’inadeguatezza»? In che senso, poi, tale usura e inadeguatezza sarebbero prove del carattere più avanzato dei movimenti studenteschi occidentali? Sarebbe per caso ormai, in Occidente, la «libertà tout court» «un cadavere putrefatto», secondo la celebre asserzione fatta nel 1922 da un notevole manovratore di masse di nazionalità italiana, del quale certo il direttore responsabile dell’agenzia Faro non ha bisogno che gli si ricordi il nome? E sarebbe d’altra parte per caso l’«alienazione» di cui tanto si parla altro che asservimento e mancanza di libertà? Non potrebbe per avventura darsi che ogni rivendicazione politica, quale che ne sia l’impulso ispiratore, fosse sempre una rivendicazione di «libertà tout court», di libertà senza aggettivi, e che un tal fatto andasse riconosciuto una volta per tutte da tutti coloro che si dicono «rivoluzionari», e i quali invece oggi indulgono in una distinzione fra «vera libertà» e «falsa libertà», «libertà concreta» e «libertà astratta» che non può non confondere le idee e far dimenticare il senso della cosa di cui si tratta? La quale è proprio la libertà tout court, anzi la libertà formale, la libertà come forma del vivere civile, eguale per tutti e a disposizione effettiva di tutti: la libertà che Rosa Luxembourg rivendicava fieramente di fronte a Lenin nell’ora del trionfo della dittatura del proletariato, e cioè di quella «libertà concreta» rappresentata, secondo il medesimo Lenin, dal «fucile sulla spalla dell’operaio».
Ma, se non sembra avere idee molto chiare quanto alla libertà e alla democrazia, il direttore responsabile dell’agenzia Faro, bisogna riconoscerlo, si rende conto della china pericolosa su cui si può scivolare seguendo il richiamo del mito rivoluzionario. Questa china è secondo lui, quella della violenza, la quale apparirebbe tanto più attraente, come strumento di lotta politica, quanto più forte diventa «il grado d’integrazione del sistema». E di fronte a questa attrattiva sempre più grande della violenza, «non serve il richiamo riformista, poiché da parte di queste minoranze il rifiuto del sistema è totale».
La conclusione di Gian Franco Invernizzi è che esiste, nelle nostre società, «un problema di prevenzione, di democratizzazione e un problema di repressione», quindi «la necessità di dotare gli apparati e i servizi di sicurezza dello Stato di dispositivi idonei e efficienti di controllo e di intervento, pur nella garanzia della più assoluta libertà di espressione». Ad esempio di buona soluzione di un tal problema, il direttore dell’agenzia Faro non esita a proporre quello dell’America, «dove ogni gruppo politico gode della più piena libertà di espressione, certamente molto maggiore di quanto non se ne goda in qualsiasi altra parte del mondo (è meglio ogni tanto ricordarlo), ma i pubblici poteri intervengono con prontezza e decisione a stroncare ogni atto di violenza».
Conclusione altrettanto sensata quanto inattesa. E tuttavia poco convincente. Non solo perché ci sarebbe pur qualcosa da dire sui metodi usati dalla polizia americana quando si trova dinanzi a scoppi di violenza di massa, ma soprattutto per l’ovvio non sequitur del ragionamento. Il quale non sequitur si riduce a questo: se il «richiamo riformista» è inutile, e quel che le minoranze rivoluzionarie studentesche vogliono è il mutamento totale del «sistema», la violenza è il mezzo non solo logico ma inevitabile a cui esse devono ricorrere, correndo al tempo stesso il rischio -è evidente- della violenza contraria dell’apparato repressivo statale. Non si può volere tutto, e volerlo nel futuro immediato, senza perciò stesso volere la violenza: la violenza è già nell’idea, e dall’idea al fatto il passo è più che breve.
Ma se poi «rifiuto del sistema» e «contestazione globale» sono dei modi di dire massimalisti (come in fin dei conti sembra il caso nella sommossa degli studenti), e si tratta invece in sostanza di «richiamo riformista», e di «lasciare a tutti la più ampia libertà d’espressione», allora non siamo forse nell’«ambito del sistema» (il quale, in Italia come in altri luoghi d’Occidente, è a dir poco alquanto ambiguo sia quanto a energia riformista che quanto a libertà di espressione), ma siamo certo fuori dal rivoluzionarismo senza oggetto di cui tanto abuso s’è fatto, e per tanti anni, assai prima che dai giovani, dai loro pessimi maestri e falsi pastori intellettuali.

La legge sociale dopo Proudhon

Tratto da «politics», Vol. II, n. 1, gennaio 1945

Nel 1940, alla vigilia del Giorno del Giudizio d’Europa, H. G. Wells pubblicò un pamphlet su “I Diritti dell’Uomo”, che era fondato sull’unico e fin troppo fondato assunto che, nel mondo contemporaneo, anche se avevano mantenuto la loro validità nella consapevolezza di una minoranza e nel funzionamento di certe società, i diritti dell’uomo erano in realtà completamente obliterati dall’azione dei governi, non solo nei paesi totalitari, ma ovunque, e avevano bisogno di una riaffermazione a livello intellettuale e di una restituzione nel campo politico. E ora, nel 1944, alla vigilia di quello che sperabilmente sarà la Risurrezione d’Europa, Georges Gurvitch cerca di delineare la conclusione di 15 anni di ricerche profondamente originali nel campo della filosofia della legge. Lo fa in una “Dichiarazione dei Diritti Sociali” che dedica specificamente al futuro della Francia, ma i cui principi fondamentali sono evidentemente validi per la ricostruzione di una società ovunque. Gli sforzi di Gurvitch sono molto diversi da quelli di Wells. E tuttavia c’è anche una caratteristica comune che vale la pena di notare. Sono entrambi direttamente legati al grande movimento intellettuale del XVII e XVIII secolo che noi siamo abituati a chiamare “liberale”, ma che andrebbe più correttamente definito “libertario”, in quanto il loro vero significato non sta in una conciliazione a metà strada tra la libertà e l’autorità, ma piuttosto nella ferma difesa della “libertà sopra a tutto”, una libertà che, nella filosofia politica, si esprime nell’assoluta supremazia della legge naturale, quindi dei naturali Diritti dell’Uomo. È precisamente una brillante reinterpretazione dell’idea della legge naturale che costituisce il punto di partenza del pluralismo nella filosofia della legge di Gurvitch. Georges Gurvitch è uno studioso di origini russe che dopo aver tenuto conferenze sulla filosofia a Berlino e pubblicato un importante libro sull’etica di Fichte, ha fatto dalla Francia il suo paese adottivo e oggi vive in America. Le sue idee sulla legge sociale e sul pluralismo giuridico sono state sviluppate in una serie di libri di cui i fondamentali sono L’idée du Droit Social (1932) e L’Expérience Juridique et la Philosophie Pluraliste du Droit (1935). Furono seguiti nel 1940 e successivamente da alcuni studi molto interessanti sulla sociologia della legge. In Francia, oltre a guadagnarsi la stima degli studenti e la cattedra di filosofia all’Università di Strasburgo, le sue idee sono state parzialmente e talvolta confusamente accolte dal magazine Esprit, edito da Emmanuel Mounier, un cattolico che in collaborazione con altri intellettuali, cattolici e non, stava cercando di compiere un sincero sforzo per aprirsi un varco tra i vicoli ciechi del pensiero politico e sociale contemporaneo. Si potrebbe notare che, specialmente in Francia, i cattolici come i protestanti sono inclini a essere attratti da qualsiasi filosofia che -come quella di Gurvitch- fornisce un’arma efficace contro la concezione monistica, che è alla base dello Stato centralizzato moderno e delle sue rivendicazioni sulla sfera spirituale. Sintetizzare le idee di Gurvitch sulla legge sociale non è un compito facile. Si corre continuamente il rischio di formalizzare nozioni il cui significato specifico sta interamente nella complessità delle analisi attraverso le quali sono state portate alla luce districandole dai pregiudizi intellettuali contemporanei e dai modi di pensare abituali.

Non si può apprezzare il significato di questa “Dichiarazione dei Diritti Sociali” e analizzarla criticamente se non alla luce del “pluralismo giuridico” di Gurvitch, che a sua volta implica uno specifico sguardo filosofico. Per la sua filosofia pluralista e per il suo metodo di analisi concreta, Gurvitch è debitore soprattutto di Husserl e Bergson, tra i filosofi moderni, mentre la sua filosofia della legge viene direttamente da Proudhon e i suoi principi fondamentali potrebbero ben essere espressi da citazioni prese dal grande anarchico. Un debito che Gurvitch vede e riconosce abbondantemente attribuendo a Proudhon un ruolo centrale nello sviluppo della filosofia giuridica e sociale moderna. Ma dato che Gurvitch è un russo, è giusto ricordare che la distinzione e l’opposizione tra Società e Stato fu uno dei grandi temi tra gli intellettuali russi prima della rivoluzione, che ispirò con particolare forza il pensiero e l’azione di uomini come Herzen, Tolstoi, Kropotkin e il filosofo Leon Petrasizki, in cui Gurvitch riconosce uno dei suoi maestri. I primi tre ci riportano a Proudhon, da cui furono direttamente influenzati, come lo è stato Georges Gurvitch dopo di loro. “Associazione è giustizia” scriveva Proudhon. Scriveva anche: “Nella cornice di una società universale, là esistono, per ciascuno di noi, tante società particolari quanti sono gli interessi particolari… Questa è la chiave per tutti problemi che possono essere sollevati dal conflitto tra diversi tipi di doveri sociali”. La concezione di Gurvitch di Legge Sociale e del pluralismo giuridico è tutta contenuta in questi due principi. Per Legge Sociale, Gurvitch intende essenzialmente le norme implicite e esplicite su cui è fondata la vita di un gruppo sociale. Queste norme possono essere espresse in statuti o esistere nella forma del tacito consenso. Il fatto importante è che non è né lo statuto, e nemmeno il consenso a creare la legge, ma solo l’oggettiva natura della relazione. è solo indipendentemente da, e in opposizione a, tutti i meccanismi di coercizione o subordinazione che la legge può essere creata, perché l’obbligo e la subordinazione non esprimono relazioni giuridiche, ma il loro opposto: l’intervento di forze esterne per obbligare un gruppo a rinunciare alla sua propria natura e realizzare i fini che non sono i suoi propri, ma quelli di una volontà esterna. L’obbligo dall’alto non può dare vita a nient’altro che a una pura legge formale, una legge la cui giustificazione è il potere che sta dietro di essa. Solo la Legge Sociale può essere concreta e sostanziale. Come per Proudhon, così per Gurvitch, lo stabilirsi e non la semplice esistenza, di relazioni tra uomini, se libera da elementi di corruzione e di costrizione, porta in sé qualche nozione di giustizia o almeno aspira alla realizzazione di uno dei tanti aspetti della giustizia. L’essenza dell’esperienza giuridica dell’umanità si trova là, e da nessuna altra parte. In tale contesto, qualsiasi definizione formale di giustizia diventa impossibile.

Questa definizione non può essere accusata di relativismo poiché, secondo il suo principio, la giustizia esiste sempre oggettivamente nella natura del rapporto. Da questo punto di vista è chiaro che la subordinazione dei lavoratori agli interessi della produzione definiti dal Consiglio di amministrazione della General Motors o dal Commissariato del popolo per l’industria è sommamente sbagliata (non importa quanto mitigata da regolamentazioni varie) non solo perché espropria i lavoratori dei frutti del loro lavoro, ma più fondamentalmente perché li depriva di qualsiasi possibilità di darsi proprie leggi per la propria comune fatica. Lo stesso si potrebbe dire a proposito del rapporto fra i cittadini e lo Stato quando, come oggi, la coercizione dello Stato, e la legge formale, vengono considerate l’unica alternativa all’anarchia individualistica, nel disinteresse più totale verso quella che è la fonte più importante di legge e di armonia, la società umana stessa. In termini di Legge Sociale, la nozione di una “legge giusta” che viene dall’alto, imposta dal di fuori, appare semplicemente priva di significato -e insieme ad essa la nozione di uno “Stato socialista”. Tutte le sovrastrutture organizzate devono essere giudicate secondo il loro grado di apertura nei confronti di una giustizia basata sulla vita reale e nei confronti della Legge Sociale dei gruppi sui quali si basa l’esistenza delle sovrastrutture stesse. Il pluralismo giuridico è la controparte necessaria di tale concezione di giusto e sbagliato. La società è una pluralità di gruppi e di interessi o non è nulla.

Nel momento in cui la molteplicità e l’autonomia dei gruppi vengono negate è anche il momento in cui la vera autorità viene imposta alla società. E l’intervento dell’autorità coincide con una distruzione parallela della sostanza vera della legalità, come dimostrato chiaramente dall’idea totalitaria che, negando all’individuo e ai gruppi qualsiasi diritto autonomo, dichiara apertamente che lo Stato non riconosce nessuna legge, se non quella della convenienza dispotica. Oltre a essere un fatto indistruttibile, il pluralismo, secondo Gurvitch, è un ideale: l’ideale, si potrebbe dire, di una società in cui la varietà estrema e la molteplicità sono tenute insieme non da una forza esterna, ma dall’autonomia sostanziale che solo il principio di uguaglianza può creare. E uguaglianza non significa identità, ma equivalenza fra gruppi diversi e individui, l’equivalenza senza la quale, come disse Proudhon, non c’è nessuna possibilità di operare socialmente. Il pluralismo è anche una tecnica nella lotta per la libertà sociale e individuale. Se l’eterno principio del potere politico è “dividi e conquista”, il principio del pluralismo potrebbe venire espresso dicendo: “Moltiplicate le vostre associazioni e siate liberi”.

È innegabile che George Gurvitch sia riuscito a fornire un contenuto articolato alla nozione di legge naturale, liberandola dal formalismo e dalla tradizionale interpretazione individualistica (con i suoi due corollari, la completamente inutile antinomia individuo-società, e la confusione sempre ricorrente fra società e stato). Gurvitch è anche stato capace di indicare un metodo coerente di pensiero socialista basato su chiare premesse filosofiche. Per entrambi questi risultati, il suo debito verso Proudhon è davvero grande. Se oggi Proudhon è ancora vivo per noi, non lo è per avere elaborato un compromesso più o meno convincente fra socialismo e libertà (qualsiasi liberale stanco o socialista disorientato può farlo) ma principalmente per la chiarezza e il rigore con cui, senza mai rinunciare ai diritti del pensiero analitico, sostenne che: 1) la costituzione di una società giusta implicava una nuova definizione di “legge giusta” e che la legge giusta non poteva essere cercata da nessuna altra parte se non nella natura essenziale della solidarietà umana; 2) che la libertà politica poteva significare solo libertà dei gruppi; 3) che il gruppo stesso era inconcepibile se non basato sull’uguaglianza, mentre qualsiasi nozione di uguaglianza escludeva contemporaneamente individualismo e autoritarismo. Da questo punto di vista, sembra abbastanza chiaro che qualsiasi opinione si possa avere del materialismo storico, Marx semplicemente non trattò il problema di cui si occupò Proudhon, vale a dire la ridimostrazione della realtà sociale della giustizia. È sui criteri proudhoniani, corroborati da una grande quantità di nuove analisi giuridiche e sociologiche, che George Gurvitch ha concepito questa “Dichiarazione dei diritti sociali”. In un tale contesto, i Diritti dell’uomo diventano i diritti sociali dell’uomo, non nel senso che l’individuo viene assorbito dalla società (e tanto meno dallo Stato) ma, al contrario, nel senso che solo in una società pluralistica la difesa dei diritti dell’individuo viene riconosciuta come uno degli interessi fondamentali del gruppo. I diritti sociali non sono nulla se non esprimono l’idea dei gruppi stessi che strappano il potere reale dallo Stato nel nome della legge che loro stessi creano dal basso. Questa è la ragione per cui Gurvitch è attento a distinguere la sua Dichiarazione sia da un insieme di proposte di legislazione sociale sia dalla stesura di una nuova Costituzione. Legislazioni sociali e costituzioni, come dimostrò in modo decisivo Proudhon nei suoi attacchi contro i liberali del suo tempo, non esprimono giustizia ma, al più, un compromesso profondamente instabile fra società e Stato, forza e giustizia. Da parte dello Stato non possono essere altro che promesse, e lo Stato, avendo il monopolio della forza, per definizione è anche l’entità che non può essere forzata a mantenere le proprie promesse: la convenienza politica, non il contratto, è la base essenziale dell’azione dello Stato. Gurvitch giustamente insiste che nei nostri tempi la legislazione sociale, come viene correttamente intesa, con i due aspetti paralleli della pressione dei gruppi sullo Stato e l’intervento dello Stato per regolare l’azione dei gruppi, crea contraddizioni politiche ed economiche che logicamente possono portare solo a un’organizzazione sociale ed economica imposta dallo Stato, al corporativismo e al totalitarismo -un vicolo cieco nel quale si trova ora la maggior parte dei socialisti e dei liberali. Ed è meglio dire subito che le proposte concrete di Gurvitch per una carta fondamentale per una società futura sono concepite secondo gli aspetti più moderati dell’ideologia di Proudhon. I suoi commenti analitici sulle varie proposte sono più interessanti delle proposte stesse.

Questo è in armonia con Proudhon, per il quale chiaramente il metodo di approccio (e certi principi come quello che l’azione socialista non accompagnata da una reale costruzione socialista è senza sbocco) era più importante di questa o quella iniziativa pratica, poiché la direzione verso la quale agire dipende interamente dalla natura della situazione concreta. Ma, sebbene il principio fondamentale di Proudhon di costruzione sociale fosse l’”equilibrio” e non l’eliminazione drastica (e illusoria) dei contrasti, il radicalismo della sua opposizione a quello che egli chiamava l’Impero finanziario e industriale, e al potere dello Stato, rimase inflessibile dal principio alla fine. Se fosse vivo oggi, sicuramente prenderebbe come suo punto di partenza il fatto anche troppo evidente che oggi il potere dello Stato e l’imperialismo economico non solo si oppongono con tutte le loro forze a qualsiasi tipo di costruzione sociale, ma stanno distruggendo e corrompendo le radici stesse, sia fisiche che morali, della società umana. Più che mai, si renderebbe conto che il problema centrale del socialismo risiede nel come dare nuova vita alle energie sociali depresse e represse, e non nel come accettare le sovrastrutture esistenti. E questo è precisamente il problema su cui Gurvitch non si esprime. Le sue proposte non sono abbastanza radicali nel senso che non esprimono una nitida consapevolezza di quanto oggi sia diventato radicale il problema della costruzione sociale. L’idea di socialismo di Gurvitch è sostanzialmente quella di un’economia pianificata accompagnata da una democrazia economica radicale, per esempio dalla “lotta contro la degenerazione di un potere fondato sulla proprietà in un potere che domini gruppi e individui”. La base della democrazia economica dovrebbe risiedere nella nozione che “l’uomo non è solo un animale politico, è anche un produttore e un consumatore”. Gli interessi dello stesso uomo come cittadino, come produttore e come consumatore non coincidono. Di conseguenza, dovrebbero essere riconosciuti come entità separate e godere di diritti specifici. Naturalmente, la libertà di creare tanti gruppi quanti sono i diversi interessi e campi di attività sarebbe illimitata. Ma, nella sfera economica, la giustizia sarebbe garantita essenzialmente permettendo ai consumatori e ai produttori di controllare reciprocamente i rispettivi diritti.

La libertà politica consisterebbe nel garantire la libera competizione e la interazione fra i gruppi, e diventerebbe un concreto interesse comune invece di un diritto astratto. A loro volta, i gruppi stessi sarebbero controllati dal diritto assoluto dell’individuo di entrarci o di uscirne a seconda della propria libera volontà. Tutto ciò, naturalmente, presuppone l’abolizione del diritto illimitato di proprietà. La proprietà dovrebbe diventare un diritto definito e cessare di essere un mezzo di dominio pubblico. Trattando il problema della proprietà, Gurvitch fornisce un buon esempio del suo moderatismo. Propone l’ammissione di tre tipi di proprietà, individuale, pubblica e sociale, da applicarsi in campi diversi, e tutti basati sulla nozione che la proprietà deve essere considerata una funzione pubblica. È soltanto nelle ultime pagine del libro che veniamo a sapere che “ciò che importa veramente è dare un ruolo preponderante, e una speciale protezione legale, alla proprietà sociale e federalista”, cioè alla proprietà comune dei mezzi di produzione. Che è, naturalmente, la questione fondamentale. Ugualmente timido è l’approccio di Gurvitch al problema dello Stato, specialmente quando vuole rassicurare i propri lettori che il pluralismo giuridico non indebolirebbe lo Stato, ma semplicemente lo libererebbe da tutte le funzioni che giustamente appartengono alla società stessa. Una timidezza fuori luogo, in un seguace di Proudhon. In effetti, è un tratto molto importante della personalità di Proudhon che a lui non si possano correttamente applicare le nozioni di estremismo e moderatismo. Fu un radicale nel pensiero -cioè, mise in discussione tutte le idee accettate e gli interessi acquisiti- pur essendo molto spesso moderato nell’argomentazione, perché non credeva nell’eliminazione della realtà. In Proudhon si possono trovare definizioni moderate del l’anarchismo come “la delimitazione dello Stato da parte dei gruppi”, o “l’applicazione della Giustizia al Governo”. Il punto basilare è comunque che, per lui, lo Stato (cioè il potere politico) doveva essere subordinato, interamente e concretamente, alla società e che, come gli sviluppi contemporanei hanno dimostrato anche troppo bene, questo è precisamente la regola a cui lo Stato moderno rifiuta di sottomettersi con la massima tenacia e la massima violenza. Devo aggiungere che non avevo apprezzato che Gurvitch citasse parecchi luoghi comuni di Jacques Maritain considerandoli pertinenti alla situazione attuale. Gurvitch è lui stesso un filosofo troppo bravo per non sapere che le buone intenzioni di Maritain poggiano su terreni scivolosi. Cita anche i Four Freedom and economic Bill of Rights del Presidente Roosevelt: come segno, se ne deve desumere, che la richiesta di diritti sociali si fa sentire nei luoghi più alti. Ma se le Costituzioni non significano nulla, ancor meno contano i discorsi politici…
George Gurvitch non ha ritenuto affar suo indicare con quali mezzi politici concreti si possano raggiungere gli scopi che egli descrive -non sarebbe giusto criticarlo per questo. Si può solo prendere nota che la sua Dichiarazione sembra implicare l’esistenza di un milieu in cui, nonostante la naturale opposizione alle oligarchie politiche ed economiche, certi principi di diritto vengono mantenuti attivamente e chiaramente per iniziativa dei gruppi sociali. Il fatto, comunque, è che quello che abbiamo visto nel passato e vediamo oggi non è solo la mostruosa crescita dei Leviatani. è, più fondamentalmente, la disarticolazione progressiva della società in masse di individui che sono stati spossessati delle fonti stesse del potere sociale, e alle quali niente sembra realizzabile se non attraverso quelle stesse organizzazioni che sanno di non poter controllare. A loro, George Gurvitch offre “i simboli giuridici” dei diritti sociali e di una società pluralistica. Ma, per essere qualcosa di più di ombre inconsistenti, questi simboli presuppongono l’esistenza di un modo di pensare la vita basato sulla fiducia nelle forze della società umana, un orgoglioso rifiuto dell’autorità e un amore generoso per la diversità che è precisamente quello che manca al presente. Risvegliare questo modo di pensare sembra essere il problema vero di oggi. Gurvitch si ferma prima.

Il saggio di Hallowell su ” Il declino del liberalismo” è un buon esempio della posizione senza speranza in cui si trova il liberalismo intellettuale a causa del suo ostinato rifiuto a riesaminare le proprie premesse. Indirettamente corrobora anche le idee di Gurvitch. Ci sono, secondo Hallowell, due tipi di liberalismo: il liberalismo sostanziale e il liberalismo formale. Il liberalismo sostanziale è caratterizzato dal fatto di credere nel valore morale assoluto di ogni individuo, nei diritti naturali dell’uomo, e nella supremazia della legge, cioè “nell’assunzione che la legge positiva si conformerà a certe norme e valori trascendentalmente garantiti”. Il liberalismo formale, sotto le malefiche influenze del Romanticismo e del Positivismo, riduce ogni legge a legge positiva, andando a finire quindi con la deificazione dello Stato. Il liberalismo sostanziale è buono, il liberalismo formale è cattivo, come dimostrato dal nazismo. Questo è quanto sostiene la tesi di Hallowell.

La prima difficoltà che incontra è che, mentre è in grado di dare un esempio concreto delle cattive conseguenze del liberalismo formale, lo Stato nazista, non sembra capace di fornire un singolo esempio di liberalismo sostanziale in azione. Il liberalismo, sembrerebbe, fu significativo solo in Grotius, Adam Smith e Wilhelm von Humboldt. Cosa che è, in realtà, molto vicina al vero. Ma la seconda e principale difficoltà risiede nella nozione di Hallowell della base trascendentale della legge, una forma di assoluto dalla quale egli deriva l’idea piuttosto inquietante che il liberalismo sostanziale è contro il dispotismo, ma non necessariamente contro l’autocrazia. Questa “base trascendentale”, naturalmente, può consistere solo in qualche specie di volontà divina. Ma se c’è una volontà divina, allora non solo la legge, anche la ragione umana e la legge naturale con loro, diventano puramente formali. Infatti, da una volontà divina, si può solo far derivare la gerarchia divina e l’autorità (e l’autocrazia), non il liberalismo. Il liberalismo sostanziale perde la sua sostanza.
Che Hallowell non si sia reso conto della contraddizione inerente alla nozione di una legge naturale “garantita trascendentalmente”, si può spiegarlo solo con il fatto che egli assume come postulato incrollabile l’opposizione fra l’arbitrarietà dell’individuo e la suprema razionalità della Legge. Ma, ancora una volta, questa opposizione conduce direttamente al totalitarismo e non al liberalismo. Perché in quel caso non c’è un’altra definizione possibile della legge che non sia la volontà dello Stato, teocratico o meno.
Naturalmente, nella tradizione classica del liberalismo, la nozione di legge naturale è centrale. E il punto è che non la si può identificare né con la Ragione astratta né con la legge positiva. Deve avere un contenuto concreto, indipendente sia dalla volontà dell’individuo sia da quella dello Stato. Un contenuto, si potrebbe aggiungere, più sostanziale del concetto medievale dell’ordine naturale dell’universo stabilito dalla volontà divina, e inoltre più sostanziale della nozione per cui un singolo individuo è collegato agli altri individui per il semplice fatto della coesistenza fisica e della sottomissione alla stessa legge morale. È necessaria una terza nozione: quella di società, cioè individui che non solo vivono insieme ma che non sono concepibili se non nel contesto delle loro relazioni reciproche. La legge naturale o significa la legge naturale della società (jus societatis di Leibniz), o altrimenti è una pura astrazione, come sosteneva Hegel. E sebbene i teorici classici delle legge naturale fossero fortemente influenzati sia dalla concezione teorica di un ordine naturale sia dall’individualismo, ciò che c’è di originale nelle loro idee indica sempre una direzione nuova e diversa. Questo è evidente in una bellissima citazione da Adam Smith fornita dallo stesso Hallowell: “Sebbene ogni uomo possa, secondo il proverbio, rappresentare per se stesso il mondo intero, per il resto dell’umanità rappresenta la parte più insignificante. Sebbene la propria felicità possa avere per lui più importanza di quella di tutto il resto del mondo, per chiunque altro non è più importante di quella di qualsiasi altra persona”. Oltre ad essere un’elegante definizione dell’essenza della socialità, questo implica anche chiaramente l’idea che la società umana non permette alcun punto di vista privilegiato dal quale possa venire promulgata una legge che non sia quella derivata dalle relazioni reciproche che costituiscono la società.

Ecco finalmente un problema da prendere in considerazione. Lo stesso problema, se è per questo, che esiste in Grotius, Humboldt, Fichte, Mazzini e altri autori citati in questo libro. Se ci si fosse soffermato, Hallowell avrebbe persino potuto trovare le ragioni del “declino del liberalismo come ideologia” in qualche altra ragione che non fosse l’influenza perniciosa del Romanticismo e del Positivismo.

“Nicola Chiaromonte cittadino del mondo” – di Leo Valiani

L’Umanità, 1983

L’intellettuale ricordato recentemente a Roma -25 gennaio 1983. A dieci anni dalla morte dell’insigne studioso di cultura anglosassone, la rivista inglese “Survey” gli ha dedicato un numero speciale. Mercoledì 19 in un albergo di Roma è stato presentato il fascicolo speciale che la rivista inglese ‘Survey’ ha dedicato recentemente a Nicola Chiaromonte. La serata è stata organizzata dalla «Fondazione Turati». Giacomo Ascheri, a nome delia Fondazione, ha brevemente illustrato la figura e l’opera dello studioso che fu lungamente legato alla cultura inglese. Il fascicolo -edito a 10 anni dalla morte- raccoglie un ritratto critico di Enzo Bettiza intitolato «Cittadino del mondo», la storia dell’amicizia tra Chiaromonte e Andrea Caffi ricostruita da Gino Bianco e una scelta degli scritti di Chiaromonte tra cui un ritratto di Silone. Il fascicolo ospita anche un ricordo scritto dallo scrittore marsicano dopo la morte del condirettore di «Tempo Presente». Alla serata ha dato il suo contributo Francois Bondy che ha ricordato la radice fondamentalmente europea della cultura di Chiaromonte e il suo essere «naturalmente» immesso nel filone più vivo ed attuale di quell’impegno critico, in politica, che lo trova accomunato a Orwell, Malraux, Boll, Camus e Silone. Paolo Milano ha ricordato anche Simone Weil e l’attenzione che in Polonia e Cecoslovacchia si è dato al pensiero politico di Chiaromonte. Milano è giunto ad affermare che questo pensiero ha anticipato «Solidarietà». Pubblichiamo inoltre il messaggio che Aldo Garosci, impossibilitato ad intervenire, ha voluto scrivere in ricordo dell’amicizia che lo legò a Chiaromonte. L’articolo di Leo Valiani è tratto dalla introduzione agli Scritti politici e civili editi da Bompiani. (Paolo Cucchiarelli)

Chiaromonte non aveva nulla del Don Chisciotte, anche se Cervantes figurava fra gli scrittori che leggeva e rileggeva. I suoi autori andavano da Platone a Proudhon e a Ortega y Gasset. La mia formazione era, se così si può dire, più convenzionale: io avevo abbracciato, giovanissimo ancora, la linea Hegel-Marx-Croce-Gramsci e l’avevo appena integrata con la riflessione sulle critiche di Carlo Rosselli. Non ci trovavamo dunque facilmente d’accordo, nelle appassionate discussioni di Casablanca. Ci univa maggiormente il monito salveminiano. Chiaromonte, che alla dialettica hegeliano-marxista opponeva il rigore lineare dell’idealismo antico, apprezzava moltissimo, tuttavia, il coerente empirismo, oltre alla straordinaria purezza morale, di Salvernini. Negli Stati Uniti, durante e dopo la guerra, collaborò poi, politicamente, con Salvemini.
La lettura o rilettura degli scritti di Chiaromonte rivela come egli fosse precocemente pensoso sin da prima di lasciare l’Italia. Se nel 1925, a vent’anni, aveva già pubblicato qualche cosa sul Mondo di Giovani Amendola, gli articoli, che dal I932 al 1934 invio’ ai Quaderni di Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli, si distinguono per un’impostazione obbiettiva che precorre alcuni elementi del dibattito storiografico di quest’ultimi anni.
Chiaromonte non aveva dubbi circa la mediocrità spirituale del fascismo e la sua rozzezza morale. Ma avvertiva l’errore di tanti antifascisti che, per eccesso di disprezzo del nemico, finivano col perdere, specie in esilio, il senso delle difficoltà reali dell’opposizione e non si accorgevano dei propri errori.
Questi problemi, secondo il convincimento di Chiaromonte, andavano affrontati con spirito socialista e libertario e sul piano non nazionale, ma perlomeno europeo: europeo non nel senso che possano essere risolti dalle cancellerie dei paesi del vecchio continente (e neppure, aggiungeva, da quella americana) sibbene nel senso del sorgere d’una coscienza europea, supernazionale, fra i popoli, e per cominciare fra gli uomini che, mettendosi alla loro avanguardia, se ne vogliono fare banditori.
E’ facile constatare, retrospettivamente, che Chiaromonte, nel mentre prevedeva, sin dal 1933, in uno degli scritti che abbiamo citato, le future capitolazioni delle diplomazie francese e britannica davanti alle dittature aggressive del fascismo e del nazismo, sottovalutava l’urgenza della lotta politica volta ad indurre, attraverso l’agitazione e la propaganda fra le pubbliche opinioni, almeno qualcuno fra i governi democratici (che saranno, in definitiva, l’inglese e l’americano) a resistere con le armi alle immancabili aggressioni belliche già che la guerra sarebbe tornata e che bisognava prepararsi a farne la tomba del fascismo e del nazismo, anche se per intanto occorreva auspicare non la guerra stessa, bensì la coalizione delle forze di pace.
I dissensi che nel 1935 divideranno Chiaromonte da «Giustizia e Libertà» sono stati precisati da Garosci, nella sua Vita di Carlo Rosselli. Essi riflettevano anche la diversità dei temperamenti; prevaleva in Rosselli l’esigenza dell’azione e della lotta politica, e quella della meditazione in Chiaromonte.
Chiaromonte stesso aderiva, peraltro, alla concezione dell’antifascismo, che caratterizzava proprio Rosselli, scrivendo che occorreva farne «una questione analoga a quella che Mazzini riuscì a fare dell’unità italiana, una questione interessante tutti i valori dell’uomo, tutti i modi della vita, la cultura, l’economia, la politica, l’arte, sollevare contro il fascismo il senso della modernità così vivo (e così spesso traviato ad ammirare il più’ recente) nelle generazioni di giovani di tutti i paesi, rivoltare contro la tirannia tutti i valori delle rispettive tradizioni nazionali…»
Non si riuscì a farlo, se non in misura insufficiente. Il fascismo e il nazismo furono sconfitti, in guerra e in politica, ma la democrazia non si rinnovò radicalmente, nelle sue idealità e nella sua prassi. Ne vennero il successo, transeunte se si vuole, ma non, perciò, meno gravido di conseguenze, dello ”stalinismo’ e la diffusione del conformismo. Chiaromonte avversò coraggiosamente, instancabilmente, questo e quello, sfidando, in certi momenti, un isolamento più pesante di quello che gli antifascisti avevano dovuto sfidare durante il ventennio.
L’opposizione al diffondersi dello stalinismo fra gli intellettuali ebbe le sue più alte coscienze critiche in Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Aldo Garosci e Mario Pannunzio. Fu un’opposizione in nome della libertà e non nel segno della «guerra fredda» che imperversava indubbiamente, da una parte all’altra, ma dalla quale non bisognava lasciarsi strumentalizzare. Le annate del Mondo di Pannunzio e di Tempo presente, la rivista diretta da Silone e Chiaromonte, documentano la nobiltà della loro battaglia. Commisero anch’essi, come accade a tutti, qualche errore di valutazione, ma rimasero costantemente fedeli al vero e devoti agli autentici ideali della democrazia minacciata da vecchi e nuovi totalitarismi. Ancora sotto la dittatura fascista, Chiaromonte era stato fra coloro che sottolineavano come il totalitarismo in Italia fosse un lascito della Chiesa uscita dalla Controriforma; al clericalismo dilagante nel nostro paese nel 1948 e negli anni successivi, egli non fece alcuna concessione. Ma le falsificazioni staliniane diffondevano un oscurantismo che non era migliore, e che nell’URSS, e nei paesi ad essa soggetti, rappresentava l’accompagnamento di processi macabri e mostruosi e d’un regime di terrore, che s’abbatteva su milioni di persone. Può sembrare incredibile oggi che tanti intellettuali abbiano prestato fede ai grotteschi e orrendi falsi staliniani.
Ciò è accaduto, tuttavia, per lunghi anni, in paesi democratici, nei quali chiunque poteva accertare la verità, solo che volesse accertarla. Forse più che altrove, è accaduto proprio nell’Italia repubblicana, benché alcuni comunisti italiani, particolarmente colti ed avvertiti, lasciassero trapelare dei dubbi o delle esitazioni. Il ventesimo e il ventesimosecondo congresso del partito comunista dell’Unione sovietica, con le clamorose rivelazioni di Kruscev, dimostrarono che la verità non poteva essere nascosta indefinitamente. Gli uomini come Chiaromonte, che in difesa d’essa s’erano battuti, fra l’ostilità o l’indifferenza di molti, vedevano confermate le loro ragioni dal pulpito stesso dell’avversario.
«Gettate anche me su questo rogo, che io quelle storie le conosco a memoria», esclamò un romano antico, al veder dati in fiamme, per ordine del tiranno, i manoscritti d’un cronista. Ai nostri tempi, non tutti quelli che conoscevano la veridica storia di generazioni sepolte vive nell’URSS e altrove, han potuto essere sterminati. Dai loro ricordi è scaturita la primavera di Praga del 1968. Il suo soffocamento prova che la lotta non è ancora finita. Chiaromonte l’ha condotta fino all’estremo respiro della sua vita.
Morì com’era vissuto, senza aver mai ambito ricchezze od onori. Morì sul lavoro. «Povera e nuda tu vai, o filosofia», diceva il poeta. La filosofia di Chiaromonte, il convincimento della validità intima della Ragione, l’ha animato fino all’ultimo. «Dalla caverna», scriveva nel 1956, parafrasando Platone, «non si esce in massa, ma solo uno per uno, aiutandosi l’un l’altro».

“L’occidentalista eretico e il movimento per la libertà della cultura” di Massimo Teodori

Una Città, dicembre 2020-gennaio 2021
(Intervento alla presentazione dell’Associazione Amici di Nicola Chiaromonte, svoltasi il 12 dicembre 2020)

  1. La vita e l’opera di Nicola Chiaromonte sono state narrate con competenza e intelligenza nella biografia di Cesare Panizza a cui va il ringraziamento di noi tutti per avere riportato in auge uno dei più importanti intellettuali cosmopoliti italiani del Novecento. Con queste note vorrei solo illustrare un capitolo, tra i tanti, della figura di Chiaromonte, che a me pare tra i più significativi nella storia del Novecento, che mi piace intitolare “l’occidentalista eretico e la Libertà della cultura”.
  2. La storia del Novecento può essere affrontata con l’ottica delle grandi fratture che ne hanno connotato le vicende politiche e culturali, collettive e personali. A me pare che per il tema che qui andiamo trattando possiamo così schematizzarne le principali antinomie del secolo:
  • Fascismo vs. Antifascismo
  • Comunismo vs. Anticomunismo
  • Ragion di Stato vs. Coscienza individuale
  • Progressismo generico vs. Riformismo liberalsocialista
    Tenendo in mente queste antinomie è possibile individuare un filo che collega personalità, gruppi culturali, movimenti sociali, forze politiche e alcuni importanti “intellettuali civili” lungo il Novecento.
    è il filo che collega alcune personalità fedeli a un lato delle quattro antinomie, e cioè l’Antifascismo, l’Anticomunismo, la Coscienza individuale, il Riformismo liberalsocialista.
  1. è vero che Chiaromonte è stato estraneo a tutti gli “ismi”, che rifiutava il pensiero sistematico e le ideologie, tanto più se totalizzanti, che non si sentiva a suo agio in alcun movimento anche in quelli a lui più consoni… Eppure l’intera sua vita così variegata e operosa si dipana all’interno del perimetro disegnato da quel filo che collega un lato delle quattro antinomie. Pur rifuggendo da ogni definizione, Chiaromonte è l’antitotalitario antifascista e anticomunista schierato con l’Occidente delle libertà individuali -per questo “occidentalista”- che però segue la propria coscienza senza mai assecondare la ragion di stato o di partito e per questo è, al tempo stesso, sempre fedele al proprio campo ma anche “eretico” pure nelle grandi fratture dell’Occidente.
    Negli anni Trenta è con Giustizia e Libertà, la quintessenza delle contraddizioni del riformismo “occidentale”, ma se ne allontana quando il movimento è contaminato dall’unità d’azione antifascista con i marxisti del fronte popolare che non ama. Nel momento cruciale della frattura della sinistra, tra comunisti e libertari, in Spagna, va con Malraux (e con Orwell, Rosselli e Pacciardi) il più occidentale di tutti i combattenti repubblicani. A Parigi la sua comunanza personale è con gli eretici della sinistra: non solo con Andrea Caffi ma anche con il “fratello anziano” Angelo Tasca, con Mario Levi e Aurelio Natoli. Inquieto come sempre non è organico ad alcuno dei vecchi partiti in esilio come il socialista e il repubblicano, e neppure con il libertarismo militante. Dopo Caffi e Tasca, trova la comunanza politica e intellettuale con l’altro grande eretico occidentale, il resistente non comunista Albert Camus.
    Quando arriva negli Stati Uniti e Randolfo Pacciardi cerca di raggruppare una brigata antifascista per combattere il fascismo in Italia, Gaetano Salvemini gli scrive di prendere come braccio destro proprio il giovane Chiaromonte.
  2. è solo negli Stati Uniti dal 1941 al 1948 che il cerchio politico-culturale integralmente occidentalista e integralmente eretizzante di Nicola si chiude nell’ambito di quelle amicizie, collaborazioni e intraprese intellettuali che segnano il momento culminante della sua piena maturità politico-culturale. Nella galassia dei radical americani, ex comunisti, ex trotskisti, libertari, socialisti, democratici e liberal, non ha dubbi su come scegliere coloro che gli sono più affini. Non i realisti anticomunisti radical e liberal tutti protesi alla Guerra fredda culturale con i quali pure condivide la collaborazione in “Partisan Review”, ma gli eccentrici-utopisti con i quali dà vita alla nuova rivista “Politics” e collabora con “Liberation”: primo tra tutti Dwight Macdonald e Hannah Harendt, Mary McCarthy, Paul Goodman, e ancora Irving Howe e C. Wright Mills. Quando tutti insieme, realisti e utopisti, contestano il raduno del Waldorf Astoria organizzato dai filo-comunisti per infiltrare gli intellettuali americani in funzione filo-sovietica nella Guerra fredda, Chiaromonte scrive a Mary McCarthy di guardarsi da Sidney Hook -anticomunista pronto a piegarsi alla ragion di Stato americana per combattere i russi- per i suoi ambigui contatti. L’episodio significativo di quel che Chiaromonte rappresenta nel cosmopolitismo occidentale della Libertà della cultura è l’iniziativa rivolta al partner Macdonald per pubblicare nel 1947 su “Politics” il saggio di Albert Camus “Ni Victimes ni Bourreaux” apparso un anno prima in Francia su “Combat”, saggio che, a mio parere, costituisce il punto di partenza di quella nuova sinistra che prende le distanze dal marxismo e dal comunismo alzando la bandiera della “conciliazione della lotta per una società più giusta con il rispetto della vita umana”. è il pamphlet incentrato su libertà, coscienza e verità disprezzato dall’intellighenzia italiana di sinistra che in seguito ho pubblicato io stesso come documento introduttivo del mio libro New Left: a Documentary History, apparso nel 1969 negli Stati Uniti e l’anno successivo in Italia.
  3. Non si deve nascondere che Chiaromonte con il suo anticomunismo era a tutti gli effetti un Cold War Warrior. Ma un “guerriero non-guerriero” del tutto particolare, vale a dire un occidentalista dalla figura singolare anche tra gli intellettuali politici della sua parte nel suo tempo. Se per un eretico per vocazione come Nicola è lecito usare l’espressione, direi che l’unica casa in cui si accasò dagli anni Quaranta per due decenni fu la Libertà della cultura. In quella casa Nicola giunse però con la sua tenda che portava sempre intorno a sé anche quando ebbe responsabilità nell’organizzazione, fosse l’organismo internazionale, il Congress for Cultural Freedom (1950), o l’Associazione italiana per la libertà della cultura (1951), o la rivista “Tempo Presente” (1956) di cui fu direttore insieme a Ignazio Silone.
    D’altronde quell’organizzazione, nata e sviluppatasi per la convinta volontà degli intellettuali antitotalitari con il sostegno delle istituzioni pubbliche e private degli Stati Uniti, non nacque forse per contrastare la propaganda comunista tra gli intellettuali occidentali decisa al congresso degli scrittori sovietici dell’agosto 1948 (in Slesia) da cui erano derivati i Partigiani della pace e il meeting del Waldorf Astoria a New York? Quando un centinaio di personalità -liberali, democratiche, socialiste occidentali, cattoliche, indipendenti- costituirono il 1° dicembre 1951 l’Associazione Italiana per la Libertà della cultura (Ailc), il loro Manifesto degli intellettuali italiani così ne enunciava i principi: “Noi riteniamo che il mondo moderno può proseguire nel suo avanzamento solamente in virtù di quel principio di libertà di coscienza, del pensiero, dell’espressione, che si è faticosamente conquistato nei passati secoli …”.
  4. Che bisognasse combattere la guerra fredda culturale, ragione per cui nacque il Congress for Cultural Freedom era una idea alla radice del pensiero di Chiaromonte, espresso con limpidezza nell’opuscolo “Il tempo della malafede – il comunismo e gli intellettuali” pubblicato originariamente dall’Ailc nel 1952: “Il comunista dilettante è un oggetto degno di qualche studio. Mentre nel comunista militante, infatti, la malafede essenziale nell’epoca nostra si presenta già duramente forgiata in un’arma di difesa e d’offesa, nel comunista dilettante, invece, essa si trova allo stato libero, e, per così dire liquido, in una miscela umanamente torbida”. Era proprio quello il cuore del problema politico-culturale che, all’inizio degli anni Cinquanta, aveva contrapposto Albert Camus a Jean Paul Sartre, sostenitore dell’intellettuale “engagé” accanto al partito (comunista), in una polemica che vide Nicola solidale con il suo fraterno amico Albert. Chiaromonte entra nel comitato esecutivo internazionale del Congress come supplente di Silone, pur con l’opposizione di Arthur Koestler, partecipando così a tutti i lavori di vertice insieme a Raymond Aron, Stephen Spender, Nicolas Nabokov, Denis De Rougemont. Quindi costituisce nel 1951 con Ignazio Silone l’Associazione italiana per la libertà della cultura, e poi fonda nel 1956 “Tempo presente”, come l’ultima rivista della catena della Libertà della cultura, di cui resterà direttore per dodici anni fino alla chiusura. La sua cifra, tuttavia, è di mantenere “Tp” autonoma dalle altre riviste del Congresso internazionale anche nel finanziamento che all’inizio si giovò del sostegno di Adriano Olivetti, tra i promotori dell’Associazione. L’autonomia della rivista apparve anche con la pubblicazione di saggi e articoli fortemente critici dell’americanismo bellico, della guerra del Vietnam e della cieca tecnocrazia americana firmati da Dwight Mcdonald e Mary McCarthy e molti altri dissidenti americani. Negli anni successivi partecipa, nel 1960 a Berlino, al Congresso per il decennale della Libertà della cultura dove sono presenti come “patroni” del movimento Willy Brandt, Isaiah Berlin, Hugh Gaitskell, e per la delegazione italiana Adriano Olivetti, Altiero Spinelli e Carlo Antoni insieme a Silone e Chiaromonte. Nicola continua negli anni Sessanta a tenere in piedi la rivista con un carattere decisamente indipendente malgrado le divergenze, non politico-culturali ma caratteriali, con Silone, fino a quando, nel 1968, affrontando una riflessione sulle rivolte giovanili, la rivista cessa le pubblicazioni per decisione dei due responsabili.
  1. Chiaromonte e Silone, Silone e Chiaromonte: che cosa rappresentò la coppia che procedette affiancata sulla scena pubblica e nella vicenda della Libertà della cultura. Nonostante tra i due non vi fosse quell’amicizia che aveva legato Nicola a Caffi, a Mcdonald, a Camus e a Mary McCarthy, il vincolo di stima e l’accordo politico-culturale nella coppia sulla scena pubblica fu solido e non controverso. è Silone a volere Chiaromonte nel 1950 al vertice del Congresso internazionale come suo supplente imponendolo a Koestler, capofila della linea integralista dell’anticomunismo, ed è Chiaromonte a spingere Silone ad abbandonare l’impegno politico diretto di partito che aveva condotto lo scrittore abruzzese a guidare il piccolo partito Socialista unitario (“né con il Pci né con la Dc”) per dedicarsi esclusivamente alla politica culturale dell’Ailc e alla scrittura. Ed è ancora Chiaromonte, quando scoppia l’affaire Cia dei finanziamenti tramite fondazioni americane, che scrive nel 1966 a Dwight Macdonald che i vertici organizzativi -gli uomini provenienti e in contatto con l’intelligence Usa già nella guerra antinazista, Michel Josselson, Melvin Lasky e Thomas Braden- “dovrebbero essere orgogliosi di poter contare su persone come Silone e me, che non sono agenti Cia e fanno una rivista decente”. Nell’universo della Guerra fredda non solo culturale, Silone e Chiaromonte rappresentano nel Congress for Cultural Freedom non solo quella che è stata chiamata l’”ala sinistra”, ma anche i capifila del gruppo degli intellettuali integralmente occidentalisti non disposti ad accettare, proprio in nome della Guerra fredda, la ragion di Stato degli Stati Uniti e, in suo nome, l’unità anticomunista con i maccartisti e neppure con i liberali fedeli alla logica di potenza del blocco atlantico. Lo scontro tra l’ala guidata da Silone e quella guidata da Koestler su questo punto iniziò già al Congresso di costituzione di Berlino del 1950 in cui emersero le due diverse maniere di intendere l’anticomunismo: da una parte la voce di Koestler sostenuto da Lasky e Brown e da gran parte della delegazione tedesca e, dall’altra, le idee di Silone, fedele alla sua vocazione di socialista cristiano (Habeas Animam), in accordo con buona parte della delegazione francese e inglese. Nei due scrittori, l’ungherese e l’italiano, entrambi ex-comunisti, si specchiavano le opposte anime che convissero nel movimento per la Libertà della cultura che per un quindicennio combatterono in Europa l’egemonia comunista tra gli intellettuali organizzata dai “partigiani della pace”.
  1. Mi sembra storicamente onesto e moralmente doveroso per noi, amici di Chiaromonte, consapevoli della grande diversità delle due personalità, non scindere però le vicende di Nicola Chiaromonte da quelle di Ignazio Silone, pur nel rispetto delle opere, dei sentimenti e degli atteggiamenti dei due pilastri dell’ala libertaria della Libertà della cultura. In Italia è stata messa in atto una campagna diffamatrice di Silone e del Congresso per la libertà della cultura del cui vertice era parte integrante Chiaromonte, improntata, a mio parere, all’ignoranza del contesto storico dei fatti che si trattano e alla volontà di piegare singoli episodi a un’interpretazione utile allo scandalismo mediatico. Ne sono stati protagonisti alcuni sedicenti storici e giornalisti (con gli scritti di volta in volta centrati su Silone “informatore della polizia”, “spia” dei fascisti e degli americani, e Libertà della cultura organo della Cia) giunti perfino a interpretare la vicenda di Silone in chiave pan-omosessuale.
    Il dato di fatto dell’affaire Cia/Libertà della cultura rivelato dal “New York Times” nel 1966 è che per combattere l’offensiva comunista nel mondo intellettuale occidentale durante gli anni postbellici, negli Stati Uniti si mobilitarono molteplici personalità, gruppi e istituzioni di diverso tipo. Accanto al Dipartimento di Stato e alla Cia (già Oss) c’erano le fondazioni a vocazione democratica, i grandi sindacati classici come l’American Federation of Labor di Irving Brown o riformatori come l’Union of Auto Workers dei fratelli Walter e Victor Reuther, i sindacalisti italoamericani Luigi Antonini e Augusto Bellanca, c’erano gli uomini delle reti antinaziste nate con l’Office of Strategic Services (Oss) che aveva reclutato il fior fiore degli intellettuali liberali e di sinistra contro il nazismo facenti capo ad Allen Dulles, basato a Berna per coordinare la resistenza nei paesi europei (a cui si rivolsero nella lotta antifascista anche gli italiani Ferruccio Parri, Altiero Spinelli, Adriano Olivetti, Raimondo Craveri, e il futuro papa Montini a nome del Vaticano) e, qualche anno più tardi, gli esperti della guerra psicologica che avevano fronteggiato a Berlino il blocco sovietico.
  2. è su questo sfondo che vanno interpretati gli intellettuali delle diverse famiglie politico-culturali che dettero vita e confluirono nella Libertà della cultura, il pilastro occidentale della guerra fredda culturale: gli ex-comunisti degli anni Trenta oppositori del nazifascismo, i resistenti che si erano battuti all’insegna dell’antitotalitarismo, i reduci dalla Spagna libertaria, i deportati dai nazisti, i nuovi federalisti europei, i dissidenti est-europei scampati ai lager sovietici, gli intellettuali americani dai liberal ai radical agli ex trotskisti, e anche ex membri dell’amministrazione federale statunitense durante la seconda guerra mondiale che, per i loro legami, assunsero un ruolo organizzativo e propulsivo centrale nel Congresso internazionale per la Libertà della Cultura, ma che in nulla condizionarono l’ala italiana dell’Ailc guidata da Silone e Chiaromonte.
    Si può sostenere, come hanno fatto alcuni sedicenti storici, che le grandi personalità che patrocinarono a pieno titolo la Libertà della cultura impegnando il loro nome, Bertrand Russel, Julien Huxley, Leon Blum, Raymond Aron, Carlo Schmid, John Dewey, Eleonor Roosevelt, Arthur Schlesinger, Salvador De Madariaga, Jacques Maritain, Benedetto Croce, Wilhelm Roepke, furono tutti strumentalizzati al soldo della Cia?
  3. Messo a punto questo quadro storico, devo concludere che Nicola Chiaromonte in quella che fu la sua principale collocazione nella massima indipendenza, autonomia e intransigente moralità personale negli ultimi due decenni di esistenza, cioè la Libertà della cultura, non può essere sfiorato neppure lontanamente dalle strumentali accuse rivolte alle riviste della galassia della Libertà della cultura tra cui “Tempo presente”.

“Chiaromonte, l’America e “l’etica del limite” nell’età dell’estremismo” – di Gregory Sumner

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell’altra tradizione, 3, Una città, 2006

Sono onorato di essere qui oggi a condividere alcune riflessioni su Nicola Chiaromonte, eroica figura antifascista della “Generazione della Resistenza”, la vita e l’opera del quale, saranno presto, così spero, celebrate e studiate con maggiore ampiezza sia in Italia, suo paese natale, che in altri paesi. Nello specifico, vorrei parlarvi dell’impatto che Chiaromonte ebbe su un gruppo influente di americani mentre si trovava in esilio a New York negli anni ’40. Il suo umanesimo, che lasciò una traccia così profonda, fu il frutto di una dura esperienza di vita durante l’era di Hitler e Mussolini e delle ideologie che giustificarono il genocidio durante la seconda guerra mondiale; rappresentò la speranza che potesse esistere un’alternativa, che la giustizia, il dialogo e l’idea di comunità fossero ancora praticabili pur nell’ombra dell’Olocausto e di Hiroshima. Io sono convinto che le idee di Chiaromonte, fondate sul principio etico classico del “limite”, siano più attuali che mai oggi, a trent’anni dalla sua morte, non solo per gli americani, ma per molti altri che fanno parte della comunità globale, specie in quest’epoca caratterizzata dall’estremismo e dagli abusi di potere.

  1. Ho scoperto Nicola Chiaromonte una decina di anni fa, mentre facevo ricerche per la mia dissertazione di dottorato: uno studio sulla figura del dissidente newyorkese Dwight Macdonald, giornalista e critico. Macdonald era un membro del gruppo della “Partisan Review” che nel 1930 si occupava di marxismo -prima che le purghe di Stalin lo inducessero a rifiutarne le pretese utopistiche. Macdonald mi interessava in quanto il più vivace, iconoclasta -e quindi meno datato- degli intellettuali newyorkesi di quel periodo. Chiaromonte una volta lo descrisse affettuosamente come un’”intelligenza libera”, “un americano vecchio stile, un individualista esuberante e ricco di immaginazione”, come da miglior tradizione del paese che, per carattere e convinzioni, risultava incapace di ortodossia ideologica (questo andava con l’idea di Chiaromonte che “nessuna ideologia preconfezionata poteva avere presa sulla realtà americana”). Altri furono meno indulgenti sulle eccessive esuberanze di Macdonald. Un esasperato Leon Trotsky, alla fine degli anni ’30, mentre rifiutava con rabbia le domande sugli esordi sanguinosi della Rivoluzione bolscevica, commentava il suo atteggiamento con queste parole rimaste famose: “ognuno ha diritto alla propria stupidità ma il compagno Macdonald abusa di questo privilegio”. All’interno dell’atmosfera di conformismo patriottico e di autocensura che caratterizzò l’entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, Macdonald fu uno dei pochi che rifiutò di mettere a tacere le sue facoltà critiche. Nel 1944 aveva lasciato la “Partisan Rewiew” per mettere in piedi un proprio giornale di opinione, chiamato semplicemente “Politics”, che doveva servire come forum di discussione sulle politiche degli stati alleati, per dar voce ai rifugiati europei e ai veterani della Resistenza e per incoraggiare il dialogo fra le alternative democratiche alle potenze militarizzate che, come giustamente aveva predetto, si sarebbero trovate l’una di fronte all’altra dopo la fine della guerra.
    Fu durante questo periodo di sperimentazione che Macdonald incontrò e divenne amico di Nicola Chiaromonte, nuovo ingresso nella crescente comunità di esuli a New York. L’influenza fu immediata e così totale da far dire in seguito a Macdonald che la rivista “Politics” era “una coproduzione italo-americana”. Anche la scrittrice Mary McCarthy entrò a far parte di questo gruppo di amici. Per lei “parlare con Chiaromonte fu un’esperienza nuova e così stimolante che non si esaurì mai”. McCarthy ricordava con particolare tenerezza le discussioni dell’estate ’45 su Shakespeare, Tolstoj e la misteriosa scrittrice contemporanea Simone Weil, durante una vacanza a Cape Cod la cui tranquillità fu distrutta dalla notizia della bomba atomica. Chiaromonte ammirava l’apertura e l’entusiasmo dei suoi amici americani che, a loro volta, erano affascinati dalla calma saggezza, dalla profondità e dalla “serietà” di “questo bell’uomo, scuro di pelle, che sembrava un monaco”.
    Come altri esuli del gruppo Macdonald-McCarthy, legati alla rivista “Politics” (importante era la presenza di Hannah Arendt), Chiaromonte aveva portato con sé il peso di anni di lotta al fascismo e alle sue orribili conseguenze. La maggior parte di voi conosce la sua storia. Nato nel 1905 nel sud, nella cittadina di Rampolla, Chiaromonte non perse mai l’amore per la forza, la dignità e l’innato anarchismo dell’ambiente contadino che l’aveva circondato nei suoi primi anni. Durante gli studi a Roma, presso i gesuiti, preferì l’umanesimo classico alle astrazioni teologiche in voga allora, sia cattoliche sia marxiste. Seguì l’esilio da Mussolini a Parigi, sotto la tutela di Andrea Caffi e del gruppo “Giustizia e Libertà”, e la pericolosa partecipazione alla guerra di Spagna con André Malraux. Il saggio di Chiaromonte che rendeva omaggio all’idealismo dei repubblicani a fianco dei quali aveva combattuto apparve nel 1939 negli Stati Uniti sulla rivista “Atlantic Monthly”.
    “Stando insieme a queste persone talvolta uno ha l’impressione di essere in mezzo a tanti Patrick Henrys (eroe della rivoluzione americana del 1776, Ndr) -scriveva Chiaromonte- ‘Libertà o morte’ sembra essere il motto generale. Essi hanno in comune l’urgenza di liberare il mondo intero dalla minaccia fascista e questo spesso si esprime col darsi delle arie e assumere degli atteggiamenti. Ma c’è anche la fede, una fede fanatica fondata su un concetto semplicissimo: un paese libero e una società fatta di persone oneste, che non debbano patire la fame né vestire di stracci. Esiste qualcosa di più semplice di tutto questo?”.
    Poi venne quella che Chiaromonte definì “l’ora zero dell’umanità”, ovvero le prime sconvolgenti vittorie della guerra-lampo nazista. Con la caduta di Parigi nella tragica primavera del 1940 Chiaromonte fu costretto a scappare di nuovo, perdendo la sua prima moglie durante il difficile viaggio verso sud, ma traendo un po’ di conforto dalla generosità e dalla resistenza degli amici rifugiati in quelle comunità improvvisate.
    “A Toulouse c’erano degli amici, c’erano compaesani che parlavano il proprio dialetto, c’erano gli amici degli amici; un uomo poteva trovare un letto e qualcosa da mangiare. Arrivavano da ogni luogo: dalle loro case, da reggimenti stranieri, da gruppi di lavoro forzato, da campi di concentramento, dalla Lorena, dall’Alsazia e anche dai sobborghi di Parigi, dal Belgio e finanche dall’Inghilterra, via Dunkerque… Ci stringevamo tutti intorno ad un tavolo in uno scantinato distrutto e non c’era mai posto a sufficienza né al tavolo né a sedere. Dal più abissale sconforto risorgevano gli spaghetti e si organizzava la mensa. Sulla più elementare delle basi comuni -ovvero la necessità di mangiare- nasceva una piccola comunità o piuttosto si formava una famiglia alquanto composita”.
    La sua destinazione successiva fu il Nordafrica, dove nel 1941 incontrò Albert Camus, con cui avrebbe condiviso molte affinità artistiche e politiche. Chiaromonte ricordò l’intensità dell’incontro con Camus e con la sua “famiglia” di compatrioti algerini: “Hitler aveva appena occupato la Grecia e la svastica sventolava sull’Acropoli -scriveva-. Soffrivo di una nausea continua per questi avvenimenti. Ma solo e sradicato com’ero, in quel momento ero l’ospite di questi giovani. Per conoscere veramente il valore dell’ospitalità uno deve essersi trovato solo e senza casa”.
  2. Chiaromonte portò tutte queste esperienze con sé quando finalmente arrivò alla salvezza in America, dando inizio ben presto al sodalizio con l’instancabile Dwight Macdonald. Ebbe una grandissima influenza sulla rivista “Politics” di Macdonald proprio nel modo di affrontare la violenza delle ultime fasi della guerra e, più tardi, cercando di articolare una “terza via” di opposizione post-marxista nella prima fase della Guerra fredda. Condannò l’ideologia della “responsabilità dei popoli”, la nozione disumana della colpa collettiva, del “noi contro loro”, che faceva sì che i civili diventassero obiettivi legittimi di armamenti da giudizio universale (che già allora includevano le opzioni nucleari). Introdusse i lettori della rivista al pensiero di Simone Weil, la cui riscoperta della concezione greca del “limite” sembrava arrivare al momento giusto per essere applicata al rinnovato estremismo ideologico. La Weil, come anche Chiaromonte, rifiutava ogni schematismo -specialmente il determinismo marxista e la fede dell’Occidente nel “progresso” materiale- che trasformava gli individui in unità disponibili per un grande calcolo storico, a giustificazione dell’uso cieco del potere. Chiaromonte capì molto bene come la Weil avesse colto l’aspetto malato della modernità, l’”hubris” di quella che lei chiamava la nostra “era tecnologica che si autocelebra”. “I concetti del limite, della misura, dell’equilibrio che dovrebbero determinare la condotta della nostra vita -scriveva con parole che sono valide oggi come allora- nell’Occidente sono relegati ad una funzione servile nel vocabolario della tecnica”.
    Chiaromonte, inoltre, presentò le idee di Albert Camus a Macdonald e ai lettori americani della rivista. Quando Camus arrivò a New York per una lunga visita nella primavera del 1946, Chiaromonte lo accolse al suo arrivo al molo. Si trovarono d’accordo sull’impegno a non diventare “né vittime né carnefici” in tempi di violenta polarizzazione e Chiaromonte registrò con approvazione il monito di Camus alla Columbia University: “il veleno di cui era impregnato Hitler (rimane) presente in ciascuno di noi”.
    Le parole di Camus continuano a risuonare ancor oggi: “Viviamo nel terrore perché la persuasione non è più possibile, perché non riusciamo più a tirar fuori quella parte di noi che recuperiamo contemplando la bellezza della natura e dei volti umani, perché viviamo in un mondo di astrazioni, scrivanie e macchine, di idee assolute e di rozzo messianesimo. Soffochiamo in mezzo a questa gente che pensa di avere assolutamente ragione sia rispetto alle loro macchine che alle loro idee. E per tutti coloro che riescono a vivere solo in un’atmosfera di dialogo e socialità fra gli uomini, questo silenzio è la fine del mondo”.
    Chiaromonte lavorò con Camus alla fine degli anni ’40 per costruire una cultura cosmopolita del “dialogo e della socialità” che operasse “al di fuori” delle istituzioni ufficiali, governo e partito, fuori dalla politica convenzionale, attraversando le frontiere indurite delle nazioni e delle ideologie nei primi giorni della Guerra fredda. Queste idee descritte da Gino Bianco come “il pensare al di fuori della politica” dovevano molto al mentore di Chiaromonte, Andrea Caffi, che aveva parlato di creare “una società nella società”. E’ un approccio ricorrente nella nostra storia: per esempio in Polonia, dove Chiaromonte veniva letto ed ammirato durante le repressioni degli anni ’70 e ’80, e il dissidente Gÿorgy Konrad lanciò un appello molto simile alla solidarietà internazionale spontanea, dichiarando che “coloro che pensano violano le frontiere”.
    Con l’aiuto di Macdonald, Mary McCarthy e altri intellettuali newyorkesi alla ricerca di una “terza via”, fuori dalla minaccia di una terza guerra mondiale, Chiaromonte co-produsse “Europe-America Groups”, un progetto che prevedeva l’invio di aiuti materiali e incoraggiava la creazione di reti di comunicazione e solidarietà oltre l’Atlantico (cosa che allora, senza gli aerei, i satelliti e internet costituiva un problema per la grande distanza).
    Chiaromonte ritornò in Europa nel 1947, insieme alla moglie americana Miriam, e lavorò come punto di collegamento di questo progetto che ancora oggi, nonostante sia stato definitivamente chiuso, è un modello per i movimenti transnazionali impegnati per la pace e la democrazia. Al momento della partenza da New York, Macdonald (che aveva dato ad uno dei suoi figli il nome di Chiaromonte) riassunse così l’impatto che l’italiano aveva avuto su di lui: “Ho imparato molto da te, Nick, e tu hai cambiato interamente le mie idee (tu e la bomba atomica)”.
  3. Nei successivi venticinque anni Chiaromonte, Macdonald e Mary McCarthy mantennero i legami d’amicizia, scambiandosi visite e corrispondendo su tutto, dalle cose personali alle controversie politico-letterarie del momento. Ho avuto il piacere voyeuristico di leggere gran parte di questa documentazione dattiloscritta, che viene conservata nei “Macdonald Papers” all’università di Yale e all’archivio McCarthy presso il Vassar College, e il calore e l’intimità del loro rapporto brilla oltre il tempo e la distanza. Chiaromonte apprezzava molte cose dell’America, ma confessava di sentirsi meglio a casa dopo tanti anni all’estero. “L’Europa si trova in uno stato disastroso -scriveva a Macdonald nel 1947- ed intellettualmente non è molto interessante, pur tuttavia l’Europa è una società, strade alberate, cose strane e belle, mentre per me New York vuol dire qualche amico qua e là, molto cemento ed un’incredibile… mancanza di qualità in tutto”.
    Per un breve periodo Chiaromonte visse in Francia, lavorando presso la sede dell’Unesco di Parigi, ma trovò piuttosto demoralizzante quella routine “vuota ed assurda” della vita burocratica. “Così mi trovo qui -scriveva in un’altra lettera a Macdonald lamentandosi- a fare poco o niente ma… legato agli orari d’ufficio, ai discorsi idioti da camicia inamidata, con la sensazione di perdere giorno dopo giorno il controllo sulla mia vita e sul mio cervello…”.
    Finalmente, nel 1953, i Chiaromonte arrivarono a Roma, dove Nicola trovò lavoro come critico per il settimanale “Il Mondo” diventando, a metà degli anni ’50, coeditore con Ignazio Silone del giornale “Tempo presente”.
    Nicola, Dwight e Mary mantennero ostinatamente la propria autonomia critica anche nei giorni più “frigidi” della Guerra fredda. Condannarono i crimini dello Stato sovietico, ma contemporaneamente misero in evidenza i limiti dei sistemi occidentali. Ben presto, per esempio, si resero conto dell’assoluta follia della guerra americana in Vietnam. “C’è qualcosa di particolarmente nauseante nella brutalità americana -scriveva Chiaromonte a Macdonald nel 1965- non solo perché si accompagna ad un discorso ipocrita sulla democrazia, sulla libertà e sulla pace ma anche perché è così scoperta, cruda, così fine a se stessa, un gioco, una questione tecnica”.
    A proposito degli architetti della guerra osservava: “Potere, potere, potere. Non gli viene neppure il sospetto che il potere possa essere speso molto più velocemente e male dei soldi?”.
    Richiamando la Simone Weil dei due decenni precedenti, Chiaromonte metteva in guardia sulla possibilità che l’impresa avesse un esito disastroso per gli Stati Uniti poiché andava incontro a quel tipo di “punizione meritata” causata “dalla corruzione, dalla brutalità e dalla volgarità che si manifestano nello stesso momento in cui il potere viene usato come fine a se stesso”. Nello stesso tempo, tuttavia, lamentava che gli europei, così come altri paesi, guardassero allo stile tecnocratico americano con invidia e paura al contempo. In discussione c’era la definizione della vera identità americana e il suo ruolo nel mondo. In una lettera del 1965, Chiaromonte concludeva: “C’è una questione che ha a che fare con la guerra del Vietnam ed è stabilire che tipo di America si vuole. Se si vuole un’America superpotente, super ricca, supermeccanizzata, completamente tecnologicizzata e programmata elettronicamente e che corrisponde a quello che alcuni vorrebbero, … allora (il Presidente) Johnson ha ragione… ma se uno pensa che il potere dell’America debba avere un significato e uno scopo completamente diversi e che l’imperialismo sia del tutto estraneo alla sua natura, perché si fonda su un processo di ‘espansione naturale’ e non di forza militare, allora si deve essere fermamente decisi e contrari a qualsiasi discorso di ‘prestigio nazionale’ o di ‘salvare la faccia’ o di propria convenienza”.
    Nel 1966 Chiaromonte fece una serie di conferenze all’Università di Princeton conservate nel volume The Paradox of History (trad. it. Credere e non credere) in cui riassumeva la sua critica all’assolutismo ideologico e all’abuso di potere che ne derivava. Chiaromonte ancora una volta rifiutava le scuole di pensiero -marxista, liberale o conservatrice- che sacrificavano il popolo per realizzare i grandiosi schemi del “Progresso”, salvo poi inondarli con la sanguinosa “rappresentazione spettacolare” della guerra. In scrittori come Stendhal e Tolstoj, come pure nella poesia epica greca, Chiaromonte trovava una conferma di come l’impulso a imporre razionalità, leggi consolidate, storie di eroi o un senso di “unità finale” sulla “molteplicità inesauribile” dell’esperienza umana si rivelasse una delusione irrispettosa, condannata al fallimento e a periodiche catastrofi, come dimostrato dagli sconvolgimenti del XX secolo. Il potere e la forza devono essere usati con limitazione, riconoscendo i limiti della conoscenza umana. In realtà, dal suo punto di vista, queste limitazioni costituiscono la base della nostra autonomia.
    Chiaromonte scriveva: “Se riuscissimo a conoscere tutte le conseguenze delle nostre azioni, la storia non sarebbe nient’altro che un intreccio armonico ed idilliaco di volontà libere o lo svolgersi infallibile di un disegno razionale. Così non faremmo altro che agire sempre razionalmente ovvero non agiremmo proprio dal momento che non faremmo altro che seguire uno schema sterile e prestabilito. In questo modo però non saremmo liberi. Ma noi siamo liberi, e questo significa letteralmente che non sappiamo quello che stiamo facendo”.
    E’ importante notare che Chiaromonte riscontrava questa “hubris”, questa pericolosa “volontà di potere”, non solo all’interno di ideologie politiche rigide, ma anche nella fede dell’Occidente in un inevitabile progresso materiale, con relativo consumismo e feticismo tecnologico, e nel “culto dell’auto, della televisione e della prosperità derivata dalle macchine”. Questo modo di vivere si fonda su una visione molto impoverita dell’individuo come “animale completamente dedito alla soddisfazione dei propri appetiti e ad una illimitata autoesaltazione”. In un mondo di tal fatta, la cultura diventa “parte di una ricerca mortifera e automatica della novità”, con le persone che si muovono superficialmente “da una vanagloria all’altra, da sazietà a sazietà, di noia in noia”. Chiaromonte illustra l’alienazione con un esempio della vita di tutti i giorni: “L’immagine che più colpisce in questa inflazione egomaniacale dell’individuo prodotta dall’estensione indiscriminata del potere fisico nella società moderna è il volto di un uomo al volante. Tutto teso nello sforzo di sostenere il peso ed il prestigio del potere a sua disposizione, procede con arroganza a tutta velocità, prepotente e sprezzante di qualsiasi cosa lenta o ferma: ha tutto l’aspetto di un essere… soprannaturale”.
    (Ci si può solo immaginare cosa direbbe oggi Chiaromonte delle nostre autostrade americane e dell’”inflazione egomaniacale” di automobilisti che sfrecciano aggressivi in Suv dopate “dominati” da cellulari e da stereo a tutto volume). Per contrastare questo clima di paura e di egoismo, Chiaromonte proponeva una cultura dell’umiltà, della proporzione, della limitazione, del “limite”, basata sul dialogo e sul rispetto reciproco. Altrimenti “diventiamo stranieri nella nostra società, niente più che unità numeriche all’interno di un calcolo trascendentale”.
  4. Nei suoi ultimi anni Chiaromonte si trovò in disaccordo, talvolta anche aspro, con i suoi amici americani, Macdonald e McCarthy, ma l’amore e l’amicizia fra loro non venne mai meno. Per esempio, criticò severamente Dwight Macdonald per quello che giudicò un appoggio insensato ai manifestanti della Nuova Sinistra alla Columbia University nel 1968. Mentre capiva la protesta contro un “Establishment” corrotto ed autocratico, Chiaromonte trovò le ribellioni studentesche di quell’anno “sterili” ed inconcludenti, troppo spesso caratterizzate da slogan insignificanti e gratificazioni immediate e che riproducevano il nichilismo delle istituzioni contro cui erano dirette. Ancora una volta si trattava di una questione di proporzioni, misura, limite. Chiaromonte paragonava il fermento nell’Europa dell’Est, che ammirava, ai sussulti messianici dell’Occidente. “La libertà che stanno chiedendo gli studenti polacchi è una sfida chiara e precisa ad un regime chiaramente oppressivo, mentre lo ‘scontro generale’ di cui parlano gli studenti italiani e tedeschi è una formula tanto generica quanto violenta”. Il “rifiuto totale” teorizzato da molti manifestanti costituiva per Chiaromonte una strada senza sbocco, “una ribellione contro tutto e contro nulla”.
    Scrivendo a Mary McCarthy in questo periodo, Macdonald si preoccupava del crescente pessimismo del suo amico italiano; gli rimase comunque sempre fedele cadendo in una grande crisi personale quando, nel 1972, giunse notizia della sua morte improvvisa.
    McCarthy giudicò significativo che da molti paesi, come da tutta la stampa italiana, giungessero tributi alla figura di Chiaromonte e che tutti sembrassero sinceri e spontanei, “solo qualcuno aveva un tono ufficiale e convenzionale”. Più tardi avrebbe concluso che le idee di Chiaromonte “non rientravano in alcuna categoria: non erano di destra né di sinistra. Non significava per questo che fosse di centro: era semplicemente se stesso”. E’ forse per una tragica ironia che proprio questo suo “essere se stesso”, questo rifiuto di seguire la massa, questa difficoltà ad “incanalare” il suo pensiero spiegano perché oggi ci sia una conoscenza così limitata della figura di Chiaromonte.
  5. Nicola Chiaromonte era un moralista e i suoi umanissimi istinti, il suo rifiuto delle ideologie assolute a favore di un’etica del “limite”, la sua voce dall’”ora zero” del trionfo fascista e della guerra mondiale ci possono parlare ancora oggi, in questo nuovo secolo di tecnologie pericolose, fedi messianiche (sacre e secolari) e di altri possibili “ground zero” ancora più devastanti di quello sperimentato dal mio Paese lo scorso settembre. Le sue idee sono particolarmente importanti per gli americani. Infatti, quali cittadini della superpotenza mondiale, dobbiamo agire con misura, proporzione e intelligenza anche di fronte al terrore. Dobbiamo evitare di rimanere intossicati dal nostro potere e di reagire incuranti delle nostre azioni. Dobbiamo rifiutarci, come disse Camus decenni fa, di essere o “vittime” o ” carnefici” e così diventare simili ai mostri contro cui combattiamo.
    Chiaromonte, nonostante i tanti difetti, mantenne la sua fiducia nella “promessa” dell’America, suo rifugio in tempo di guerra, e le sue critiche, talvolta severe, vollero essere un contributo costruttivo alla lotta del paese per la propria identità, un tentativo di aiutare la sua gente a vivere per i propri ideali migliori, vera alternativa alla neo-imperialista pax americana. Come scrisse in una recensione di scritti di Macdonald per “L’Espresso”, nel 1970. “In termini politici si tratta di porre le basi di una nuova democrazia. Cosa che non sarà possibile se non si riuscirà a dare al gigantismo americano… una dimensione umanamente accessibile e controllabile”.
    Il messaggio di Chiaromonte è senza tempo e noi lo ignoriamo a nostro rischio e pericolo.

(traduzione di Enrica Casanova)

“Ricordo di Chiaromonte” – di Ignazio Silone

Tratto da Nicola Chiaromonte, Scritti politici e civili. Introduzione di Leo Valiani, a cura di Miriam Chiaromonte,  Bompiani, Milano, 1976

Incontrai Nicola Chiaromonte per la prima volta nel 1934 in Svizzera, dove io mi trovavo già da alcuni anni. Egli arrivò da Parigi. Mi avevano colpito alcune note e articoli non firmati, apparsi su Giustizia e Libertà, che mi erano stati indicati come opera sua. Notizie più personali su di lui avevo appreso da Annie Pohl, la sua prima moglie, che era gravemente malata ed era venuta in Italia nell’illusione di trovarvi un clima più adatto alla sua salute.

Ricordo ancora la forte impressione che Chiaromonte mi lasciò fin dal primo incontro. Nello scambiarci le notìzie sulla situazione romana dovemmo constatare l’isolamento e la demoralizzazione in cui vivevano le forze residue dell’antifascismo sia dell’ambiente intellettuale che di quello operaio.

Chiaromonte costituiva per me la scoperta d’un fenomeno nuovo e imprevisto di autoliberazione. Egli appariva immune dalla retorica dominante senza l’aiuto d’una tradizione politica familiare o di gruppo. Era approdato a idee chiare sulla società leggendo i classici, specialmente greci, e qualche autore recente. Conosceva Proudhon, anche qualche “inedito” di Marx in quel tempo pubblicato in Germania (come la Deutsche Ideologie) e aveva cominciato a studiare Husserl. Ma l’ambiente romano gli era insopportabile perché l’insofferenza del regime tra i suoi amici si risolveva in chiacchiere.

Stringemmo amicizia, ma le nostre relazioni rimasero postali. A me non era permesso risiedere in Francia, essendo stato già espulso dal paese, e mi ero rassegnato a vivere isolato in Svizzera. Chiaromonte invece aveva trovato a Parigi un ambiente più favorevole che sembrava soddisfarlo. Ma ben presto in lui e nel suo fraterno amico Andrea Caffi maturò l’insofferenza verso alcune esigenze del movimento politico di “Giustìzia e Libertà” da cui esso poteva difficilmente prescindere. Una quindicina d’anni più tardi, quegli argomenti saranno ripresi da Chiaromonte in una lettera a Mario Pannunzio per esprimere i limiti d’una sua adesione alla campagna politica del Mondo e del gruppo radicale.

Alla guerra civile spagnuola Chiaromonte partecipò senza esitazioni e senza pentimenti assieme a molti altri volontari di altri paesi; ma dei numerosi intellettuali d’ogni levatura, che parteciparono a quell’impresa, forse egli è stato l’unico, o uno dei pochi, a non farne oggetto di pubblicità. Si sa che cosa ha rappresentato la guerra di Spagna per Orwell, per Koestler, per Hemingway, per Malraux. (Si conosce ora anche il giudizio accorato della Simone Weil sul terrore repubblicano, ma esso fu espresso in una lettera privata a Georges Bernanos che è stata conosciuta dopo la loro morte). Chiaromonte si è espresso su aspetti politici di dettaglio di quell’avvenimento solo un paio di volte (ad es. sulla cronologia dell’intervento comunista) e nulla più. In questo atteggiamento c’è probabilmente un riflesso della sua visione dell’uomo nella irrazionalità della storia, quale si trova nei suoi saggi su Guerra e Pace, su Roger Martin du Gard, su Stendhal, su Pasternak.

Con maggiore agio e libertà, durante una dozzina d’anni, dal ’56 al ’68, Chiaromonte si è espresso nella rivista Tempo Presente da noi diretta. Egli vi si è dimostrato fedele al precetto scelto a programma fin dall’inizio: “Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale”. La rivista dimostrò la sua efficacia anche fuori della sfera puramente intellettuale. La denunzia delle persecuzioni contro le minoranze religiose in Italia e la lotta contro la censura sugli spettacoli ebbero buoni effetti. La difesa degli scrittori e artisti perseguitati in Russia, in Polonia, in Ungheria, in Spagna, in Grecia valse a liberare la causa della libertà della cultura dal monopolio settario dei partiti politici. Lo stesso si dica della ferma denunzia di ogni condiscendenza, anche di amici, al gollismo e al maccartismo. A suggello della propria dignità la rivista cessò di esistere quando la sua sopravvivenza sembrò condizionata al sacrifizio della propria indipendenza.

“L’intellettuale nella storia” – di Enzo Siciliano

La Stampa, 19 gennaio 1972

Roma, 18 gennaio Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto colpito da infarto a 67 anni nella sede Rai di viale Mazzini, dove era andato per la sua collaborazione a un programma radiofonico. Si è sentito male mentre era in ascensore: soccorso dal personale della Rai, è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però ha potuto soltanto constatarne il decesso. (Ansa)

Nicola Chiaromonte era uno scrittore di specie rara in Italia: era un saggista. Più che giudicare la letteratura secondo il canone del bello e del brutto, Chiaromonte la interpretava, chiedendole di rispondere sul presente e sul passato dell’uomo, vedendo in essa un modo, forse il più alto, attraverso cui l’uomo testimonia il proprio essere in vita. Scriveva dunque di letteratura, mostrando quanto, in trasparenza, essa trasudi dei contenuti della storia. Era la storia il tema che stava a cuore a Chiaromonte: come espressione di un conflitto perenne tra l’individuo e una forza oscura, prepotente, che ha nome «potere», di fronte alla quale l’individuo non può nulla. Questa forza lo costrinse a scelte decisive, per lui irreparabili e da cui dipese immediatamente la sua esistenza.
I saggi su Tolstoj, su Stendhal, su Malraux, e che si trovano raccolti in un volume pubblicato lo scorso anno, dal titolo Credere e non credere, ricadono tutti nella luce dell’esistenzialismo; Chiaromonte vi portò di suo un bisogno di razionalità: l’urgenza di una superiore chiarezza che poteva giungergli dalla tradizione illuministica meridionale.
Era un italiano del Sud, chiuso e talvolta persino scontroso come certi lucani possono esserlo, ma appassionato e devoto al proprio pensiero fino a soffrirne, fino a un rabbioso silenzio di fronte alle altrui velleità. Si dice poco di Nicola Chiaromonte se non si dice che egli fu una delle figure più illustri tra i fuoriusciti europei negli anni del fascismo.
Alla Dècade di Pontigny del 1934, dedicata ai problemi dell’intolleranza politica -a Pontigny, in Borgogna, si riunirono per alcuni anni, tra le due guerre, intellettuali di vari Paesi, per discutere i temi posti dal momento storico-, Chiaromonte, che era stato invitato laggiù con altri italiani, tra cui Moravia, decise di non tornare in Italia. L’atmosfera fascista era per lui più che repulsiva. Né lo soddisfaceva più partecipare, come aveva fatto fino a quel momento, alla fronda intellettuale che si raccoglieva intorno alla rivista fiorentina Solaria. Chiaromonle sentiva il bisogno di agire, di lottare contro il fascismo, fisicamente, e pensava di potersi meglio impegnare nella lotta se oltre i confini. D’altra parte, è impossibile dimenticare che la Francia di quegli anni apriva alla lotta antifascista le più grandi speranze.
Riparò a Parigi e lì si legò di amicizia con Andrea Caffi che, seppure più avanti negli anni di lui, ebbe con Chiaromonte un rapporto intellettuale duraturo. A Parigi ancora, proprio per quel suo desiderio di azione, al momento della guerra di Spagna, Chiaromonte si arruolò nella squadriglia di Andre Malraux e partì per combattere i franchisti. Dovette tornare ancora a Parigi, per restarvi sino all’arrivo dei nazisti, nel ’40: a quel punto fuggì verso il Sud, verso la zona non occupata. Durante la fuga Chiaromonte perdette il manoscritto d’un lavoro in cui aveva speso tutte le risorse intellettuali di quegli anni, uno studio su Michelangelo, mai più ripreso, e abbandonato per sempre alla tragedia di quei momenti. Visse Chiaromonte quelle giornate di fuga e di internamento con Arthur Koestler; e di quelle giornate Scum of the hearth di Koestler è la testimonianza tragica. Infuriava la guerra, crollavano diversi miti: Chiaromonte non credeva nella palingenesi storica al modo di un marxista. Riuscì a fuggire negli Stati Uniti, e laggiù si legò saldamente agli ambienti degli intellettuali più aperti ai problemi della libertà intellettuale e politica: coloro che si raccoglievano attorno a riviste come New Republic e come Partisan Review. Data da allora la sua amicizia con Mary McCarthy. Restò in America fino al 1953, e, una volta tornato in Italia, con Ignazio Silone fondò Tempo presente, un mensile attraverso il quale tutta la giovane cultura italiana è passata: un vaglio severo, puntuale, cui Chiaromonte si dedicò con lo spirito di un vero e proprio educatore di ingegni.
Sua passione non secondaria fu il teatro. Dopo Sandro De Feo è stato, flno a ieri, il critico teatrale dell’Espresso. Nel teatro Nicola Chiaromonte vedeva un momento quasi sacrale dell’espressività umana: il momento di una confessione, di dramma e dolore, che è contemporaneamente poesia e moralità.
Oggi che è scomparso non possiamo non ricordare di lui la tensione intellettuale che l’animò ogni momento, e sottolinearne l’esemplarità.

“Combattente per la libertà e compagno di Silone” di Giovanni Russo

Si battè sempre per l’autonomia degli intellettuali contro ogni usurpazione totalitaria – Dal «Mondo» di Pannunzio alla rivista «Tempo presente» – Stroncato a Roma da un infarto
“Corriere della sera”, 19 gennaio 1972

Roma, 18 gennaio.
Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto, colpito da infarto mentre si trovava nella sede della RAI di viale Mazzini, dove collaborava alla realizzazione di alcuni programmi radiofonici. Si è sentito male mentre era in ascensore: è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però non ha potuto far niente per lui. Nicola Chiaromonte, che era nato a Rapolla (Potenza) nel 1905, viveva da alcuni anni con la moglie a Roma, in via Ofanto 18. I funerali si terranno giovedì.

La morte improvvisa di Nicola Chiaromonte colpisce dolorosamente tutti coloro che lo conoscevano e lo amavano per le sue eccezionali qualità di uomo, di scrittore, di combattente per la libertà. In questi ultimi anni, pur continuando la collaborazione di critico teatrale all’Espresso, rubrica che aveva tenuto nel Mondo di Pannunzio, succedendo a Corrado Alvaro (una critica, quella di Chiaromonte, che si serviva dell’osservatorio del teatro per portare la testimonianza del suo giudizio morale sulla realtà contemporanea) egli s’era come rinchiuso in se stesso, era divenuto ancora più schivo e solitario di quanto il suo carattere lo portasse a essere. Ma ciò non per un distacco dalla società, o per un inaridirsi di passione civile, bensì per un eccesso di essa.
Chiaromonte era, infatti, uno di quei pochi uomini di cultura che hanno una concezione elevatissima, quasi stoica della funzione dell’intellettuale. L’impegno era, per lui, come ha scritto in uno dei saggi che dà il titolo al suo libro Credere e non credere, fedeltà assoluta alla ragione contro ogni conformismo imposto da qualsiasi autorità. E nella sua ferma ripulsa del comunismo c’era come componente principale proprio questa rivolta dell’intellettuale vero contro la prepotenza del dogma che vuole incatenare la libertà di giudizio. A questa concezione della dignità e della funzione superiore dell’intellettuale si ispirò nel periodo in cui diresse, insieme con Ignazio Silone, la rivista Tempo presente.
Nei primi anni del dopoguerra, ancora incerto se tornare a stabilirsi in Italia che aveva lasciato giovanissimo per aver maturato autonomamente il rifiuto del fascismo, Chiaromonte pensava a quella rivista come a un mezzo per ridare alla cultura questo compito di guida dello spirito e per sprovincializzare il mondo letterario italiano, tenerlo aperto alle correnti del pensiero internazionale, più spregiudicate e più serie.
Alla rivista collaboravano famosi scrittori stranieri e italiani e Chiaromonte vi scriveva spesso delle note di carattere politico-culturale, che recavano sempre il segno della sua intransigenza e del suo acume, oltre a saggi di critica storica e letteraria. Fra i collaboratori c’erano anche alcuni fra i più noti esponenti della sinistra radicale americana che egli aveva conosciuto e frequentato durante il periodo del suo esilio negli Stati Uniti. Della sua giovinezza e maturità trascorse volontariamente fuori d’Italia non s’era mai fatto vanto, quasi mai parlava. Eppure, come accennavamo, era stato uno dei pochissimi giovani che aveva scelto la via dell’espatrio senza esservi costretto, e non per ragioni solo politiche ma soprattutto per una profonda convinzione filosofica e morale.
Figlio di un medico di un paese della Lucania, Rapolla, in provincia di Potenza, dove era nato nel 1905, aveva studiato a Roma, appassionandosi soprattutto ai classici greci e latini e alla filosofia antica. Nel 1930, dopo un viaggio di studio in Francia, aveva deciso di non tornare più in Italia dichiarando pubblicamente di essere antifascista. A Parigi aveva stretto un sodalizio soprattutto intellettuale con un personaggio di straordinaria cultura e raffinatezza, il pensatore e filosofo, di padre italiano e di madre russa, Andrea Caffi, di cui Chiaromonte aveva recentemente curato la pubblicazione delle opere principali. L’incontro con Caffi fu decisivo per la formazione di Chiaromonte che ne assorbì la visione universale dei problemi. Collaboratore dei Quaderni di giustizia e libertà di Rosselli, quando scoppiò la guerra civile spagnola, si arruolò fra i volontari repubblicani e combattè nella squadriglia aerea di Andre Malraux, che ha raccontato il suo incontro con il giovane antifascista italiano nel suo libro l’Espoir, in cui descrive l’impari confronto fra i pochi aerei mezzo scassati della squadriglia e quelli allora modernissimi, italiani e tedeschi.
Rifugiatosi di nuovo in Francia, dopo l’invasione tedesca scappò da Parigi scampando alla cattura delle SS che lo ricercavano per la sua partecipazione alla resistenza, e riuscì avventurosamente a raggiungere l’Africa del Nord. Qui conobbe Albert Camus, con cui strinse un rapporto di amicizia che durò fino alla morte del grande scrittore francese. Dall’Africa del Nord si trasferì negli Stati Uniti, a Nuova York, dove partecipò all’attività dei gruppi intellettuali della sinistra radicale americana. Alla line della seconda guerra mondiale, ritornò, con la moglie, americana, prima a Parigi e poi a Roma. Nei suoi, frequenti viaggi in Francia aveva scritto alcune delle più interessanti corrispondenze, pubblicate dal Mondo, sulla situazione culturale francese che conosceva da protagonista.
Di cultura vastissima, erede di quel filone di intellettuali meridionali che conobbero, nei secoli, l’esilio, in nome della libertà di pensiero, da Vincenzo Padula a Settembrini a de Sanctis, Chiaromonte aveva, nella sua permanenza all’estero, allargato la sua visione con gli apporti della cultura soprattutto francese e americana e con lo studio approfondito della fenomenologia di Husserl. Forse anche per questo motivo era rimasto un isolato, nel panorama culturale italiano, non nascondendo egli mai il suo pensiero e una certa insofferenza verso i miti ufficiali dei nostri letterati.
Uomo di cultura che aveva soprattutto il culto di ciò che riteneva essere vero, cosa che affermava anche a costo di farsi dei nemici. Chiaromonte non aveva pubblicato molto. Solo recentemente si era deciso a raccogliere in un volume per l’editore Bompiani, prima alcuni dei suoi scritti i teatrali nel libro La situazione drammatica e ultimamente, i suoi saggi sui rapporti fra la storia e il romanzo nel già ricordato Credere e non credere. Dopo anni così turbinosi e diffìcili, si preparava finalmente a raccogliere il frutto delle sue riflessioni e dei suoi studi. Soprattutto quest’ultimo libro dimostra quale grande contributo Chiaromonte avrebbe potuto dare e come la sua morte —come ha detto Ignazio Silone— «è una perdita non solo per la cultura italiana, ma per quella più avanzata di Parigi e di Nuova York».

“Nicola Chiaromonte, amico e maestro” di Adriana Montini Bianco

Una Città, febbraio 2021

Il mio primo incontro con Nicola avvenne agli inizi di febbraio del 1961, a Roma. Da poco più di un anno vivevo a Genova, da pochi mesi mi ero sposata con Gino Bianco. Il 20 gennaio del 1960 avevo lasciato la mia bellissima terra, Verona, dove ero nata, Padova dove mi ero laureata in Fisica Pura, Peschiera del Garda dove avevo “fatto” la guerra. Arrivai a Genova per un’intervista col direttore dell’Istituto di Fisica, Ettore Pancini. Avevo ventiquattro anni e a Genova non conoscevo “anima viva”. Fui assunta come Assistente; insegnavo Fisica di laboratorio per gli studenti del primo o secondo anno e facevo ricerca in “Radiazioni cosmiche e fisica delle particelle”. Ero tremendamente felice, dopo anni di studio duro, solitario, un grande sogno si avverava. Durante l’estate, nel mese di giugno del 1960, accaddero i “fatti di Genova”, una rivolta di tutta la popolazione della città, di studenti, operai, lavoratori, soprattutto portuali, contro il governo Tambroni che aveva concesso al Mis, il movimento sociale italiano di ispirazione fascista (la Seconda guerra mondiale era finita da poco, quindici anni, e la paura era ancora nel cuore e nell’animo di tanti italiani), di tenere il loro primo congresso nazionale proprio a Genova dove l’armata tedesca che dominava tutta la regione, la Wehrmacht e le Ss, si era arresa al Comitato di Liberazione Nazionale e ai partigiani dei Giovi prima dell’arrivo degli Angloamericani. Genova non poteva accettare un affronto così violento, così ignorante e noncurante della nostra stessa storia, e si ribellò. La gente, anche le persone moderate, nei primi giorni scesero nelle piazze e nelle strade e nei “caruggi”, le stradine strette vicine al porto. Anch’io andai con assistenti, tecnici e studenti degli istituti universitari, soprattutto scientifici. Qui conobbi Gino. Il Congresso del Mis che doveva tenersi la domenica mattina, alle dieci, al Teatro Margherita, nel cuore della città, fu abolito il sabato sera, alle ventitré. Il governo Tambroni cadde.
A settembre del ’60 fui nominata Assistente Straordinaria, pagata molto meglio. Adoravo il mio lavoro, l’insegnamento, la ricerca mi affascinava, mandavo qualche soldino a mia madre. Io e Gino ci sposammo.
A gennaio del 1962 il professor Pancini mi suggerì di andare a Roma quattro giorni; mi offriva una piccola borsa di studio per vedere come organizzavano la Fisica di Laboratorio per gli studenti. Gino era contento e decise di venire anche lui per fare un poco di ricerca storica negli Archivi di Stato. Gino era un giovane storico, anche se voleva sommamente diventare un giornalista del mondo e nel mondo. Così andammo a Roma e, fatto stranissimo, alla sera del nostro arrivo ci fu un’abbondante nevicata; più freddo che a Genova. lo andai in Istituto tre volte e Gino andò, penso, agli Archivi di Stato. Il nostro terzo giorno andammo a trovare Nicola Chiaromonte e i suoi cari, che vivevano ancora nella casa della madre. Gino conosceva già Nicola da tre, quattro anni, e anche Ignazio Silone. Io arrivavo per la prima volta “nella città eterna”. Suonammo il campanello e ci vennero incontro due signore, così diverse nei modi e nell’aspetto. La prima era Miriam, moglie di Nicola, alta, secca, americana, efficiente e sicura; l’altra era Pina, la dolcissima sorella di Nicola, che aveva modi armoniosi, voce bassa e melodiosa, ragazza di grande coraggio nella guerra. Fu Pina che ci portò a incontrare la madre nella sua stanza: era allettata, forse per il freddo improvviso. Pina e Gino rimasero brevemente, ma io restai a lungo con lei. Era una vecchina delicata, bella, intelligente, curiosa della vita ed anche di me, non aveva mai incontrato donne che insegnavano scienza e che cercavano di comprenderla. Ritornò Pina, salutai affettuosamente la madre e seguii Pina in un grande soggiorno luminoso. Su un ampio divano sedevano due signore, visibilmente intelligenti e sicure, donne che avevano incontrato uomini speciali. Una era Miriam, l’altra mi fu presentata come la vedova di Albert Camus, Francine, così mi sembra di ricordare il suo nome. Un poco scostate c’erano due comode sedie e due uomini che dialogavano intensamente: Gino e un signore più anziano, sobrio, intenso, due occhi nerissimi, penetranti. Era Nicola. Si alzò, ci presentarono. In piedi, un po’ in disparte, c’era anche Franco, il fratello medico. Mi sedetti su una comoda sedia, quasi davanti al divano, e alla mia destra c’era Pina, alla mia sinistra c’era un solido pianoforte e sopra, sul muro, un solo piccolo quadro, un acquerello, mi sembrava. Rappresentava una giovane donna con un capellino vivace, molto giovane e bella, ma con un che di trattenuto, triste, pensavo. La guardai ancora e mentre Pina si avvicinava io dissi, a voce alta: “Quel dipinto, un acquerello, mi sembra, è bello e bella è la giovane”. Una folata di gelo sembrò attraversare la stanza. Gino mi fulminava con lo sguardo, mentre Nicola rivolse i suoi occhi verso di me, uno sguardo profondo, velato di tristezza. Fu ancora Pina a rompere il ghiaccio e con voce dolce disse: “È un autoritratto di Anny, la prima moglie di Nicola. Morì mentre fuggivano dalla Francia durante l’invasione delle armate tedesche”. Mi scusai confusa per quella che poteva apparire, e che infatti era, un’intrusione un po’ rozza nei loro cuori. Prima di andarcene Nicola si avvicinò e mi chiese un poco del mio lavoro. Gli raccontai che amavo molto insegnare, che amavo i miei studenti e soprattutto gli espressi la mia sorpresa, quasi incredulità, che a Genova la “fisica sperimentale delle particelle” fosse allora totalmente nelle mani di donne, sette tecniche che lavoravano sui microscopi alla ricerca, alla rincorsa, si potrebbe dire, delle particelle. Il capo era una donna e ora avevano accettato come aiuto me, un’altra donna. Occorreva dedizione e tanta pazienza.
Vedemmo ancora Nicola, Miriam e Pina, a Bocca di Magra, nell’estate del 1962. Andammo a trovarli con la nostra prima bambina, Vera, e Pina se ne volle subito prendere cura. Nicola era seduto a un piccolo tavolo, sulla riva del fiume, e parlava intensamente con Mario Levi. Andammo ancora a trovarli a Bocca di Magra un paio di anni dopo, con Vera e Miriam, la nostra seconda bambina. Verso la fine del 1963 Nicola andò a Milano a incontrare Gino. Era desideroso di conoscere Valentin Gonzales, il Campesino della Guerra Civile spagnola che era stato espulso dalla Francia in seguito agli accordi fra De Gaulle e il Generalissimo Franco; aveva ottenuto un permesso temporaneo di residenza in Italia, era presidente della Repubblica il socialdemocratico Saragat, mi sembra di ricordare. Gino, che lavorava a “Critica Sociale”, a Milano, lo ospitava nella sua gelida soffitta di via Ripamonti.
Poi, nel luglio 1966, noi andammo a vivere a Londra. Nicola e Miriam ci vennero a trovare tre o quattro volte. A Londra conobbero anche Andrea, il nostro terzo figlio chiamato così in onore e ricordo di Caffi. Nicola era contento di queste visite a Londra e desiderava venire ancora, come dice a Gino nella sua ultima lettera del 12 gennaio 1972, pochi giorni prima di morire. Con difficoltà mi riuscì di affidare i nostri bambini in mani sicure e di andare a Roma al funerale di Nicola. C’erano molte persone, vecchi amici, intellettuali che parlarono di lui e per lui, parlò Alberto Moravia che nei primi anni Trenta, a Parigi, aveva presentato Caffi a Nicola, poi Enzo Tagliacozzo, così amico di tutta la famiglia, parlò Paolo Milano, che era tornato apposta da New York, c’era molta gente di teatro, c’erano molti giovani, anche per loro Nicola era stato un amico e un maestro.
Nicola se ne era andato, Andrea non lo avevamo mai conosciuto, ma essi rimasero sempre presenti nella nostra vita, soprattutto erano sempre con Gino.