“Nicola Chiaromonte” di Paolo Milano

Verrà un giorno, neanche troppo lontano, in cui la figura di Nicola Chiaromonte avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo. Detta cosi, e a pochi giorni dalla sua morte, la predizione parrà a molti, più che generosa, avventata, o peggio che avventata, gratuita. Al giudizio, si penserà, ha fatto velo la subitaneità della perdita o una lunga consuetudine di affetto.
Altri amici o conoscenti di Nicola Chiaromonte, anche stretti e di lunga data, reagiranno forse come quello di loro che, a questo proposito, mi diceva: «Per “figura”, immagino, tu intendi tanto l’uomo che il suo pensiero, il carattere più l’opera. Ora, Chiaromonte è uno di quelli la cui opera scritta è molto esigua, (due libretti in tutta un’esistenza), perché l’opera vera è stata il loro modo di vita. Chiaromonte si è espresso, in modo socratico, nei suoi rapporti con gli altri. Una maniera di operare molto rara ed ottima, ma il cui ricordo sopravvive di poco a quelli che hanno conosciuto l’uomo saggio e ne hanno tratto insegnamento».
Contro questo ci è intanto da ricordare che nove decimi di quel che Chiaromonte ha scritto, sparso in giornali o riviste o rimasto carta privata, è inedito in volume od anche in assoluto. Scritti politici, saggi d’arte e di filosofia, cronache ragionate, lettere d’ogni giorno ad amici di almeno tre paesi, in lingue che Chiaromonte maneggiava con eguale rigore, un carteggio, quasi tutto, di impegno profondo.
C’è poi da aggiungere che Chiaromonte ha pubblicato così pochi libri perché disprezzava lo scrivere che si rassegni ad essere separato dal vivere, precisamente da un fraterno rapporto fra esseri reali. Quando si raccoglieranno, in molti volumi, i suoi scritti, si scoprirà quanto sia intimo il loro intreccio con l’umano itinerario del loro autore: ma non già con la sua cronaca privata, bensì con la biografia, se così si può dire, intimamente pubblica, di uno che ha vissuto il suo tempo, e su esso ha meditato, sempre insieme ad altri e per gli altri. Intanto, aspettando questo, si può tracciare qualche segno delle predilezioni di Chiaromonte e di alcune sue idee.
Il vincolo umano che gli pareva essenziale era l’amicizia, intesa come un’affettuosa solidarietà basata sul vero. La stimava indispensabile non solo nella vita dei singoli ma in quella civile, dove essa è di preciso « il sentimento di quella realtà alla quale Aristotele dava il nome di “philia”, e la metteva a base del legame sociale, che Leopardi chiamava “l’umana compagnia ” e che Andrea Caffi amava indicare col termine “società” ». E’ giusto che appaia qui il nome di Andrea Caffi (1887-1955), l’uomo dì cui Chiaromonte ha scritto: « Alla sua amicizia devo quel che di meglio posso aver acquistato nel corso della mia vita ». Giusto, perché Chiaromonte pensava che il sapere, come il senso della libertà, si ricevano al loro meglio per via diretta da certi uomini e per via diretta si trasmettano ad altri.
Andrea Caffi e Gaetano Salvemini erano stati i due “amici maggiori”, l’uno in Francia, l’altro in America, al sodalizio coi quali Chiaromonte si era a lungo ispirato nel pensare e nell’agire. E per converso, l’amicizia con giovani, ed anche giovanissimi, coltivata con assiduità generosa, era uno dei cardini dei suoi giorni. L’omaggio più coraggioso e inatteso, in morte di Chiaromonte, è venuto da un suo avversario politico, che però lo aveva frequentato, un giovane rivoluzionario italiano dei più intransigenti. Perfino il viaggio terreno di Chiaromonte si è chiuso nel segno dell’amicizia. A Roma, (in tanta crisi, o ritardo di sviluppo, anche dei cimiteri), si stentava a trovare un luogo dove tumularlo: lo si è ospitato nella tomba dove da tempo riposa un amico che gli era caro, Felice Balbo.
Per molti anni, Chiaromonte ha dedicato le sue massime cure alla rivista ‘Tempo presente”, della quale sì può dire che in Italia non si rammentavano precedenti, né ancora purtroppo le si conoscono eredi. Che la cultura e la critica vi fossero sentite come fatti universali senza confini di provincia, è una qualità di “Tempo presente” che molti in questi giorni hanno ricordato; ‘ma un’altra sua caratteristica era più rara e forse più importante. Quasi sempre, nelle nostre riviste, la collaborazione è un atto individuale e, come dire?, atomizzato: ogni collaboratore canta la sua romanza, cioè spedisce il suo articolo, e dell’insieme non si cura che il direttore, anche lui individuo pressappoco solitario. Unica eccezione le riviste di partito o quelle di stretta ideologia: eccezione vana, perché ad esse l’unità è imposta dal di fuori. Di “Tempo presente” Chiaromonte aveva tentato di fare un “concerto di idee”, cioè un’impresa spontaneamente comune, come gli era riuscito anni prima a New York, quando, con Dwight Macdonald ed altri amici, redigeva la rivista “Politics”. Dietro questa aspirazione, c’era il suo convincimento fermissimo che la verità si cerca e si trova con gli altri.
In questo stesso orizzonte rientrava l’interesse di Chiaromonte per il teatro, i suoi molti anni di presenza come critico drammatico. Da qualche suo lettore, non dei più attenti, si sentiva dire che a Chiaromonte, più che il teatro in sé, piaceva filosofare intorno a un dramma o uno spettacolo; altri lo trovavano troppo severo o troppo indulgente. La verità, se non erro, è che Chiaromonte amava nel teatro lo specchio dell’incontro fra gli uomini, (la società che guarda a se stessa), e poi l’incontro di ogni uomo col suo destino.
Unico o quasi fra gli intellettuali italiani dei nostri anni, Chiaromonte non era un devoto né di Marx, né di Freud. La sua distanza critica da queste ed altre dottrine obbediva al precetto da lui scelto a programma della sua rivista: « Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale ». Per questo esame di coscienza, o meglio o poi, per una presa di coscienza nuova, Chiaromonte pensava che fosse salutare riaccostarsi al pensiero greco-. Egli lo faceva da tempo, e aveva già fissato qualche frutto delle sue letture.
Chiaromonte si vedeva attorno, nella realtà di oggi, un mondo di violenza e senza ragione. Giacché, « sull’individuo convinto che scopo unico della vita è realizzare se stesso a qualunque costo, manifestare in qualunque modo il suo essere qui, in questo mondo, e che non c’è altro, la ragione non ha nessuna presa». Questa gli pareva la convinzione essenziale dell’uomo d’oggi, « il solo assoluto » che la società moderna sia stata capace di esprimere: «Il diritto dì ognuno alla soddisfazione totale, il possesso da parte di ognuno della ragione per diritto naturale, l’espressione di sé come scopo ultimo della vita».
«La demenza, la violenza e l’avvilimento in mezzo a cui viviamo, hanno la loro origine morale in questo principio che non è di sinistra né di destra, né di avanguardia né di retroguardia, e al quale nessuna società, nessuna forma di cultura o di vita spirituale, possono alla lunga resistere. Tuttavia, assurdo com’è, oggi come oggi esso impera. …Ma non ha verità. E non avendo verità, merita soltanto ironia da una parte, pietà dall’altra».
Mi pare che la morte di Chiaromonte abbia suscitato un gran cordoglio, molto naturale e molto diverso. Delle sue espressioni di cui ho saputo, una mi ha specialmente colpito per la sua consonanza e verità.
Si tratta di una terzina del Purgatorio (c. XXII, v. 67-69), tornata in mente a Ugo Stille, a New York, poco dopo aver sentito della morte improvvisa del suo amico Chiaromonte: «Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume retro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte».

“Sapevamo ben poco del suo passato” – di Mary McCarthy

Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. Abbiamo saputo da altri come si sia portato sulle spalle la prima moglie malata, nella bufera, fuggendo senza un soldo attraverso la Francia invasa dai tedeschi. E come lei, tisica, in quella fuga sotto la bufera, sia morta di stenti. Non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavarle lui stesso la fossa.
Un americano della Chiesa Unitaria, che era a Tolosa per aiutare i profughi politici, mi ha raccontato un’altra storia di quei giorni che è proprio tipica di Nicola. La sua organizzazione aveva fornito documenti falsi a tutti i fuorusciti antifascisti. Un giorno compare un poliziotto, va da Nicola e gli fa: “Documenti per favore”. E lui risponde: “I veri o i falsi?”. È andato in prigione e non so poi come ne sia uscito.

“Storia d’una persona seria” di Mary McCarthy

L’Espresso, 30 gennaio 1972

Biografie/ Quella di Nicola Chiaromonte, rispettato in tutto il mondo e poco noto al grosso pubblico italiano, può insegnare molte cose. Nicola Chiaromonte è vissuto negli Stati Uniti dal 1942 al 1947. In quei cinque anni di intensa partecipazione alla vita culturale americana e di militanza nei circoli della sinistra intellettuale americana, la scrittrice Mary McCarthy fu una sua grande amica. Nella sede dell'”Espresso” lo ha ricordato così.

Nicola l’ho conosciuto nell’estate del ’45. Prima ci eravamo incontrati un paio di volte, ma di sfuggita, né lui né io ricordavamo bene né dove né quando. Quell’estate invece facemmo amicizia. Eravamo vicini al mare, a Cape Cod, nella Nuova Inghilterra. Lui aveva un approssimativo cottage sulla spiaggia, dove ogni tanto arrivava anche Nicolo Tucci, come un uccello di passaggio. La spiaggia era magnifica, immensa, con dietro una macchia selvaggia. Di notte si facevano pic-nic alla luce della luna e ci si bagnava nudi, in un’acqua fosforescente, bellissima. Di giorno mi portavo la macchina da scrivere sulla spiaggia deserta, e lì senza ombrellone né niente, con la sabbia che entrava continuamente nella tastiera provavo a lavorare. Chiaromonte mi aveva fatto conoscere Simone Weil, ed io traducevo un suo saggio molto bello sulla guerra di Troia.

Allora, m’ero appena separata da Edmund Wilson: non ancora divorziata ma ci eravamo lasciati. Trovavo Nicola adorabile. Me lo ricordo con un grembiule legato alla vita, un grembiule celeste orlato da volani, mentre faceva le pulizie nel cottage. Sono arrivata una mattina e l’ho trovato così. Mi piaceva molto quello spettacolo, perché Edmund Wilson in grembiule non l’avevo visto mai. Nicola era un gran nuotatore e adorava il mare. Era forte, e destro in alcune cose; in altre impacciato. Per esempio a cavallo: non ha mai avuto un buon rapporto coi cavalli. Ed era bello. L’ho guardato stamattina sul letto di morte, e non era molto cambiato da allora.

Chi l’ha conosciuto soltanto adesso, cosi serio, non può immaginare quanto fosse divertente allora, che aveva quarant’anni. C’era nelle vicinanze della spiaggia una scuola di psicanalisti; ogni tanto venivano a esplorare la nostra spiaggia. Nicola li prendeva in giro, ed essi diventavano sempre più curiosi di lui, ed anche di Tucci. Volevano conoscere le loro motivazioni, il loro meccanismo interno, e non ci capivano niente. Non riuscivano ad inquadrare in alcun modo persone così chiare.

Ho scoperto l’utopia

Si parlava di tutto fra noi, e con gli amici che venivano a trovarci. Uno dei più assidui era Dwight Macdonald, il direttore di “politics” (con la p minuscola). Nicola allora collaborava anche ad altre riviste, fra cui la  “Partisan Review” e “The Nation”, ma “politics” era quella cui dava di più. Era un giornale da principio di tendenze trotzkiste -perché Macdonald era un trotzkista un po’ deviante- e che poi, per l’influenza proprio di Nicola, che aveva riavvicinato Macdonald alle idee anarchiche, si era spostato su una linea libertaria. Era molto interessante, molto letto: vi collaboravano da Parigi anche Andrea Caffi e Mario Levi, che erano stati amici di Nicola durante l’esilio in Francia. Fra gli americani, vi scriveva anche James Agee. Fra “politics” e la “Partisan Review” c’era un notevole dissenso sul tema della guerra. La “Partisan” sosteneva in pieno la guerra americana, così come veniva fatta coi bombardamenti a tappeto di Dresda e delle altre città tedesche; “politics” era più pacifista, disapprovava la distruzione delle città, e avrebbe preferito che la guerra, ormai praticamente vinta, si concludesse senza stragi superflue. Nicola era di questa idea.

Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Io per la prima volta, in quell’autunno, dovevo cominciare ad insegnare letteratura russa alle universitarie del Bard College, e non sapevo molto di quella cultura. Con Nicola e con Dwight, ma soprattutto con Nicola, parlavamo per serate intere di Tolstoi e di Dostoiewski, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita, in molte cose. Per esempio, io preferivo Dostoievski, lui Tolstoi: mi ha convertito: E’ soltanto un piccolo esempio della sua influenza, in un campo particolare. Come influenza generale, diciamo che Nicola ha introdotto nel nostro circolo americano qualcosa dell’Europa: un’Europa diversa non soltanto dall’America, ma anche da quell’altra Europa che noi avevamo conosciuto fino allora solo attraverso Proust e Gide, l’Europa convenzionale del romanzo moderno. Nicola ci ha portato idee più radicali (nel senso che a questa parola diamo noi americani) e ci ha fornito, non so come dire, il retroscena, o meglio il fondamento filosofico della politica. Con lui abbiamo ripercorso tutti gli stadi della teoria politica, dal trotzkismo, al marxismo, risalendo sempre più indietro, fino a Proudhom e agli utopisti del Settecento.

Ecco, l’utopia. E’ proprio questo che abbiamo scoperto attraverso Nicola. Non si può certo dire che fosse ottimista, ma aveva sempre una visione più larga degli altri. In lui c’era pessimismo, ma anche una grande raffinatezza del pensiero, sulle grandi linee classiche. Questo in America non c’era, almeno per quanto ne so. Il suo era un pensiero più generoso di quello che aveva corso nei nostri circoli intellettuali.

Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. Abbiamo saputo da altri come si sia portato sulle spalle la prima moglie malata, nella bufera, fuggendo senza un soldo attraverso la Francia invasa dai tedeschi. E come lei, tìsica, in quella fuga sotto la bufera, sia morta di stenti. Non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavare lui stesso la fossa.

Un americano aeiia Chiesa Unitaria, che era a Tolosa per aiutare i profughi politici, mi ha raccontato un’altra storia di quei giorni che è proprio tipica di Nicola. La sua organizzazione aveva fornito documenti falsi a tutti i fuorusciti antifascisti. Un giorno compare un poliziotto, va da Nicola e gli fa: « Documenti per favore ». E lui risponde; « I veri, o i falsi? ». E’ andato in prigione e non so poi come ne sia uscito.

Quando lo conobbi, quell’estate, Nicola era già in America da più di due anni, e si era fatto un ambiente. Viveva di collaborazioni, e insegnando letteratura inglese in un liceo americano. Scriveva direttamente in inglese, e il suo stile era squisito: asciutto, secco, ironico, sempre molto limpido, molto puro. Diceva che scrivere in inglese per un italiano è un modo straordinario per imparare a scrivere meglio nella propria lingua, liberandola dalia retorica. Lui la retorica la odiava, in tutte le sue forme. Ricordo, in un saggio che scrisse molti anni dopo (e che io ho tradotto), il suo giudìzio sul modo in cui Sartre aveva rifiutato il premio Nobel. Non la sostanza di quella scelta, ma tutta la retorica che l’aveva accompagnata, per Nicola era insopportabile. Ne ha fatta un’analisi minuta, spietata. Ha sempre avuto rispetto per l’onestà di Sartre, ma aveva per le sue inclinazioni retoriche un’antipatia intellettuale profonda.

Ho detto di Nicola al mare. A New York, abitava in pieno centro, nell’Ottava Strada, vicino a Washington Square. Una sola stanza, mi sembra di ricordare. Ci sono stata spesso; lui allora era già sposato con Myriam, invitavano molti amici, cucinavano a turno. Anche in cucina era bravissimo. Faceva lasagne al forno, e altri piatti italiani, molto ben conditi, molto buoni. Serate piacevoli. Saltava continuamente fuori il suo lato più divertente. Quanto era serio e meticoloso sui grandi temi della politica e della storia, così sul resto era disincantato, acuto e ironico. Attento a tutto, anche ai vestiti delle donne. Un giorno parlavamo della moglie di un nostro amico; io facevo qualche critica al suo modo di vestire e ricordo che lui disse: « Somiglia ad uno scrupolo ». L’aveva dipinta.

C’è un mio libro, scritto nel ’49, in cui è adombrata la figura di Nicola. Si intitola “L’oasi”, e tratta di un gruppo di persone che si sono ritirate dal mondo su una montagna per crearvi una società libera e giusta. Nicola non è propriamente un personaggio, perché direttamente non compare mai, ma è in qualche modo sempre presente: è il Fondatore, sparito non si sa come, forse ancora vivo, forse morto, non si sa, descritto solo una volta e di sfuggita: il petto ampio come un monaco, una tonsura fitta di calvizie… Sono le idee del Fondatore che i comuni mortali come noi tentano di mettere in pratica su quella montagna. E come sempre accade, anche le sue idee vengono subito tradite dai discepoli. Si formano due gruppi, i “puristi” e i “realisti”, che si dilaniano ideologicamente. E anche questo al Fondatore non sarebbe piaciuto. La sua idea era di vivere semplicemente, senza puritanismo né settarismo, come scelta da non imporre, e di osservare la nozione del limite.

Questo del limite era un concetto molto importante nel pensiero di Nicola. Che vuoi dire? Fra tante cose, anche questa: che un’azione non si qualifica soltanto per la sua natura, ma per la sua misura. Fare dieci è una cosa, fare venti della stessa cosa, è un’altra. Per Nicola, voler ottenere un mutamento attraverso la conquista immediata e integrale del potere, era una cosa sciocca, perché nel perseguire il potere, si snatura e sorpassa il limite: si crea una contraddizione fra ciò che si vuole, e ciò che si ha imponendolo. Sempre a proposito di limite gli piaceva raccontare questa storiella. In Cina un contadino aveva un piccolo podere.

Non c’era acqua, e lui doveva ogni giorno, con grande fatica andarla a prendere lontano, per la casa e per i campi. Un altro cinese, contadino come lui, gli dice: ma scusa, perché non fai come me? E gli fa vedere tutto un sistema di ruote, carrucole, funi, canaletti di bambù, eccetera, per estrarre l’acqua da un pozzo e farla arrivare dove serve senza rompersi la schiena. Il primo cinese guarda tutto, poi dice: non lo voglio. Perché? Perché così l’acqua diventerebbe furba. E’ una storiella tipica di Nicola. Il sospetto di una tecnologia che non tenga conto dei ritmi della natura. Lui diceva sempre che nel mondo moderno non c’è possibile salvezza se si accetta il progresso tecnico per principio, senza riserve, e si applica tutto ciò che esso può suggerire.

Non ricordo mai di averlo visto arrabbiarsi per cose che lo riguardassero personalmente. Ma per le idee sì. Per queste, era capace anche di furori: ricordo un suo intervento, in un teatro, che lasciò la gente quasi spaventata. C’erano delle cose che non sopportava. Una di queste era la stupidità, se superava un certo limite. Un’altra erano gli attacchi, gli attentati alla libertà.

Quest’uomo, che non era un liberale, amava la libertà con una passione assoluta, totale. Gli piaceva anche ripetere una frase del suo amico Caffi: Io non odio nessuno. Odio soltanto i mediocri soddisfatti. Questo spettacolo della mediocrità soddisfatta e compiaciuta, veramente lo mandava fuori dei gangheri. Un giorno ci ha quasi scandalizzato, dicendo che non si può escludere l’idea di Dio, che escluderla è un assurdo. Per noi, che la escludevamo completamente, questo fu allora un vero e proprio choc. E ricordo anche che una volta mi disse: «Dopo l’esperienza che ho fatto in Spagna, non mi è più possibile di vedere la guerra come un mezzo utile per risolvere le cose». Ma anche in quel momento era fedele al concetto del limite, perché subito dopo disse: «Io no. Forse altri possono». Rispettava gli uomini.

“Estratto da Amati enigmi” – di Clotilde Marghieri

da Amati enigmi, Firenze, Vallecchi, 1974

Jacques, è accaduta una cosa orribile: è morto Nicola Chiaromonte. Lo aspettavo da me insieme con i Rossi Doria e Annie mi telefona e mi dice: “È morto Nicola”.
Breve come è stato il tempo della nostra amicizia, sento che la sua scomparsa, quella di un essere tra i più partecipi e attenti ai problemi e ai segreti del vivere, impoverisce la mia vita senza rimedio. Possiamo sopportare colpi così duri solo perché non riusciamo a crederci.
La scomparsa di un essere caro è una realtà alla quale solo il tempo può abituarci trasformandone l’assenza in una differente presenza, riuniti l’al di qua e l’al di là in un’unica misura. Ma al raggiungimento di questo grado di coscienza che non disgiunge più il regno della vita da quello della morte si arriva solo grazie alla fedeltà del dolore e dell’amore insieme.
Lei lo sa, Nicola era un amico recente. Lo leggevo da anni ma non lo avevo mai incontrato; la nostra società letteraria non favorisce gli incontri. Lo leggevo trovandolo, spesso, troppo stringato e asciutto e sempre avevo ammirato le sue doti di onestà intellettuale; da ogni rigo traspariva la sua integrità e la sua coerenza con la propria vita: una vita di intense passioni politiche e sociali e anche di eroismi segreti. E questo ammiravo tanto, che di una vita avventurosa e coraggiosa non avesse mai fatto né un mito né tanto meno una leggenda.
Ora mi domando: perché non l’ho incontrato prima? Ma che avrebbe potuto essere, anche un incontro, nella confusione della vita di qui, nelle sue futili occasioni? La mia fortuna è stata quella di averlo incontrato sotto il cielo di Anacapri, nel gruppo dei suoi amici di una vita intera: Silone, i Garosci, i Tagliacozzo, la vedova di Camus, a lui legata da profonda amicizia. Niente rapporti mondani, ma la incantevole libertà di discorrere passeggiando per le strade dell’isola o nella casetta sua accanto alla sua carissima moglie Miriam e i suoi amici. Il futile, il conveniente e non parliamo dell’utile, non esistevano. Esisteva, per Nicola, solo l’autentico, il vero, anche se il suo estremo riserbo gl’impediva di proclamarlo.
A tal punto era schivo da ogni vanità personale, da ogni egocentrismo che incuteva persino una certa timidezza, talvolta quasi un senso di colpa; si era investiti, di fronte a lui, come da una fiamma che bruciava tutte le scorie. Capisco perché adesso, subito dopo la sua morte, sia stato chiamato un Maestro. In vita, questa parola avrebbe provocato in lui reazioni violente. Ma io lo sentii tale nella gioiosa esperienza della nostra amicizia nascente quando, in cammino lungo i sentieri odorosi di mirto in Anacapri, avvertii che quello verso cui ci eravamo avviati, era, una volta per tutte, il traguardo di una approfondita conoscenza.
Ricordo, a proposito di un colloquio sullo scrittore e la sua opera, una sua frase chi mi sorprese: “Non abbia paura, non sia timida. È così bello penetrare in un’anima”. Era un uomo che non aveva paura di pronunziare questa parola desueta.
Timida? Sì, Nicola poteva intimidire chi parlava con lui e persino creargli un senso di colpa nei confronti dell’uso sbadato, superficiale, impaziente, delle parole. Io lo chiamavo “il sasso di Matera” perché era lucano – le comuni origini ci avvicinavano – e, come tale, era scontroso, riservato, fierissimo. Poteva essere duro e conciso fino a tagliar corto in una conversazione che non fosse bene impostata o minacciasse di risolversi in chiacchiere; ma non voleva mai ferire nessuno, al massimo solo i vanesi.
Qualche volta mi adombravo, quando mi sollecitava a non prendere sul serio la letteratura, a “non farmene una malattia”, ma forse lo fraintendevo. Il vero risultato di questo suo disdegno era proprio un infinito amore per la letteratura, per quella che riflette i problemi del vivere, i problemi della storia e i rapporti tra l’uomo e il destino.
Mi accorgo di parlare di lui come di un amico di lunga data, come lo erano quelli in mezzo ai quali ho avuto la fortuna di incontrarlo. Ma l’amicizia, come l’amore, può nascere adulta e con tutte le promesse di una pienezza felice. E poi, per me, era proprio il momento giusto per incontrare un uomo come lui. Il momento della resa dei conti, quando si tirano le somme, si fanno i processi al passato e, anche se non c’è più possibilità per ricorsi o appelli, non si è disposti ad accettare monete false né a firmare assegni a vuoto. È stato un incontro importante che mi renderà i prossimi, se ancora ve ne saranno, assai più difficili.
Proprio l’altra sera, mentre lo attendevo da me, ero intenta sulle mie carte e mi torturavo per un aggettivo. Di colpo, mi sono ricordata una sua frase dell’estate passata: “Vede, è proprio quando non si sente più l’aggettivo come un ‘assoluto’ che la letteratura vera incomincia a esistere. Da noi la letteratura vera è finita da un pezzo”.
Ci ripensavo, tra me e me, e non ero del tutto d’accordo; mi ripromettevo di parlarne con lui alla prossima occasione. Non ve ne saranno più.
Sono andata, invece, a dargli l’ultimo saluto. Mi ha colpito di scoprire che, nella sua stanzetta, sul tavolo, c’era un cannocchiale. La sorella mi ha detto che gli piaceva tanto guardare le stelle.
Come somiglia, questo, al Nicola segreto, schivo di parole, che cercava nel cielo come nel profondo del cuore degli esseri cari e degli amici, una voce: quella della sola verità che ci sia dato di cogliere nel nostro passaggio terreno.


“Una conversazione che non è finita” – di Wojciech Karpinski

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell’altra tradizione, 3, Una città, 2006

Nell’autunno del 1972 a Varsavia, dopo il ritorno dal primo viaggio in Italia, scrissi un saggio su Nicola Chiaromonte. Che cosa mi aveva incuriosito nel suo atteggiamento? Mi era sembrato diverso dalla maggior parte degli autori interessati alla problematica dei diritti e dei doveri dell’individuo nei confronti della collettività da me conosciuti. Intravidi nel suo modo di pensare qualcosa al contempo personale e antidogmatico. L’incontro con i suoi testi si accompagnava alla voglia della conversazione, come se parlasse proprio a me, di cose importanti e di solito sottaciute. All’epoca non sapevo quanto avessi colto nel segno: il mio conoscere Chiaromonte, la scoperta della sua opera dura ormai da trent’anni; la conversazione con lui non è finita, siamo ancora lontani da una conclusione. Vorrei raccontare il mio conoscere Chiaromonte; cosa avevo letto allora, nel 1972, a Roma e a Varsavia, come ero capitato tra le sue parole, perché la conversazione sia durata nel tempo e come sia proseguita.
Il saggio su Chiaromonte del 1972, l’anno della sua morte, presentava il profilo dell’umanista sovrano, che non si lascia ingabbiare nella definizione di “pensatore politico”, perché è interessato all’uomo nella sua pienezza; un pensatore che non si lascia racchiudere in schemi ideologici, ma per il quale i legami dell’individuo con la polis rappresentano il soggetto costante della riflessione. Chiaromonte mi interessava in quanto autore di Credere e non credere, così si intitolava in italiano il volume delle sue riflessioni sull’individuo impigliato nella tempesta della storia. Io preferisco tuttavia il titolo dell’edizione inglese The Paradox of History. In questo volume, l’unico allora pubblicato oltre a La situazione drammatica (raccolta di recensioni e articoli teatrali), l’autore non si rivela del tutto, ci parla come per interposta persona, attraverso l’analisi delle situazioni morali, politiche, esistenziali che appaiono sulle pagine di Stendhal (Fabrizio del Dongo a Waterloo), Tolstoj (Il principe Andrej e il principe Bagration ad Austerlitz), Roger Martin du Gard (Antoine e Jacques Thibault), Malraux (La condizione umana), Pasternak (Il dottor Zivago). Ma mi interessava soprattutto il personaggio Chiaromonte, le sue scelte, le sue riflessioni. Apprezzavo la distanza che metteva tra il trambusto della modernità, la disputa odierna, il linguaggio di oggi sottoposto all’atrofia ideologica e il proprio pensiero. Volevo, tuttavia, ascoltare le sue esperienze personali.
Notai una visione più soggettiva di Chiaromonte nelle pagine del saggio Sul fascismo. Il testo mi sorprese per la sua perspicacia intellettuale. Scritto prima della guerra, a Parigi, parla della concreta situazione politica della metà degli anni ’30. Le sue riflessioni mi diventarono utili per la comprensione della situazione polacca negli anni ’70 e, ancora oggi, nei primi anni del XXI secolo, i ragionamenti del giovane italiano di settant’anni fa rimangono vivi e illuminanti. Vi si fa strada l’abilità di Chiaromonte, capace di afferrare la realtà sotto le maschere di attuali o anacronistici costumi. L’autore descrive la nascita della coscienza antifascista, la propria coscienza. Al principio, confessa, si trattava di un semplice riflesso morale, reazione della coscienza, nella quale l’elemento politico si limitava alla convinzione che di fronte a certi fenomeni si può essere solo contro. A questi fenomeni appartiene l’uso ideologico della forza. Chiaromonte analizza, poi, la semantica totalitaria. Il fascismo rappresenta il tentativo di separazione delle parole dalla realtà. Sottopone il linguaggio al controllo ideologico. Le parole non significano più quello che significavano, ma ciò che richiede la linea del partito; la polizia politica impone il senso, l’ambito della comprensione tra gli uomini.
Chiaromonte, nelle sue riflessioni sul fascismo, centra l’attenzione sulle ambizioni logocratiche dei sistemi totalitari. In seguito, altri si occuperanno di questo aspetto, del potere sulle parole quale condizione di assoluto dominio delle menti e dei cuori: George Orwell in 1984 illustrerà l’azione del nuovo linguaggio; Victor Klemperer dedicherà alla questione mirabili analisi in LTI, Lingua Tertii Imperi (La Lingua del Terzo Reich), annotazioni del filologo marchiato con la stella di Davide, che sopravvisse nella Germania nazista e che come unica arma di difesa aveva l’osservazione della struttura della lingua ufficiale per smascherare i meccanismi della menzogna; Aleksander Wat, in Chiave e gancio, offrirà un’analisi acuta della semantica sovietica e del ruolo della letteratura nella “statalizzazione” delle coscienze, nell’espropriazione della libertà del pensiero dei sudditi; una lettura simile, del pericolo per le anime rappresentato dal totalitarismo, indicherà Zbigniew Herbert in alcuni versi, in particolare ne Il mostro del signor Cogito (le enormi fauci della nullità che spuntano dalle nebbie rappresentano, nella tonalità poetica, considerazioni simili a quelle del giovane esiliato italiano nel suo saggio); Alain Besançon svelerà gli strati della finzione e della menzogna nell’interpretazione comunista della realtà. Chiaromonte fece queste scoperte straordinariamente presto, per conto suo. Il suo testo, quando lo lessi, mi parve importante e utile nel mio dibattermi col problema del senso e della verità, del linguaggio che cela e del linguaggio che svela.
Dunque, nel mio articolo su Chiaromonte pubblicato in “Tworczosc”, non solo esposi le tesi fondamentali del saggio Sul fascismo, ma lo tradussi. Fu pubblicato, con una mia breve introduzione, nel mensile cattolico liberale “Wiez” (redattore capo era Tadeusz Mazowiecki, più tardi consigliere di Solidarnosc e primo capo di un governo non comunista in Polonia).
Il saggio Sul fascismo, scritto in francese, pubblicato in forma ridotta nel 1936 sulla rivista parigina “Europe”, era totalmente sconosciuto nel momento in cui ne presi visione. Dunque, la prima pubblicazione integrale del testo avvenne nella Polonia comunista, almeno ufficialmente, quarant’anni dopo la sua prima apparizione. Il saggio suscitò l’interesse del ristretto gruppo di coloro che all’epoca cercavano di raggiungere la libertà di pensiero, cercavano una voce libera, volevano osservare la realtà e per far questo avevano bisogno di strumenti. Il testo di Chiaromonte si rivelò per alcuni rappresentanti del nascente pensiero indipendente polacco uno di questi strumenti: mi ricordo con quale interesse reagì a questa pubblicazione Adam Michnik.
Come incontrai i testi di Chiaromonte? E perché ho deciso di scriverne? Perché rappresentavano per me una scuola di approccio, l’ausilio per ritrovare la voce libera? Essi occupano un posto importante nella mia “storia privata della libertà”. Così definii il ciclo di testi che iniziai a pubblicare agli inizi degli anni ’70 sulla stampa polacca, quella più aperta, anche se, come tutte le pubblicazioni, restava sotto il controllo della censura del partito. Così chiamavo la ricerca complessiva della propria voce, problema per me essenziale. A partire da quello su Nicola Chiaromonte, iniziai a pubblicare mensilmente su “Tworczosc” dei saggi sui libri che per me rappresentavano la scoperta e il rafforzamento della libertà individuale e che permettevano di vedere meglio la realtà circostante.
In precedenza, pronunciamenti pubblici sui temi per me sostanziali mi sarebbero sembrati impossibili. Sapevo che le mie opinioni rimanevano in contrapposizione totale con l’ideologia ufficiale, imposta. Possedevo un mio elenco di scrittori, pensatori, artisti, che rappresentavano il modello di osservazione del mondo, di se stessi e della società. Da loro avevo imparato a parlare, con loro conversavo, ma si trattava di conversazioni del tutto segrete, con tutte le deformanti conseguenze di tale situazione. Sapevo bene che non era permesso parlare in pubblico dei più eminenti scrittori polacchi contemporanei, le cui opere scoprivo con difficoltà, di coloro che toccavano la realtà, parlavano a me, parlavano di me. Di questi scrittori -Witold Gombrowicz e Czeslaw Milosz sono solo due degli esempi più luminosi- i libri erano vietati. Cercavo di avere accesso alle loro pubblicazioni. I libri polacchi e le riviste pubblicate all’estero, prima fra tutte “Kultura”, erano perseguitati dalle autorità con particolare accanimento. Di più facile reperimento, anche se pure con i dovuti accorgimenti, erano i libri e le riviste in lingua straniera, dove venivano trattate le problematiche della libertà e venivano analizzati in maniera critica i dogmi dell’ideologia comunista. Nella biblioteca dell’Università di Varsavia (fino ad un certo momento) si poteva prendere visione di “Preuves”, mensile pubblicato sotto l’auspicio del Congresso per la libertà della cultura (vi apparivano anche i testi di Chiaromonte). Come materia degli studi scelsi tuttavia la letteratura francese del XVII secolo; ritenevo di poter trovare in questo modo una nicchia ecologica, libera dall’inquinamento ideologico dell’atmosfera.
In quel periodo, a metà degli anni ’60, feci alcuni viaggi a Parigi. Conobbi persone di cui ammiravo le opere -Jozef Czapski, Aleksander Wat, Konstanty Jelenski, più tardi Jerzy Stempowski, Witold Gombrowicz, Gustaw Herling-Grudzinski, Czeslaw Milosz-; per la prima volta leggevo apertamente i loro libri e le pubblicazioni di “Kultura”. A Varsavia, per ovvi motivi, non raccontai né di questi incontri né di queste letture. La parte sostanziale della mia vita spirituale rimaneva dunque nascosta. Si trattava di uno stato di strana schizofrenia che non favoriva una franca conversazione, un creativo scambio di pensiero e di sentimento. Nell’autunno del 1965 iniziai anche, in qualità di libero uditore, gli studi filosofici. Tra gli studenti di quell’anno strinsi amicizia con Andrzej Rapaczynski, più giovane di me di qualche anno. Mi parve più libero di tanti miei coetanei, più aperto al mondo. Parlavamo molto. Nell’estate del 1967 ci preparavamo per un viaggio a Parigi. Andrzej partì per primo. Scrissi dalla Polonia a Jozef Czapski annunciando l’arrivo del mio amico. Quando arrivai a Parigi ci incontrammo in tre, c’era anche Czapski. Con Andrzej intraprendemmo il viaggio verso il Sud. Le nostre strade si divisero a Mentone. Andrzej proseguì per l’Italia, io tornai a Nizza e Vence. Lì conobbi Witold Gombrowicz.
Arrivò il marzo 1968. Per me, come per tutta la mia generazione, si trattò di uno shock. Non voglio dire che persi delle illusioni riguardo all’essenza del sistema comunista, perché non me ne ero mai fatte, ma si creò una sorta di solidarietà generazionale che, pur nello spavento per la menzogna ufficiale, per la campagna antisemita diretta dal partito e dalla polizia, ci diede anche modo di conoscere il gusto della libertà e dell’appartenenza. Un’intera generazione di studenti gridava pubblicamente insieme: “La stampa mente”. Cominciarono le conversazioni più sincere, impensabili in precedenza; ebbe inizio la ricerca di un linguaggio capace di cogliere qualcosa della realtà. Ricerca delle radici, dell’albero genealogico intellettuale, ricerca delle persone che avevano attraversato fatiche simili.
Una parte dei miei amici partì in esilio. Mio fratello maggiore Jakub si ritrovò in carcere accusato inizialmente di essere l’organizzatore delle proteste studentesche, più tardi di avere contatti con “Kultura” e di far contrabbando della parola libera. Andrzej Rapaczynski lasciò la Polonia. Ne informai Jozef Czapski e lui, a sua volta, si rivolse a Nicola Chiaromonte raccomandandogli il giovane polacco.
Andrzej, durante il soggiorno a Roma, in attesa del visto americano, divenne ospite frequente di via Ofanto. Mi scrisse a Varsavia che reputava l’amicizia con Nicola Chiaromonte un magnifico dono della sorte.
Dopo il marzo ’68 fui espulso dall’Università. Nelle strutture ufficiali non c’era più posto per me. Dal momento che non riuscivo a trovare rifugio nel XVII secolo francese e a occuparmi delle tragedie di Racine, decisi di provare a parlare di ciò che davvero mi interessava. Dopo la caduta di Gomulka il clima politico era divenuto più sopportabile. I vapori ideologici avvelenavano un po’ meno l’atmosfera, anche se la censura e la polizia politica continuavano a esistere, pronte a reagire in ogni momento di fronte al pericolo “per le conquiste del socialismo”. Tuttavia, la menzogna ufficiale era sulla difensiva; la gente iniziava a parlare con un linguaggio più normale, anche di temi fino allora proibiti: temi di storia contemporanea, di pensiero politico e sociale. Fu il timido inizio di una società civile. Uno degli elementi di questo processo fu l’uscita dal cerchio maledetto del linguaggio pietrificato sottoposto al controllo ideologico. Iniziai a pubblicare nel “Tygodnik Powszechny” (Settimanale Universale), anche in “Tworczosc”, sui temi del pensiero politico, sulla questione della libertà, la libertà dei cittadini, la libertà della parola.
Andrzej Rapaczynski studiava negli Stati Uniti, ma le vacanze cercava di passarle in Italia. Nicola Chiaromonte rappresentava un importante elemento del suo legame con questo paese. Nel 1971 progettava comuni vacanze estive con Nicola e Miriam. Mi invitò, ma mi rifiutarono il passaporto. Ci promettemmo di posticipare questi progetti all’anno successivo. Nell’estate del 1972 ottenni il passaporto. Nicola Chiaromonte non era più in questo mondo. Morì nel gennaio 1972 per un attacco cardiaco.
Con Andrzej ci incontrammo a Venezia. Continuavamo le nostre conversazioni iniziate a Varsavia. Per la prima volta visitavo l’Italia. Anche questo fu un elemento importante della mia storia privata della libertà. Mi immergevo nelle voci del passato, imparavo a parlare liberamente. Quante volte a Venezia, a Ravenna, a Siena, ad Assisi, Perugia, Roma, Siracusa, e in maniera più limpida davanti al Palazzo della Signoria di Firenze, ebbi l’opportunità di sentire con forza l’evidenza dei legami tra la politica e l’arte! I palazzi e i monumenti mi raccontavano cosa significasse essere un cittadino consapevole dei propri legami e diritti, membro della collettività, capace di comprendere la lingua di pietre, sculture, piazze, ponti; consapevole delle conquiste del passato e delle prospettive del futuro da esse aperte. Capace di comprendere il ruolo regolatore della memoria e quello creativo dell’immaginazione.
Andrzej tornò negli Stati Uniti prima. Chiese a Miriam Chiaromonte di ospitarmi. Mi fu offerta un’accoglienza generosa e calorosa che non dimenticherò mai. Cominciai ad essere ospitato in via Ofanto. Visitavo la città, ma passavo anche lunghe ore nello studio di Nicola Chiaromonte. Avevo accesso ai suoi testi, anche a quelli inediti. Tra essi trovai il saggio Sul fascismo e scorsi in esso spunti che avrebbero potuto contribuire alle mie conversazioni con Andrzej; spunti che sarebbero divenuti un elemento importante nella mia personale storia della libertà. Ecco qualcuno che rispondeva a una sfida simile a quella con cui mi misuravo! Accadeva molti anni prima, in un altro paese, in una situazione per tanti aspetti differente, ma la risposta data da lui risuonava come fosse stata formulata ieri, o meglio domani. Come se fosse stata pronunciata per me.
Chiaromonte descriveva come lui stesso avesse imparato a parlare con voce libera, come cercasse di andare oltre gli schemi paralizzanti dell’ideologia, come apprendesse a parlare con altri, con il passato, con se stesso. Delineò -lui non chiamava così la sua strada, ma dalla mia prospettiva odierna così la definirei- una propria personale storia della libertà, raccontò la conquista della parola libera attraverso l’analisi della follia della politica totalitaria. Che sollievo sentire la voce del singolo che parla delle questioni riguardanti l’individuo e la società, che dice cose originali, convincenti, libere dagli schemi ideologici e soffocanti.
Al ritorno a Varsavia iniziai a scrivere con regolarità i saggi in cui annotavo ciò che allargava e rafforzava la mia percezione della libertà. Il primo testo fu dedicato, come ho ricordato, a Nicola Chiaromonte (dopo anni, nel 1985, fu pubblicato in Italia, nella nuova edizione di “Tempo presente”, la rivista fondata e redatta da Chiaromonte e Ignazio Silone). Il viaggio in Italia era stato per me un’esperienza importante. Nei saggi pubblicati cercavo di continuare le conversazioni che per la prima volta, con tale naturalezza, avevo svolto a Venezia, Firenze, Roma; conversazioni con i libri nello studio di Nicola Chiaromonte; conversazioni con i paesaggi e i monumenti dell’Italia, con i quadri italiani. Mi fu dato di rivisitare l’Italia e Roma; la casa di via Ofanto divenne per me una casa familiare; la conversazione continuava, Miriam a volte telefonava scherzosamente a Varsavia chiedendo dove si trovasse un certo volume, nella biblioteca di via Ofanto; sosteneva che conoscevo quella raccolta di libri meglio di lei.
Nello studiolo di via Ofanto scrissi Le due concezioni della libertà, saggio basato sul lavoro di Isaiah Berlin, trovato nella biblioteca di Nicola Chiaromonte. In esso presentavo la problematica della libertà dei cittadini, dei confini del potere statale, così vicina a Chiaromonte e così attuale. Sempre lì fu concepito il saggio Vita activa, sul pensiero di Hannah Arendt, basato sul suo libro The Human Condition, letto nello studio di via Ofanto. Miriam Chiaromonte mi mise a disposizione la corrispondenza di Nicola e Andrea Caffi, l’umanista italo-russo, cosmopolita nella più alta accezione di questa parola e, nel contempo, legato intimamente con diverse patrie (lo associai immediatamente a Jerzy Stempowski). Da Miriam ho ricevuto anche il volume dei saggi di Caffi, A Critique of Violence (l’edizione italiana era intitolata Critica della violenza), con l’introduzione di Nicola Chiaromonte. Ha detto di Caffi: “Il migliore, il più saggio, il più giusto uomo che mi sia stato dato di incontrare”. L’introduzione a questo volume mi è sempre stata particolarmente cara. Lì Chiaromonte si svela, mostra le sue scelte. In maniera simile recepisco il suo ricordo di Albert Camus; e anche il suo testo Il gesuita, metà racconto, metà confessione autobiografica. Il testo su Caffi lo scrissi a Varsavia. Presentavo il suo rapporto con il problema della libertà, della sopraffazione, sopraffazione a opera del potere.
Nella biblioteca di via Ofanto avevo sotto mano gli annali di “Tempo presente”. Leggevo questa eccellente rivista di ampi orizzonti. Non è invecchiata col passare del tempo. All’epoca Miriam lavorava all’edizione dei testi sparsi di Chiaromonte. Ho potuto conoscerli, trovandovi impressioni anche mie. Vennero poi pubblicati gli Scritti politici e civili (1976). Con mia gioia vi comparvero, tra gli altri, i saggi Sul fascismo, Il gesuita e Andrea Caffi. Negli Scritti sul teatro (1976) particolarmente indovinato mi parve l’accostamento di Cechov e Pirandello; poi Silenzio e parole (1978), testi filosofici e letterari, tra cui il ricordo di Albert Camus. In questi libri potevo ritornare ai testi di Chiaromonte, che mi divennero cari e che mi aiutarono nel dialogo con il mondo. Tuttavia, avevo l’impressione che Chiaromonte mi parlasse da una certa distanza.
Nel periodo dell’azione legale di Solidarnosc, dal 1980 alla fine dell’autunno 1981, i fumi ideologici scomparvero, le parole riconquistarono il loro significato, il loro peso. Le conversazioni in Polonia diventavano più facili, ma bisognava anche avere qualcosa da dire. In quel periodo fui costretto a rivedere a fondo la mia tattica di scrittura; dovevo ritrovare un linguaggio che mi permettesse di avvicinarmi alle problematiche per me importanti. Perdeva il suo fascino l’alludere al fatto che un po’ di libertà in più fa bene allo sviluppo sociale. Il 13 dicembre del 1981 la sopraffazione di Solidarnosc acuì solamente questa situazione. In quel momento ero negli Stati Uniti. Il mio cognome apparve sull’unico elenco ufficiale degli attivisti imprigionati. Questo errore della polizia politica mi facilitò la pubblica definizione della mia posizione. Rimasi in Occidente.
Mi installai a Parigi. Poco dopo iniziarono le pubblicazioni di “Zeszyty Literackie” (Quaderni Letterari), fondati e pubblicati da Barbara Torunczyk. Con maggior forza sentivo il bisogno di trovare il linguaggio con cui riprendere il contatto con la realtà, cercare di definirla, conversare con il mondo, toccare il mondo per rivitalizzarlo in me, rivitalizzare me stesso. Ero, come tanti altri, in uno stato di shock, di paralisi interiore, avevo la sensazione che ciò che leggevo, che ascoltavo, gli articoli, i libri, le discussioni, fossero solo un fruscio della carta, solo discarica di parole, a volte anche bellissime, a volte documento essenziale del tempo, ma morte. Lentamente uscivo da questo stato. Il sostegno arrivava da fonti simili a quelle di un tempo: nello sprazzo di realtà del verso di Milosz, nella rilettura di un frammento di diario di Gombrowicz, nell’annotazione -con parole o pennino- di Jozef Czapski.
Molto lentamente iniziavo ad aprire gli occhi, vedere i quadri, parlare con le persone. Avevo bisogno di aiuto per rivitalizzare la voce, lo sguardo. L’arrivo a Parigi di Krzysztof Jung rappresentò un momento di questo rallentamento interiore e, nel contempo, di concentrazione, di “distaccamento dal nemico” (come lo definisco nel mio linguaggio personale) per rivolgermi verso me stesso e il mondo. Il mio amico pittore aveva in se stesso, nei momenti buoni, il potere di illuminare il mondo. Con questo stato d’animo partii alla fine di dicembre 1984 per Roma insieme a Krzysztof, anche lui invitato da Miriam Chiaromonte. Tornai in via Ofanto. Con gioia facevo conoscere la città eterna al giovane pittore che la vedeva per la prima volta con i suoi occhi intensi. Giusto in quel periodo era tornato, dopo un periodo di attività estremamente moderna, alle classiche forme di espressione plastica. Sotto l’influenza delle opere di Jozef Czapski dipinse una serie di magnifici paesaggi (li portò a Parigi da Varsavia). Anche lui aveva bisogno di un rinnovamento e rafforzamento del linguaggio che gli permettesse un dialogo creativo con il mondo. Tuttavia, durante questo soggiorno fui sempre combattuto tra la voglia di passeggiate con Krzysztof per Roma e la tentazione, non meno forte, di chiudermi nello studio di Nicola Chiaromonte e concentrarmi sui suoi testi.
Miriam, infatti, mi fece vedere allora le sue annotazioni private. Dunque, ogni mattina Nicola Chiaromonte sedeva nello studio a lavorare; iniziava la giornata per lo più chinandosi sopra gli originali dei tragici e filosofi greci. Più tardi dirigeva lo sguardo verso il trambusto della modernità, verso i fenomeni letterari contemporanei, dispute politiche, analisi sociali. Le riflessioni le annotava nelle agende. Miriam aveva iniziato a decifrarle e trascriverle. Aveva dei dubbi sull’opportunità di renderle note, perché si trattava di annotazioni troppo intime, che forse non avrebbero trovato dei lettori. Io la incoraggiavo calorosamente a continuare il lavoro. Potevo rassicurarla che quelle note avevano già trovato almeno un lettore appassionato.
Nelle note mi entusiasmò la voce intima che poneva le domande sulle fondamentali questioni esistenziali, libera dal servilismo ufficiale, priva dell’apoditticità dottrinale dei sistemi filosofici, della critica letteraria o artistica. Questo stile, questo svolgersi della conversazione, questo intendere il mondo, rispondevano al mio bisogno. Sentii una voce seria e allo stesso tempo senza arrossamenti. Di solito presso gli aforisti, anche i più grandi, disturba la voglia di ricondurre il tutto a un’unica formula illuminante, evidente sforzo di seduzione del lettore. Nietzsche ha scritto che il suo ideale è di dire in poche frasi ciò che per gli altri richiede un intero libro, e che gli altri in un libro intero non dicono. Nelle sue note Chiaromonte mi parve più spogliato e più ruvido; lì colsi la più magnifica realizzazione della sua scrittura: non vuole sedurre il lettore e non lo sottovaluta, parla delle proprie reazioni ai libri, agli uomini, ai fenomeni, tratta se stesso con serietà e umiltà. Allora, a Roma, nel 1985, colsi nelle sue note lo spirito di apprendimento, di colui che pone delle domande ad altri uomini, ad altri tempi e a se stesso, ed è capace di imparare; grazie a ciò a volte avviene un tocco vitale della realtà, il linguaggio rinasce e si rinforza, la conversazione diventa possibile.
Durante quello stesso soggiorno a Roma lessi il nuovo volume di poesie di Czeslaw Milosz. Un volume di poesie? Milosz, come egli stesso scriveva, cercava “una forma più capiente”, che andasse oltre le schematiche differenziazioni del genere. Rimasi colpito dagli improvvisi bagliori della realtà colti nel volume di Milosz. E sentii una straordinaria affinità fra le ricerche formali di Milosz e Chiaromonte. Entrambi cercavano di liberarsi dai busti che falsificano la voce, che non permettono di parlare liberamente del mondo, neanche del mondo interiore. Con coraggio schivavano le trappole della letteratura pura, troppo letteraria.
Nei taccuini di Chiaromonte, come nelle poesie di Milosz, trovavo una letteratura ripulita, anche nelle forme, da ogni preziosità, una letteratura allo stato puro. La parola tendeva a cogliere l’uomo vivo, a liberarlo dai legami ideologici, da schemi filosofici, religiosi e artistici. Sentivo il bisogno di una letteratura del genere, che affrontasse con coraggio la realtà, riuscendo a coglierne i tanti elementi. Sì, il Chiaromonte che riemergeva dalle note, lette da me nell’inverno del 1985 in via Ofanto, e più avanti a Parigi, si inseriva a pieno titolo nell’elenco dei miei “scrittori briganti”. Mi aiutò a porre fine al silenzio soffocante. Scrissi un saggio su queste note, pubblicato nella primavera del 1986, da “Zeszyty Literackie”. Fu uno dei primi testi di una lunga serie, durata alcuni lustri, intitolata “Lettere da Parigi”. Scelsi gli appunti di Chiaromonte che sentivo a me più vicini, più corrispondenti ai miei bisogni, che mi parlavano in modo più forte e più semplice. Quegli appunti sono stati anche da me tradotti e pubblicati su “Zeszyty Literackie”. Ho inserito non solo il mio testo, ma anche frammenti scelti dagli appunti, nel volume Lo stemma d’esilio, perché sentivo che mi appartenevano sia per la loro forma, che per il contenuto. Si trattava della prima pubblicazione degli appunti e di un loro commento; questa volta nelle pagine di un trimestrale di emigrazione polacca a Parigi. Credo che a Nicola Chiaromonte sarebbe piaciuta una coincidenza del genere.
Ritenevo però che questi testi straordinari dovessero essere pubblicati in primo luogo in Italia; aiutavo Miriam nella scelta degli appunti, la esortavo a mandarli agli editori. Pensavo che un’opera di tale semplicità, forza e originalità sarebbe stata accolta con entusiasmo. Benché una parte del mio saggio venisse pubblicata nel 1987 sulle pagine di una nuova edizione di “Tempo presente” e fosse la prima informazione in lingua italiana sull’esistenza delle note di Chiaromonte, la via verso le librerie d’Italia si rivelò assai più difficile di quanto mi aspettassi. Alcune case editrici, tra cui Adelphi, che mi pareva la più adatta alla problematica, alla pubblicazione del libro, diedero addirittura risposte negative. Fu solo il Mulino a prestare un interesse più grande e a pubblicare nel 1992 un volume di saggi dal titolo Il tarlo della coscienza, curato da Miriam Chiaromonte, ripreso dal volume americano The Worm of Consciousness and Other Essays, del 1976. Nel 1993 venne riproposto Credere e non credere, e finalmente, nel 1995, venne pubblicato Che cosa rimane. Taccuini 1955-1971, una scelta degli appunti a cura di Miriam Chiaromonte, con la mia prefazione. E’ impressionante la lentezza con cui questi taccuini sono arrivati agli editori e ai lettori. Non dubito che la loro importanza sarà apprezzata, ma questo momento sembra ancora lontano, e molto rimane ancora da fare. Il mio saggio e la prima scelta dei taccuini, apparsi su “Zeszyty Literackie”, furono pubblicati in francese dalla rivista “Légendes” nel 1999; in olandese da “Nexus” nel 2000; nel 2001 la casa editrice polacca Czytelnik pubblicò, a cura e nella traduzione di Stanislaw Kasprzysiak, con la mia prefazione, Che cosa rimane; una versione più ampia in francese, con la mia introduzione, è annunciata dalla casa editrice Editions du Rocher, per l’anno 2003.
Il volume pubblicato in italiano dal Mulino non è altro che una scelta degli appunti e rappresenta una buona introduzione, ma la pubblicazione dell’opera di Chiaromonte dovrebbe andare avanti. Molti appunti a me cari non hanno trovato il posto nell’edizione italiana. Mi rendo conto di quanto rimanga da fare. Sono tornato ripetutamente in via Ofanto per leggere i taccuini, nonché la sua corrispondenza, messa a mia disposizione da Miriam. Anche le sue lettere mi hanno molto colpito, rappresentano una testimonianza importante della realtà sociale e della vita interiore; impressiona la loro varietà. Chiaromonte dialogava con una grande abilità, cercava di adeguarsi al suo interlocutore, rimanendo se stesso. Scriveva in tre lingue; le lettere a Caffi, il più delle volte in francese, talvolta in italiano, riguardano temi socio-filosofici. Quelle a Mary McCarthy, in inglese, di taglio aneddotico, tracciano un quadro vivace dell’ambiente degli intellettuali americani e occidentali nel dopoguerra. Ma il mio interesse è stato suscitato da un altro blocco di lettere, molto più concise, personali. Mi sembravano simili agli appunti nei diari. Miriam mi ha fatto vedere questi testi nell’inverno 1984-85, a Roma.
Nicola Chiaromonte negli ultimi anni della sua vita teneva un carteggio molto regolare e intenso con una certa monaca; si scrivevano diverse volte alla settimana (la monaca aveva ricevuto un permesso speciale dai suoi superiori per questa corrispondenza spirituale). La lingua era quella italiana; la monaca abitava negli Stati Uniti, era nata in Germania, e padroneggiava sia il tedesco che l’inglese, l’italiano e il francese. Traduceva in inglese le poesie dalle altre lingue (Yves Bonnefoy, René Char, Georg Trakl, Johannes Bobrowski, Eugenio Montale, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti).
Alcuni frammenti delle lettere di Chiaromonte mi hanno incantato perché parlano di una realtà che riusciamo a cogliere nei momenti di tensione particolare, quando ci raccogliamo su noi stessi, consci dei nostri limiti, della nostra ignoranza. Allora ci poniamo domande semplici, e con onestà, concentrazione, cerchiamo una risposta: cosa è la felicità? Quali regole devono presiedere, governare la comunità degli uomini? Chiaromonte in quelle lettere talvolta spiegava le idee annotate sui suoi taccuini; ecco perché leggevo questi frammenti di lettere con viva emozione; sentivo la sua voce che parlava di cose anche per me importanti, al di sopra di ogni schema ideologico, politico o filosofico.
L’archivio di Chiaromonte, messo magnificamente in ordine da Miriam, mi pareva uno dei luoghi segreti della coscienza occidentale. Appropriarsi di questi tesori avrebbe dovuto essere il sogno degli istituti di ricerca e delle università italiane. Ma non fu così: l’interessamento rimase scarso. Raccontai di questo archivio a Vincent Giroud, direttore del dipartimento di manoscritti contemporanei della ricchissima raccolta della Beinecke Library, depositaria dei cimeli dell’Università di Yale, dove si trova una magnifica collezione degli “scrittori briganti”: Milosz, Wat, Jelenski, Gombrowicz. Nel 1992, la Beinecke Library acquistò anche l’archivio di Chiaromonte; in esso attualmente si trovano i taccuini e le lettere.
Nell’ottobre del 1998 mi accingevo a partire per la Beinecke Library, per continuare gli studi dei taccuini; ma, ahimé, ripeto spesso a me stesso la frase di una poesia inglese “the best laid schemes of mice and men…”: la stessa sorte spetta ai piani meglio concepiti di topi e uomini. Il giorno prima della mia partenza da Parigi per gli Stati Uniti morì improvvisamente a Varsavia Krzysztof Jung. Ancora una volta rimasi senza voce, come dietro una parete di vetro, rigido, muto. Con questo stato d’animo partii con un certo ritardo per la Beinecke Library e ancora una volta gli “scrittori briganti” vennero in mio aiuto. Nella magnifica bacheca di alabastro, quale è la Beinecke Library, in un monumento dell’architettura del XX secolo, mi chinai sulle lettere di Jelenski, Czapski, Herbert, sui manoscritti di Milosz e di Wat, sui frammenti di diario di Gombrowicz. Mi parlavano in modo comprensibile e giusto di cose e uomini a me vicini.
Approfondii la lettura dei taccuini anteriori, a me sconosciuti; quelli trascritti in parte da Miriam vanno dal 1955 al 1971. Gli appunti da me letti a Beinecke risalgono al 1923; li ha scritti un diciottenne su un blocco di carta intestata al “Dott. Chiaromonte Rocco, Medico Chirurgo, Specialista malattie interne, via Po, 33, Roma”. E’ l’agenda del padre, medico; abitavano vicinissimi a via Ofanto (in questa famiglia da alcune generazioni c’era un medico e un prete, così fu anche nella generazione del padre di Nicola e nella sua: il più piccolo dei fratelli, Franco, è medico, il secondo, Mauro, è diventato prete -di lui parla il saggio Il gesuita). La scritta sul retro della prima pagina: “Nulla dies sine linea”. La prima breve annotazione è del 30 giugno 1923 e riguarda il problema “Mutabilità” (cambiamenti, mutamenti -il mio problema!). Subito dopo, 3 agosto 1923, su Don Chisciotte: “Austero cavaliere, tu non mi fai ridere e neppure sorridere”. Chiaromonte trattava il cavaliere dalla faccia triste con assoluta serietà, non rideva di lui, né sorrideva con ironia o sdegno. Nel quaderno successivo, 9 ottobre 1924, annotazione: “Lettura di Schopenhauer”; 2 dicembre 1924: “La morte di Giacomo Puccini”. Le citazioni dai versi (in originale): Keats, Holderlin, Racine, spesso compare Goethe. Ho trovato la risposta di Mefistofele a Faust che chiede: “Chi sei?”: “Rimarrai colui che sei, pure ti addobbassi in parrucche di mille boccoli, pure vestissi le scarpe con tacco altissimo, rimarrai colui che sei”. E ho trovato le parole per me più preziose, un’altra risposta a questa domanda fondamentale e nel contempo la promessa di salvezza di Faust: “Wer immer strebend sich bemüht, Den können wir erlösen”, “Colui che costantemente si adopera per una causa, troverà la salvezza”. Bisogna ripetersi queste parole nei momenti di prova e in altri momenti. Note interessanti sui giorni della disfatta francese, nel 1940; sulla partenza da Casablanca, 26 luglio ’41, per gli Stati Uniti, a bordo della “Nyassa”; sulle conversazioni con un diplomatico polacco. Appunti a New York sulle letture filosofiche: Descartes, Rozanov, Platone, Kierkegaard, Sartre.
Due appunti mi parlano come se fossero rivolti personalmente a me, al di là degli anni. Il primo, precoce, dal quaderno febbraio-marzo 1927, in italiano. “E’ morto un uomo: un uomo è stato cancellato. Ma come si può cancellare un volto, delle mani, delle ossa? Perché è sparito? Egli non era un fantasma, egli aveva un corpo che gli costava, un corpo che si stancava, che doveva dormire e svegliarsi, un corpo che faceva anche sangue. Chi lo ha cancellato? Perché è sparito? Oh, non è sparito. Un giorno egli è rimasto fermo, non s’è più saputo che farne ed è stato mandato via perché gli altri hanno pensato che ormai doveva bastare il suo nome e il diritto di piangere. Non è stato cancellato, ma per un pezzo non si saprà più niente di lui”. Non si sa di chi parli questo appunto, ma sentii questa voce limpidissima a Beinecke nell’ottobre del 1998; in quel momento avevo bisogno di sentire quelle parole.
La seconda annotazione, in francese, risale all’inizio del soggiorno americano, fine 1941-inizio 1942, rappresenta una sorta di confessione della fede e voto alla memoria.
“Io sono legato:
A ciò che è avvenuto in Italia, in Spagna, in Francia – a tutta la vita, a tutte le vite distrutte, calpestate, umiliate.
Annie – è il cuore.
Andrea (il cammino dello spirito) – l’amicizia – la società.
Due o tre momenti di estasi.
Il paradiso dell’arte e della natura. Firenze.
Il mare, i cavalli.
La nostalgia ‘Pax et justitia oscultatae sunt’.
E questa domanda: ‘sono davvero innamorato? E’ veramente questo?’ di fronte a ciò che capita”.
(Annie è Annie Pohl, pittrice, prima moglie di Chiaromonte, morta di tisi in Francia, nel 1940; Andrea è Andrea Caffi, il mentore e il più caro amico di Chiaromonte, rimasto in Francia, a Toulouse, durante la guerra).
Queste parole scritte nel momento della disfatta e della rinascita, questa dichiarazione di fedeltà nel momento del cambiamento, erano rivolte anch’esse a me, vi sentivo il completamento della prima nota sulla mutabilità, della prospettiva di individualità, già temprata nella disfatta, ma tuttora aperta al mondo, capace di meravigliarsi, di indignarsi, di amare e di porre amicizia: “Colui che costantemente si adopera per una causa, troverà l’assoluzione”.
Nell’autunno 1998, a Beinecke, lessi anche la corrispondenza di Chiaromonte, e anche questa volta rimasi colpito dalla ricchezza del quadro che emergeva da queste lettere; quadro dell’epoca e quadro dell’uomo, sovrano, alla ricerca del proprio posto, della propria voce, ma capace di capire gli altri, capace di aiutarli nella loro battaglia con il richiamo della sorte e dell’epoca. Mi hanno incuriosito due lettere a Slawomir Mrozek, specie due frammenti del 1964; tra l’intellettuale e critico teatrale italiano e il drammaturgo polacco, più giovane di un quarto di secolo, nacque un forte legame di simpatia. Mrozek, all’epoca, decise di rimanere in Occidente; Chiaromonte condivide con lui l’esperienza di esiliato: “Posso dire che i miei anni d’esilio furono molto duri per tante ragioni, ma furono anche i più ‘vivi’ e fruttuosi della mia vita. Io cominciai l’esilio quando avevo ventinove anni e lo terminai quindici anni dopo. Il peggior momento non fu l’inizio, ma la fine, quando, cioè, dovetti decidere se tornare in patria o no: sto sempre un po’ fuori d’Italia per una quantità di aspetti della vita, da quello intellettuale a quello delle abitudini e dei costumi. E forse questo è un tempo in cui non si può essere in patria in nessun luogo: si è sempre ‘sradicati’ (uprooted), dovunque si viva” (5 marzo 1964).
Il secondo frammento riguarda il rapporto di Chiaromonte con i suoi amici polacchi, ma anche qualcosa di più elementare, la sua visione della personalità, vivace, rivitalizzante dei contatti tra gli uomini, il senso della conversazione: “Del resto, è un fatto che fra me e i miei conoscenti polacchi ci sia un rapporto un po’ speciale: voglio dire che non c’è quella distanza fatta di politesse, ma anche di sicurezza di non potersi veramente intendere, che si stabilisce fra me e i miei conoscenti francesi, per esempio. (…) Ed ecco, a me dispiace molto di non abitare nella stessa città dove abita lei perché ho il sentimento che con lei la comunicazione è utile. E così anche con Gustavo Herling, a cui voglio molto bene: mi fa piacere che lei abbia trovato l’incontro con lui ‘ravvivante’. Herling è un uomo solido. Mentre di solito non si incontrano che zombies. Lei sa che cosa sono gli zombies: sono, a Haiti, quegli individui che vivono posseduti da uno ‘spirito’ dei riti ‘voodoo’, e non esistono dunque mai di persona” (2 novembre 1964).
Chiaromonte era una guida delle anime non aggressiva, non dogmatica; gli rese un bellissimo omaggio Mary McCarthy, in una lettera del 1968. Nel confidargli il progetto di un viaggio ad Hanoi, ne aveva già parlato in segreto con Kot Jelenski e Nathalie Sarraute, improvvisamente aggiunse: “Nicola, da tempo volevo dirti -e questa mi sembra una buona occasione- che vederti a Cape Cod nell’estate del ’45 ha rappresentato una svolta nella mia vita. Infatti sono diventata una persona diversa, anche se tu non lo hai notato, del resto io stessa l’ho scoperto solo in seguito, guardandomi indietro. Questo mi ha convinto -qualcosa che tu stesso non credi- che il cambiamento è possibile, intendo il cambiamento interiore naturalmente”.
Chiaromonte ha cambiato la sua vita, come ha cambiato la vita di tante persone. Si può solo ripetere: non mi fai ridere e neppure sorridere. Con attenzione -e senza isterismi- guardava il mondo, se stesso, noi, conversava. Questa conversazione non è finita. Abbiamo bisogno di nuove edizioni dei suoi testi, di nuove letture, di nuovi incontri.

“Le amicizie trasversali” – di Irena Grudzinska-Gross

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell’altra tradizione, 3, Una città, 2006

Tra le molte fotografie che tengo sulla mia scrivania, una delle più importanti è la celebre foto, scattata nel 1947, nella quale Nicola e Miriam Chiaromonte sono seduti in compagnia dei loro amici di New York: Mary McCarthy, Dwight Macdonald, Lionel Abel, Elizabeth Hardwick e altri. Questa è una foto di amici, e quando penso ai Chiaromonte li vedo così. Mary McCarthy ha scritto, in una lettera a Hannah Arendt, che i Chiaromonte con Ignazio Silone le sembravano “una parte della mia famiglia eterna”. Non cercherò qui di passare in rassegna le loro amicizie, anche se questo dovrebbe essere fatto. Parlerò di qualcosa di più limitato. Rispondo all’invito di partecipare a questo convegno su Nicola Chiaromonte, cosa di cui sono molto riconoscente, con un ricordo personale. Finora non ho mai parlato in pubblico della mia breve -soltanto due anni- conoscenza con Chiaromonte. Ma ricordare le persone alle quali dobbiamo gratitudine è un nostro dovere, è un modo di pagare il nostro debito. Non ha forse scritto Chiaromonte, nel suo saggio su Albert Camus, che lo sforzo di ricordarsi la persona morta è compito vano? “Tutto è frammento, tutto è incompiuto, tutto è preda della mortalità”. E ancora: “La storia di un uomo è sempre incompiuta”. Ma lui stesso fa uno sforzo e scrive su quell’uomo morto, perché tale è l’obbligo dell’amicizia: fare in modo che anche dopo la morte la storia di questa persona continui. La memoria è uno dei doveri dell’amicizia (e dell’amore) ed io, incoraggiata dal suo sforzo, cercherò di raccontare quello che Chiaromonte ha significato per me. E quanto gli devo. E gli devo moltissimo, proprio in ragione del suo dono d’amicizia e di ospitalità.
Ma prima di parlare di questo, devo dire qualcosa su me stessa, e me ne scuso. Quando sono arrivata in Italia, nel novembre del 1969, ero giovane, ma pensavo che la mia vita fosse finita. Sono arrivata dopo gli eventi del marzo 1968 a Varsavia: le manifestazioni degli studenti terminate con gli arresti, i processi, la distruzione della vita universitaria e politica alla quale appartenevo. Sono arrivata in Italia dopo l’invasione della Cecoslovacchia, che ha chiuso, o così sembrava, le possibilità di democratizzazione del sistema socialista di Stato. Sono partita dalla Polonia, nella quale non credevo sarei mai più potuta tornare, con il cosiddetto passaporto ebraico, anche se, lo devo dire, non capivo il significato di questo fatto e non l’ho preso neppure in considerazione.
Oggi vedo la me stessa di allora simile al Fabrizio del Dongo descritto da Chiaromonte nel suo saggio Fabrizio a Waterloo: una persona totalmente disorientata sul campo di una battaglia storica della quale vede soltanto i frammenti, senza cogliere il loro significato. La battaglia che si svolgeva allora sopra la mia testa è terminata con l’implosione dell’Unione Sovietica, ma allora nessuno se lo aspettava. L’impero sovietico pareva invincibile poiché talvolta la sola esistenza attribuisce a cose e fenomeni una sembianza di stabilità. Ho lasciato la Polonia perché non riuscivo più a starci. Era una fuga. Ho lasciato dietro di me le rovine della mia vita e del mio ambiente. L’Occidente non lo conoscevo affatto e non avevo progetti per il futuro.
Quando ho lasciato la Polonia il termine “dissidente” non era ancora in uso. Mi ricordo bene l’articolo di Jakub Karpinski, fratello maggiore di quel Wojciech Karpinski che è autore di numerosi scritti su Chiaromonte. Jakub protestò contro questo termine fin dal momento della sua apparizione, nella seconda metà degli anni ’70. Il dissidente si dissocia da una religione, ma rimane sempre all’interno di una chiesa, mentre Karpinski non aveva in mente gente che lottava dall’interno del comunismo per la democratizzazione del sistema. Comunque, il termine divenne di moda, anche se questo accadde ormai dopo la morte di Chiaromonte. Lui sicuramente pensava a noi -profughi e fuoriusciti dalla Polonia- in un altro contesto. Avendo lui stesso vissuto l’esperienza dell’esilio, ci ha accolti con naturalezza, come alunni della stessa scuola. Devo riconoscere che neanche questo allora l’ho capito. Come Fabrizio del Dongo non sapevo di vivere e muovermi sul territorio della Storia, anche se, come nel suo caso, questo era il desiderio ardente del gruppo dei miei amici oltre che mio. Non sapendo di vivere nella Storia, non mi rendevo conto che altri ci erano già passati prima di me, e che ora vedevano nella mia fuoriuscita una certa continuità con la loro esperienza. Non avevo, essendo giovane, abbastanza consapevolezza né comprensione dell’importanza della mia storia. Questo, d’altra parte, era anche giusto perché la mia storia non era affatto uguale a quella di Chiaromonte.
Come è noto, Chiaromonte ha trascorso 19 anni in esilio. Nato nel 1905, è andato in Francia all’età di 29 anni, poiché in Italia rischiava la vita a causa della sua attività antifascista. Ma il pericolo non rappresentava la sola ragione della sua fuoriuscita, tanto che nel 1936 è andato a combattere nella squadriglia aerea di André Malraux. Costretto a lasciare la Spagna e poi anche la Francia, nel 1940 ha raggiunto l’Africa del Nord dove ha incontrato Albert Camus. Verso la fine del 1941 si è recato a New York e lì ha conosciuto la sua futura moglie Miriam. Qui si è fermato per sette anni, collaborando con varie riviste. E’ allora che ha stretto amicizia con le persone della foto che ho menzionato all’inizio. Nel 1948 è tornato in Francia, lavorando per l’Unesco e nel 1953 è rientrato in Italia. Dal 1956 è stato redattore capo con Ignazio Silone di “Tempo presente”, che ha chiuso nel 1968. Quando sono arrivata in Italia era curatore della rubrica teatrale de “L’Espresso”.
Nessuno, tranne Wojciech Karpinski, ha seguito le relazioni tra Chiaromonte e l’Europa dell’Est. Vale la pena menzionare i suoi legami politici di prima della guerra con i russi e gli europei dell’Est in Francia e Spagna. Dopo il 1945, Chiaromonte ha rivolto la sua attenzione al comunismo e la sua rivista ha pubblicato, tra l’altro, gli scritti di Czeslaw Milosz e Aleksandr Solzhenitsyn. Ha anche vissuto una stretta amicizia, fin dal 1956, con Gustavo Herling-Grudzinski e, tramite lui, è stato in contatto con il gruppo di “Kultura”, costituito da emigrati polacchi stabilitisi in Francia intorno a una rivista e a una casa editrice molto importanti. Herling ha scritto che Chiaromonte gli aveva detto che una vera lotta contro il comunismo veniva condotta soltanto all’Est. “Solo lì”, diceva Herling citando le parole di Chiaromonte, “si continua a lottare per il valore dell’esistenza umana”. Noi che avevamo lasciato la Polonia, dovevamo apparire ai suoi occhi proprio come i combattenti di questa lotta alla quale lui stesso partecipava. Ma, come ho già detto, io allora non lo capivo affatto.
Ho incontrato Nicola e Miriam tramite Gustavo Herling, che si era occupato di me con grande cordialità al mio arrivo in Italia. Una delle sue prime iniziative è stata proprio quella di mandarmi da loro. Mi hanno accolta con un’ospitalità indimenticabile. Fin dal primo incontro con i Chiaromonte -e questo doveva aver luogo all’inizio del 1970- mi ricordo del grande interesse per l’ospite (sotto forma di domande concitate), e dell’influenza “calmante” di Miriam. Mi sembra anche di ricordare la presenza della sorella di Nicola, Pina. La conversazione si svolgeva in francese, non conoscevo ancora l’italiano.
Chiaromonte mi ha in seguito invitato qualche volta a teatro, tra l’altro alla rappresentazione del Gargantua e Pantagruel messa in scena dalla compagnia di Jean-Louis Barrault.
Mi ricordo alcune cene, una con la presenza di Paolo Milano, un’altra con Franco, fratello di Nicola. Particolarmente importante per me è stata la visita, con Nicola, a Ignazio Silone, che mi aveva presentato come un saggio isolato dalla intransigenza della sinistra.
Silone mi fece allora l’impressione di un vecchio Matusalemme: lo vedo con gli occhi fissi su di me, seduto sullo sfondo di una libreria scura. Col passare del tempo -e, come ho detto, si tratta di due anni in tutto!- le conversazioni dai Chiaromonte si sono fatte più difficili. Ricordo in particolare le ultime due visite, alle quali ha partecipato il mio fidanzato che di quella sinistra intransigente faceva parte. Le sue idee suscitavano l’agitazione di Nicola.
Durante il secondo incontro hanno litigato: è stato un violento litigio politico. Quella è stata ultima volta che ho visto Nicola Chiaromonte.
Reagiva molto violentemente alle opinioni che considerava pericolose, causando una grande ansia a Miriam. La sua inquietudine era del resto giustificata. Nicola è morto d’infarto nel 1972, a soli 67 anni.
Ho scelto di chiamare questo ricordo “le amicizie trasversali” perché non voglio definire la mia conoscenza con Nicola semplicemente un’amicizia. Le differenze tra di noi erano troppo grandi: di età, di esperienza, di saggezza, di intelligenza. Anche il fatto che fossi una giovane donna rende il termine “amicizia” un po’ inadeguato. Non parlo allora dell’amicizia in senso aristotelico: l’amicizia come relazione d’uguaglianza tra due uomini che sono uniti -e questo è l’aspetto politico del loro rapporto- dalla ricerca del bene comune. “Uomini legati da una solidarietà materiale spontanea che conducono vita semplice e modesta”, come ha scritto Chiaromonte nella lettera ad Andrea Caffi (da New York, nel 1947). Parlo di un altro tipo d’amicizia, anche questa in qualche modo politica: l’ospitalità verso lo straniero. La maniera con la quale i Chiaromonte mi hanno accolta faceva parte del loro modo di vivere. Non ero l’unica nuova arrivata dall’Est che loro avevano abbracciato. La loro ospitalità, la loro ideologia dell’ospitalità, l’ho capita leggendo il saggio di Nicola su Camus. L’ho capita, come ho detto, solo adesso, ma l’ho sentita fin dall’inizio.
Chiaromonte comincia quel saggio, che è un ricordo postumo dell’amico, parlando del loro primo incontro. Crea in questo modo un nuovo frammento della biografia di Camus, che così rimane vivo. Il sopravvissuto costruisce un monumento all’amico scomparso. Ma Chiaromonte presenta quell’amicizia non tanto come uno scambio di opinioni, o come unità dei gusti, ma come un incontro di due solitudini, dove quella dell’ospite tende la mano all’altra. “Salutai Camus e sua moglie -scrisse- sapendo che ci eravamo scambiati il dono dell’amicizia e che in fondo a quell’amicizia c’era qualcosa di assai prezioso, qualcosa di non personale che non fu detto, ma che risiedeva nel modo stesso nel quale loro mi avevano accolto e io ero stato in loro compagnia: avevamo riconosciuto l’uno nell’altro i segni della sorte; che credo fosse il senso antico dell’incontro fra lo straniero e l’ospite.”
Questo “qualcosa di non personale” di cui scrive Chiaromonte è la tradizione, la prospettiva nella quale lui vede la sua vita e la sua relazione con l’amico scomparso. E anch’io vorrei vedere in questa luce l’ospitalità che mi hanno offerto i Chiaromonte in quel difficile anno 1970.
Mi pare che invitandomi mi abbiano inscritta, così come i miei colleghi da loro ospitati, in quella tradizione greca dell’amicizia. Hanno riconosciuto in noi della gente appartenente allo stesso mondo, dandoci un rango di eguaglianza, perché ci univa lo stesso rifiuto di accettare la tirannia. Eravamo fuoriusciti, così come lo era stato lui una volta, e lui sentiva la fratellanza verso di noi, che eravamo soli e randagi. Perché, come ha scritto, “bisogna essere stati soli e randagi per sapere il valore dell’ospitalità.”
Quel dono dell’ospitalità, lo vorrei ripagare oggi, quando non solo lo sento, ma mi sembra di averlo finalmente capito. Per questo costruisco il mio ricordo sulla base dei due saggi di Chiaromonte, quelli che amo di più: Albert Camus e Fabrizio a Waterloo. Raccontando la mia storia nella cornice di questi due personaggi, ho voluto compiere una specie di dovere verso Chiaromonte: continuare, con i termini da lui scelti o coniati, la conversazione che lui ha tenuto coi suoi amici e predecessori. E in tal modo costruire un piccolo monumento per lui, anche se questo monumento è destinato a essere, a sua volta, “preda della mortalità”.

“Chiaromonte, un chierico che non ha tradito” – di Enzo Golino

Tratto da Cosa rimane, atti del convegno dedicato a Nicola Chiaromonte (Forlì, 25 maggio 2002), quaderni dell’altra tradizione, 3, Una città, 2006

C’era una volta a Roma un magico pentagono. Correvano gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, e alcuni giovanotti d’ogni parte d’Italia esibivano in quel perimetro le prove, a volte già folgoranti e mature, di carriere che si sarebbero dipanate nei mass media, nei giardinetti dell’accademia, nelle lettere, nella politica, nell’industria, magari intrecciando i percorsi disinvoltamente, curiosi ed eclettici, attenti a non rinchiudersi entro steccati disciplinari. Ai vertici di quel pentagono c’erano “Il Mondo” di Mario Pannunzio in via della Colonna Antonina 52; “L’Espresso” di Arrigo Benedetti in via Po 12; un paio di caffè e la libreria Rossetti in via Veneto; altri caffè come Rosati e Canova in piazza del Popolo; “Tempo presente” in via Sistina 23, la rivista fondata e diretta (1956-1968) da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, austeri dioscuri di quella stagione.

Nelle stanze in penombra di “Tempo presente”, dal parquet scricchiolante, si respirava un’aria cosmopolita, e quindi più attraente agli occhi di chi avvertiva il fascino di taluni scrittori. Passavano, visitors eccellenti, Mary McCarthy, Lionel Trilling, Dwight Macdonald e altri che Chiaromonte aveva conosciuto a New York, al tempo in cui, esule antifascista, sbarcato nel Nuovo Mondo dopo le tappe di Parigi, Tolosa, Algeri, Casablanca, lavorava all’”Italia Libera” di Gaetano Salvemini e collaborava alle pubblicazioni della sinistra intellettuale, da “Atlantic Monthly” a “Politics”, da “The New Republic” a “Partisan Review”. E passavano anche Stephen Spender e Francine Camus, conosciuta ad Algeri, nel 1941, insieme al marito Albert, l’autore dello Straniero.

Silone e Chiaromonte non brillavano per abitudini mondane. A tu per tu con gli altri si concedevano frugali arguzie, misurate ironie, e la McCarthy ha ricordato frivolezze, allegrie, divertimenti di Nicola durante il periodo newyorkese, nella casa vicino a Washington Square e nelle vacanze estive sulla spiaggia di Cape Cod. Al di là del carattere, la loro storia personale suscitava nei più giovani una distanza rispettosa e ammirata: il narratore dei “cafoni” di Fontamara per la sua drammatica vicenda politica nell’internazionalismo comunista, segnato per sempre dal lutto del “dio che è fallito”; l’intellettuale anarchico e libertario, diviso fra il pensiero e l’azione, per un cosmopolitismo non provinciale, per l’esperienza di combattente antifranchista nei cieli di Spagna con la squadriglia aerea di André Malraux, e già eletto a figura letteraria sotto le spoglie di Scali nel romanzo L’Espoir. 

Due miti insomma, la cui blindata discrezione e un ben riposto snobismo da una parte, l’indifferenza -ricambiata- della sinistra più settaria dall’altra, non lasciarono che assumessero le dimensioni pubbliche che meritavano. E si può affermare, senza tema di smentite, che al cospetto di Chiaromonte e Silone, oggi, allo sguardo del postero, celebrità dell’epoca si sono sbriciolate nel nulla.

Nicola Chiaromonte (nato a Rapolla, Potenza, nel 1905, morto a Roma nel 1972) è stato un saggista parco ma incisivo, colpevolmente trascurato dalla cultura italiana (come in anni non sospetti ripeteva di continuo Vittorio Saltini, studioso di Estetica e romanziere). Quasi tutti i suoi libri sono stati pubblicati postumi. Una trascuratezza che ancora perdura: il suo ricchissimo epistolario nel Fondo Chiaromonte alla Yale University è sempre in attesa di un editore. I suoi interessi spaziavano dal cinema al teatro (di teatro si occupò per “Il Mondo” di Mario Pannunzio, per “L’Espresso”, nei volumi La situazione drammatica, Bompiani 1960, e Scritti sul teatro, Einaudi 1976), dalla filosofia alla letteratura, dall’arte alla politica, come dimostrano in parte i ventiquattro saggi confluiti in Il tarlo della coscienza (a cura di Miriam Chiaromonte, introduzione di Gustaw Herling, il Mulino 1992), già editi in periodici vari e in precedenti antologie. Come questo, i titoli dei suoi libri gli somigliano, riflettono il suo carattere, il suo profilo intellettuale: Credere e non credere (il Mulino 1971), Silenzio e parole (Rizzoli 1978).

La scrittura sobria, affilata sui modelli classici, a cominciare dai greci, si abbandona di rado a sussulti e inarcature di stile, ed è disseminata di gemme concettuali taglienti, soprattutto per quel che riguarda gli aspetti della modernità nell’arte e nel costume di cui Chiaromonte addita gli insidiosi meccanismi, i falsi idoli, le fatue negazioni. “Negare, in senso autentico, non significa inveire” scrive, poiché “negare significa vivere la negazione e patirla; soffrire la nausea e l’orrore del reale; cercare, nel mondo così com’è, un senso e non trovarlo, sentirsi prigioniero dell’incubo e del grottesco, vittima di una libertà intollerabile, ossesso: solo. Insomma, i mostri di Goya sono veri mostri, e l’universo di Kafka una spaventosa assenza; ma l’inferno dei Padri Gesuiti, per paura che faccia ai ragazzi, rimane profondamente scemo”.

Un fuoco interiore alimenta, con stoico distacco, la tensione morale, l’utopia raziocinante, il nichilismo attivo di questo straordinario chierico che non ha tradito il suo ruolo, un Socrate involontario ispirato da sentimenti assoluti (massimamente solidarietà e amicizia), strenuo assertore del principio di responsabilità. Un esempio da indicare ai protervi urlatori dell’anima che infestano prime pagine e schermi tv esibendo un io insaziabile, voglioso di null’altro che di consensi personali. Si leggano le parole -profetiche- che nel 1967 gli ispirò la politica: “oggi è diventata un’evasione, come il cinematografo e gli altri modi di uccidere il tempo residuo”. E ai politici di ogni schieramento verrebbe voglia di raccomandare un suo sferzante aforisma: “Le ‘menzogne utili’ corrodono le ‘verità inutili’, mettendole fuori uso o falsandole”.

Anche in queste parole “il sasso di Matera” -così, affettuosamente, Clotilde Marghieri definiva Chiaromonte alludendo alle sue origini lucane e alla sua scontrosità- aveva tempestivamente avvertito i risvolti irrazionali che scuotono e modificano in peggio la convivenza civile, il male oscuro che mina la società di massa, la massificazione delle élites, la degradazione dell’idea di progresso, la riduzione del linguaggio a vuoto simulacro perpetrata dal regime di Mussolini, dalla pubblicità, dai giornali, dalle avanguardie letterarie. Fino a teorizzare, di conseguenza, la secessione silenziosa ma risoluta da un tale stato di cose, un atto di eresia da compiere tranquillamente. Il contrario, insomma, delle forme in cui ribolliva la separazione eretica di Pier Paolo Pasolini, disperato pedagogo di massa, lontanissimo da Chiaromonte eppure consonante, sullo sfondo francofortese e heideggeriano, in alcune delle più spietate diagnosi del nostro tempo. 

Quando maturò la sua adesione al regime, benché dissuaso dagli anziani antifascisti che conosceva, Chiaromonte aveva sedici anni. Ma dopo il delitto Matteotti e prima delle leggi eccezionali promulgate nel 1926 divenne un deciso oppositore del fascismo. Spiato dall’Ovra -i cui rapporti al Ministero dell’Interno ne denunciavano la “intensa e notevole attività sovversiva” e i contatti con Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli-, un mandato di cattura emesso il 12 giugno 1935 dal Tribunale Speciale creò la premessa di un rinvio a giudizio nel gennaio 1936 “in istato di latitanza”.

Certamente il ricordo di queste vicende e la dittatura fascista contribuiscono a illuminare fino in fondo la natura del totalitarismo e della tirannia: la cui oppressione fondamentale, in epoca antica e moderna, consiste nell’ “impedire all’uomo la coscienza del proprio essere”, e trova in Chiaromonte un lucido e precoce analista. Qui i suoi punti di riferimento teorici sono Hannah Arendt e Leo Strauss, ma vi è anche il peso cospicuo di una propria elaborazione non vicaria sulle ideocrazie fascista, nazista, comunista. E sul clamoroso abbaglio di credere “che le storture intellettuali, la violenza assurda, le rivolte prive di senso, le rivendicazioni idiote, siano fenomeni importanti in quanto occupano il campo dell’attualità”.

L’errore ha indotto molti a cadere nella trappola di “menzogne utili” come le “due superstizioni concomitanti che sono all’origine del disordine odierno: la superstizione della Storia e quella della Politica, l’idea che l’uomo sia padrone della propria storia e quella che la politica sia il mezzo per realizzare integralmente la sua natura morale”. Questo spiega, a mio avviso, per quale motivo tanti, specialmente giovani, hanno scelto di militare nel comunismo non perché obbedienti, in coscienza, alla ragion di partito, ma perché, secondo Chiaromonte, “di fronte a un mondo che non li soddisfa, vedono nel partito il solo strumento efficace di un cambiamento radicale”. Una posizione omologa a quella che nel 1968, riflettendo sugli studenti in rivolta, Chiaromonte manifesta con un pacato riconoscimento delle ragioni messe in campo dalla “gioventù indocile” che si ribella allo stato miserevole dell’insegnamento scolastico e universitario, a “una società che non impone né merita rispetto”. Ma con altrettanta pacatezza egli respinge le esplosioni più estreme della “massa in tumulto” quasi prefigurandone i minacciosi sviluppi. 

E’ un azzardo, però, sottolineare l’attualità delle argomentazioni di Chiaromonte, uno degli ultimi “maestri segreti” di tutta una generazione “di intellettuali europei e americani” (come ha scritto di lui Maurice Nadeau, storico del Surrealismo), fiero avversario della mentalità storicista della Storia, poiché nulla di quel che accade -appunto la Storia, nella formulazione dei suoi zelatori- è motivato da ragioni storiche. Un antistoricismo, il suo, comunque edotto del fatto che siamo esseri incontestabilmente temporali, personaggi di una storia, e che ogni nostro atto è relativo. 

Tutto ciò che la Storia produce in base a presunte leggi immutabili impoverisce la sostanza umana, la proteiforme ricchezza della vita individuale e associata. Ha ragione Gustaw Herling nell’appassionato ricordo dell’amico, “anima nobile”, a mettere sul medesimo piano la sua battaglia contro ogni dogmatismo per liberare la verità assediata da schematici finalismi e l’amore instillatogli da Adriano Tilgher per il teatro di Pirandello, uno scrittore che sfidava la fissità menzognera delle maschere sociali per raggiungere lo stesso obiettivo. 

Alla sua scomparsa Chiaromonte, “poliglotta dello spirito”, aveva esaurito il ruolo del testimone contemporaneo? Nessuno può dirlo, ma il suo discorso, scontate le opacità insite e quelle indotte dal trascorrere del tempo, le sordità dovute a eccessi di intransigenza, disegna il ritratto di un indimenticabile homme revolté che affronta a viso aperto l’assurdo, armato soltanto di una corazza etica contro la peste che dilaga nel mondo.

“Messaggio di saluto” – di Aldo Garosci

L’Umanità, 1983

L’intellettuale ricordato recentemente a Roma -25 gennaio 1983 A dieci anni dalla morte dell’insigne studioso di cultura anglosassone, la rivista inglese “Survey” gli ha dedicato un numero speciale. Mercoledì 19 in un albergo di Roma è stato presentato il fascicolo speciale che la rivista inglese ‘Survey’ ha dedicato recentemente a Nicola Chiaromonte. La serata è stata organizzata dalla «Fondazione Turati». Giacomo Ascheri, a nome delia Fondazione, ha brevemente illustrato la figura e l’opera dello studioso che fu lungamente legato alla cultura inglese. Il fascicolo -edito a 10 anni dalla morte- raccoglie un ritratto critico di Enzo Bettiza intitolato «Cittadino del mondo», la storia dell’amicizia tra Chiaromonte e Andrea Caffi ricostruita da Gino Bianco e una scelta degli scritti di Chiaromonte tra cui un ritratto di Silone. Il fascicolo ospita anche un ricordo scritto dallo scrittore marsicano dopo la morte del condirettore di «Tempo Presente». Alla serata ha dato il suo contributo Francois Bondy che ha ricordato la radice fondamentalmente europea della cultura di Chiaromonte e il suo essere «naturalmente» immesso nel filone più vivo ed attuale di quell’impegno critico, in politica, che lo trova accomunato a Orwell, Malraux, Boll, Camus e Silone. Paolo Milano ha ricordato anche Simone Weil e l’attenzione che in Polonia e Cecoslovacchia si è dato al pensiero politico di Chiaromonte. Milano è giunto ad affermare che questo pensiero ha anticipato «Solidarietà». Pubblichiamo inoltre il messaggio che Aldo Garosci, impossibilitato ad intervenire, ha voluto scrivere in ricordo dell’amicizia che lo legò a Chiaromonte. L’articolo di Leo Valiani è tratto dalla introduzione agli Scritti politici e civili editi da Bompiani. (Paolo Cucchiarelli)

Caro Giacomo, sono molto dolente che una ripresa della mia trombosi mi tenga lontano da Voi in quest’incontro. Avrei avuto caro di intervenire al dibattito di cui il «Turati» è parte organizzatrice, e ancora più’ di ascoltare gli autorevoli interventi in una materia d’interesse vitale per la sopravvivenza d’una vita civile sulle due sponde dell’Atlantico. Ti sarò grato se ti farai tramite di questo mio vivo rammarico, particolarmente presso quegli ospiti che ho avuto occasione di conoscere (e alcuni dei quali hanno comuni con me, in passato,

lotte avventure e pensieri).

Ma se questo in generale mi dispiace, mi dà vero dolore non essere presente alla presentazione che, in occasione del convegno, sarà fatta della sezione che «Survey»  ha dedicato alla memoria di Chiaromonte, a cui ero legato dai tempi in cui, ciascuno a nostro modo, passammo attraverso la grande scuola di « Giustizia e Libertà» e di Carlo Rosselli. Di cui tanti episodi e quasi immagini vive mi rivengono a mente dal fondo della memoria; e due episodi soprattutto avrei voluto ricordarne. Uno, la lunga discussione che avemmo, quasi per una intera giornata, quando nel 1934 si manifestò un contrasto tra chi -appunto come Nicola, Caffi e Mario Levi- pensava che il compito nostro più urgente fosse quello di approfondire anzitutto i motivi della nostra esistenza nel rinnovamento della critica della società che era come i fatti dimostrarono, sull’orlo del collasso; e chi invece come me, sentiva anzitutto il richiamo prepotente dell’azione ad ogni costo cui Rosselli chiamava. In una specie di lotta di Giacobbe con l’Angelo, che lasciò spossati, credo, i due lottatori, e in ogni caso me, che non riuscii a piegare l’Angelo, cosi’ che Nicola parve separarsi da noi. Ma non passo’ molto tempo che, assassinato Rosselli nel corso della guerra di Spagna dove Nicola era andato con la squadriglia Malraux, che ricevetti da lui una lettera bellissima, di cui ricordo soltanto la frase conclusiva, su Carlo il quale ci aveva insegnato che si deve, comunque, militare.

E, quanto alla natura di quel contrasto, esso non lasciò tra noi nulla di quell’amaro che lasciano i contrasti politici di organizzazione e di potere: non a caso Nicola aveva intitolato la colonna dei suoi commenti che pubblicava su «G.e L. » non Politica né Apolitica ma Impolitica.

E’ utile, a coloro che sanno quanto Nicola sia stato importante, nel suo apparente riserbo, nella sua opera critica di tutti i conformismi, ricordare come a quel motto scelto in un momento sia stato sempre fedele? E come sia stata profonda per lo scrittore moralista, l’esperienza del suo vario esilio (da cui, in ogni senso, non uscì mai); esilio in patria, in Francia, in America, di nuovo in Italia, nell’opera critica del costume democratico e della stupida ingiustizia, che tuttavia gli impedì sempre di essere un «utile idiota»? Nell’acuta critica del totalitarismo comunista, pure in nessun modo complice del Maccartismo? Davvero non facile «maitre a penser» per una generazione che ha smesso di pensare, egli rimase solitario. Solitario chiuso e tuttavìa affettuoso, accanto a quegli altri solitari di aspra e varia intransigenza, ma di «cuore profondo», Andrea Caffi e Ignazio Silone. Sono gli «impolitici», spesso in apparenza dimenticati, che ben più di coloro ai quali masse e organizzazioni han dato il potere e la fama, tengono saldi i principi a cui bisogna pur sempre, in un modo o nell’altro, far riferimento.

“Addio a Nicola Chiaromonte” – di Aldo Garosci

L’Umanità, 21 gennaio 1972

D’un tratto, dinanzi alla scomparsa improvvisa di Nicola Chiaromonte, ci si accorge del valore che ha una persona come persona, indipendentemente da quella che pomposamente si chiama l’opera sua. E’ vero per tutti (perché in tutti gli uomini che hanno una vita, c’è anche un’opera, in un valore e una individualità loro, irripetibili); ma per Nicola Chiaromonte era particolarmente vero; perché, di fronte alla lezione alquanto vana di quanti fanno consistere l’opera propria, o il valore proprio, non diciamo in titoli in cariche o in reali successi conseguiti, ma in un certo numero di scritti ben raccolti e compiuti, egli aveva fatta propria la convinzione di Andrea Caffi, quando erano entrambi in esilio nella Francia tra le due guerre, che c’è un valore più intenso, il quale può non tradursi in nulla di materiale, o per un intellettuale magari in conversazioni o in fasci d’appunti apparentemente slegati, e che consiste nell’essere in un certo modo, nello stare in un certo modo nel mondo, con la propria persona, che è essa stessa allora la cosa che importa.
O, per meglio dire, Chiaromonte non aveva avuto bisogno di farla propria quella lezione, perché la portava con sé prima di conoscere quel maestro per affinità elettiva. Era sua quando cominciava a parlare in Italia, a discutere in Italia nel periodo più intenso del fascismo, attorno al 1932 o ’33. La portava con sé intensa a tal punto, che quando, portato da Vindice Cavallera a contatto con «Giustizia e Libertà», incominciò a collaborare ai «Quaderni», Caffi lo riconobbe subito come uno spirito affine, uno di coloro che (anche in quella che pomposamente si diceva la «lotta» antifascista, e che consisteva per allora nel rifiuto, nella protesta, nel cercare di tessere sottili e indistruttibili legami con spiriti affini in vista di uno scopo che pareva enorme, e mostruoso, come quello di distruggere uno stato accettato passivamente da una intera società, riluttante ma .ancora non ribelle) uno di coloro che in queste condizioni non si facevano illusioni, non fingevano sulla carta realtà che ancora non c’erano, che davano la precedenza su tutto alla disperata volontà di veder chiaro, veder chiaro con rabbia, che portavano in sé; certo la precedenza, sui gesti e sui riti della politica. Non per nulla Chiaromonte s’era scelto in Italia (già prima che l’imminenza del pericolo, con l’arresto dì Vindice Cavallera, l’obbligasse a emigrare) il nome di «Sincero»; e quando, in Francia, cominciò a dare a «G.L.» la sua collaborazione con note settimanali, intitolò quella sua rubrica «Impolitica». Non certo «Apolitica», o «Antipolitica», che sarebbero stati entrambi modi inadeguati di esprimere quel che portava dentro, che sarebbero stati scambiati per inerzia; ma «impolitica»; e cioè, realtà crudamente esposta e satireggiata al di là delle convenienze della opportunità: quella stessa scontrosa reazione di fronte al solido ostacolo che gli altri cercavano di non vedere, che ha poi sempre mantenuto, fino alla fine. Nel clima un po’ semplicistico della «G.L.» di Parigi, di cospirazione ottocentesca mista a stimoli provenienti dall’attivismo gobettiano e dalla cultura crociana e a una buona dose d’attivismo libertario, quel giovane, per la diversa origine e generazione o piuttosto per l’innata originalità, portava con sé qualche cosa che testimoniava di una caduta più profonda nell’abisso totalitario, e perciò di un bisogno più profondo di ritrovare la causa e la ragione dell’agire (che fu poi quella grazie alla quale si salvarono, non tanto i giovani della «generazione fascista», quanto le ragioni di quella generazione). Era uno stimolo che portava più a fondo, mostrandone alcune inevitabili contraddizioni, lo stesso revisionismo essenzialmente attivistico di un Rosselli, che negava tutti i miti e le certezze della generazione liberale e socialista, cercando più in fondo socialismo e libertà. Per qualche mese ci fu, nella piccola organizzazione fuoruscita (e il fenomeno doveva ripetersi altre volte), una discussione accesissima, che rimetteva in discussione tutto, tutti i miti del paese, la cultura e la tradizione risorgimentale e quella rivoluzionaria, la «classe eletta» come la «massa» e mostrava a nudo quello che era parte della decadenza d’Europa. Non alla maniera apocalittica del «declino dell’occidente», ma con un richiamo umano e trascendente che il maestro in qualche modo raccordava a Piatone.
Ho detto altrove quel che, a mio parere, l’organizzazione di Rosselli trasse da quel contributo; non ho detto quanto ne dovesse necessariamente andar perduto. Ma ho spiegato come, nel corso stesso di quel processo, Rosselli e alcuni tra noi reagissero a quanto, in un così radicale sconvolgimento, sembrava mettere in causa l’organizzazione stessa. Fu cosi che Nicola, con Caffi, con altri, lasciò «G.e L.».
E ho ancora in mente i molti sforzi, i lunghi colloqui perché questo non avvenisse; ma la politica, come l’«impolitica», ha le sue leggi; ed era logico che altri reagissero a ciò che pensavano li avrebbe condotti all’inerzia, come Chiaromonte non poteva accettare ciò che pensava lo avrebbe condotto alla rinuncia critica.
In verità, poi, Chiaromonte non fu affatto condotto all’inerzia. Rinunziare, non poteva rinunziare. Non rinunziò alla «critica», anche se parve ai suoi amici strano che la trasferisse, per l’iniziativa di Tasca, dapprima sul «Nuovo Avanti». Non rinunciò alla «lotta» (che era in tanta parte rimasta simbolo); e, quando la tempesta franchista si abbattè sulla Spagna fu di quelli che, con la «squadriglia Malraux», su pochi e sconnessi aeroplani rimediati al mercato nero, una mano di uomini, tra idealisti e professionisti, cercarono di contrastare il totale dominio dell’aria che, grazie all’aviazione di Mussolini, spianava al «Tercio» la via fino ai sobborghi di Madrid. Della sua presenza in quella squadriglia è rimasta un’eco (priva, in realtà, di riferimenti alla sua reale biografia e personalità, ma forse con il ricordo della sua costante volontà di non dar nulla per scontato) nel personaggio dell’italiano «Scali», che Malraux introdusse nella vicenda del suo «Espoir». Ma cedimenti alla mistica dell’eroismo non ci furono mai; semplicemente, come ci scriveva all’indomani della morte di Rosselli: «bisogna militare». Non perché l’azione sia il primo; perché non ci si sottrae alla reale condizione umana.
Con il suo passaggio per la Spagna, più tardi il suo ingresso alla radio francese, e, dopo ancora, con la sua emigrazione, attraverso l’Africa del nord, per l’America, Chiaromonte si ritrovava, armato di una più intensa esperienza e forse di una ancora acuita capacità di intendere i moventi della vanità e delle passioni umane, nel mondo dei grandi intellettuali, nel mondo dei letterati, che fu anche il suo, come sua era la politica in senso grande. Ma senza che mai ci fossero ripiegamenti così verso la figura del letterato puro, o del puro scrittore di cose contemporanee, o del puro giornalista, come verso il facile gregge dei così detti «impegnati»; impegnati in realtà con il nome o la vanità o la conversazione nel sostenere tesi, buone o cattive, di parte. La sua presenza, con Silone, alla condirezione della rivista «Tempo Presente» (forse il modello di rivista italiana di taglio europeo, preoccupata di orientamenti morali), la scelta, per pubblicare le cose sue, di un giornale come «II Mondo» di Pannunzio, la sua polemica profonda contro le mode «brechtiane» o le antinomie alla Sartre indicano abbastanza chiaramente come Nicola fosse uno dei pochi che si sottraevano al ricatto sentimentale dei vari «impegni», dei vari «frontismi» inventati nel tempi grigi per far da alibi alle rivoluzioni non fatte e forse neppur più davvero sognate, e poi anche al ricatto della facile contestazione di questa stessa grigia «routine» senza vera speranza (ciò che era, per i letterati italiani, contestazione di se stessi). Ma saremmo disonesti se, scrivendo su un giornale politico e di partito, tacessimo quella che era, verso la politica di noi che ancora rimaniamo nei ranghi, il compatimento e talvolta la stizza e l’indignazione di Nicola Chiaromonte. Continuava la sua linea che era l’«impolitica». Impavido, anche se solo. Impavido e amaro, ma assieme sorridente di questa sua stessa amarezza.
Ci lascia, come testimonianza e traccia di questi suoi modi di essere, più che come piena rappresentazione di essi, oltre l’edizione d’alcune opere del suo caro Andrea Caffi, due libri «soltanto». «La situazione teatrale» raccoglie la sua esperienza sì del teatro, ma anche di qualcosa di più, del modo di essere in scena, di rappresentare se stesse, per esempio, di due società così diverse e dalle quali entrambe era stato profondamente segnato, l’italiana e la francese.
«Credere e non credere» è una polemica contro la storia, o piuttosto contro la lezione della storia interpretata come comando e fede. E’ un libro appassionato, che parte dalla rilettura di Martin du Gard e dalla prima guerra mondiale (credo, in questo, fosse segnato piuttosto il ricordo della crisi del suo maestro Caffi che della sua propria), ma poi riscopre fondamentalmente le tesi tolstoiane e alla loro luce irraggia i sentimenti di autori contemporanei, così diversi, come Malraux e Pasternak. E in verità, tanta è la sua adesione appassionata a questo .spettacolo della irrazionalità della storia, in cui è vano sperare di immettere, a guida, il povero senno umano, che la conclusione rimase sospesa, appunto, tra il «credere» e il «non credere». Sempre da scegliere il secondo, contro l’illusione mitica di una sapienza profetica, anche non grossolana, che anima chi pretende d’avere o trovare la chiave della storia; ma sempre tiene in riserva il credere, contro chi credesse di potersene ritrarre.
Quando pubblicò questo suo libro, un amico, Enzo Tagliacozzo, gli scrisse scherzosamente che aveva richiamato in vita l’antico fato: e qualcosa dell’antica Grecia o forse dalla Lucania antichissima agli amici era parso sempre di ritrovare in lui, e «La Peste in Atene» intitolò Carlo Levi un suo ritratto del 1933. Ma la verità è che il carico di passione della contraddizione, il dolore e la capacità di dominarlo, la volontà di non rinunciare né a contemplare il grandioso spettacolo del destino umano, né a trovarlo insensato si esprimono in qualche modo in questo suo libro come si esprimevano in ogni cosa che scrivesse, o dicesse. Ma senza pienamente esaurire la forza di lui, Chiaromonte. Perché, appunto, in lui l’opera era l’uomo. E l’uomo era parte di un cosmo, di un fato che veniva anche da fuori. L’unica breve frase che pronunziò, nel suo ultimo malore, riprendendo un istante i sensi, fu «che cosa succede?». Ancora una volta, la morte colpiva dal di fuori, il destino scendeva dall’esterno.
Per questo è più cocente il dolore della sua scomparsa. Sappiamo che la sua forza, come tutto ciò che accade nel mondo, sparisce insieme con lui, e assieme ci resta. Ma è meno riducibile all’esterno, all’oggetto, al libro-ricordo, meno facile a riinserire nella «vita che continua». E a chi ebbe l’occasione di essergli, in più rnomenti episodici ma essenziali, vicino, c’è lo struggimento di .vedere andarsene con lui, in «tempo perduto» un poco di quella realtà che stava sotto alla sua meditazione di uomo e che in qualche modo ci teneva, anche così staccati nelle cpnsuetudini, legati: l’immagine di una sera parigina, al Parc Monsouris, una di quelle sere estive che nel nord sembrano non terminare mai, quando nell’aria si innalzano i primi fuochi artificiali del «quatorze juillet», e Carlo scrive su una tovaglia i versi che terminano «citoyens innocents de la République»; l’immagine di uno «studio» di pittore, ove egli quietamente conversa, mentre nell’appartamento accanto una signora tosse, tosse; l’immagine d’un tumultuoso passaggio per la Francia meridionale, invasa dai profughi», o dello stupore di fronte all’assurdo diverso dal nostro, dell’America degli anni quaranta e infine l’immagine di un uomo tornato quasi giovane, come quando l’intravvidi a Anacapri da un piccolo autobus, smagrito nella sua camiciola estiva.
Nessuno preserverà questo suo passato che, ora che è lui scomparso, morrà con noi, come tutte le cose umane. Nessuna fata, nessuna «madeleine» intinta nel tempo può resuscitarlo come il mitico combray Proustiano. Il tempo «perduto» è davvero perduto. Chissà se di esso qualche linea sarà indovinata da quanti, dopo di noi, si rivolgeranno alla passione e alla ragione testimoniati da quanto ci resta di.Nicola Chiaromonte per risentirne il caldo soffio, la presenza inevitabile.

“Nicola Chiaromonte” – di Piero Craveri

In Dizionario Biografico degli Italiani – Vol. 24, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1980

Nacque il 12 luglio 1905 a Rapolla (Potenza) da Rocco e da Anna Catarinella. Di famiglia cattolica osservante -il padre medico ed antifascista-, il C. iniziò gli studi liceali nel romano collegio Massimo, che volle abbandonare per concluderli al liceo statale «Torquato Tasso». Iscrittosi all’università di Roma, si laureò in giurisprudenza nel 1927, maturando in quegli anni i primi rapporti con l’antifascismo militante e il suo definitivo distacco dalla tradizione familiare, che doveva divenire sempre più remota nel volgersi della sua esperienza culturale e civile, e tuttavia lasciargli il segno di una naturale severità nella riflessione intellettuale.
Anni più tardi, tracciando il ritratto del fratello Mauro, divenuto gesuita (Il gesuita, in Scritti politici, pp. 137 ss.), esprimeva le ragioni di quel suo ideale distacco, collocandole in un aspetto caratteristico della tradizione, non solo religiosa, ma anche politica del nostro paese: «la verità a proposito del realismo politico odierno è che esso trasforma la vita politica in una questione di inerzia collettiva, non di cambiamento. La Realpolitik vive per forza di cose, di abitudini di massa e di tradizioni ben salde, non di pensieri nuovi e di impulsi spontanei» (p. 144).
Le sue prime esperienze pubblicistiche, durante gli studi universitari, già esprimono questa sua attitudine a non disgiungere l’impegno politico dalla riflessione etica ed intellettuale, che era, in polemica con il fascismo, la critica all’attivismo, come nichilismo morale, che si ritrova nell’articolo Diagnostica dei ventenni, pubblicato sulla rivista protestante Conscientia (25 sett. 1926), diretta da G. Gangale e P. Chiminelli, e sulla quale, come su Il Mondo di G. Amendola, scrisse vari articoli di cultura e di costume, e le prime note teatrali a cui dopo il 1930 seguirono le critiche cinematografiche sull’Italia letteraria.
Mentre attendeva alla stesura di una monografia su Michelangelo il cui manoscritto andò perduto, il C. collaborava a Salaria, la rivista diretta da A. Carocci, con un saggio, Note sulla civiltà e le utopie, uscito successivamente nel 1935, in cui emergono i primi connotati della sua originale polemica antistoricistica, che è anche rifiuto della tradizione neoidealistica italiana, di quella antifascista del Croce, come di quella fascista del Gentile, con una stringata disamina dei presupposti hegeliani impliciti nelle pur diverse nozioni, storicistica e attualistica, della «politica», rispetto a cui il C. recupera il principio kantiano dello «Stato di diritto» e con esso un vigoroso giusnaturalismo etico, già nutrito di una profonda conoscenza del pensiero classico. Sono motivi che il C. prende contemporaneamente a svolgere, su una falsariga più immediatamente politica, nei Quaderni dì Giustizia e Libertà. Sono queste cronache politiche clandestine dall’Italia (la prima è del dicembre 1932: ora sono raccolte nel volume degli Scritti politici e civili, a cura di M. Chiaromonte, Milano 1976) e abbracciano un arco di eventi importante, come la stabilizzazione del regime dopo la crisi del ’29-‘3O e il parallelo sopravvento del nazismo in Germania, con un’analisi molto lucida, concreta, nient’affatto intellettualistica, in cui però il C. tende a risalire oltre gli eventi per cogliere quelli che gli paiono essere i motivi di fondo della crisi della civiltà europea.
Di qui la riflessione che «il fascismo è il morbo più grave, non il vero e serio problema del mondo contemporaneo: veri e seri problemi sono che cosa il mondo deve fare della tecnica, come bisogna organizzare la vita economica perché l’economia non diventi la tiranna della vita sociale, come, infine, salvare la civiltà moderna eliminando ciò che ha portato essa civiltà alla tremenda impasse nella quale si dibatte», per soggiungere che «questi problemi vanno probabilmente risolti con spirito largamente socialista e non liberale, ma libertario» (p. 20). Di qui anche la sua prima critica all’antifascismo militante, a quel suo ridursi a «semplice negazione della negazione», alla sterilità di un programma di imperativi categorici, «diritto, giustizia, libertà, civiltà, ragione», in cui si compendiava il problema della «questione d’ordine morale».
Nel 1934 il C. emigrò in Francia, per evitare il mandato di cattura già firmato per lui in Italia, e più stretti si fecero i suoi rapporti con gli ambienti del fuoruscitismo antifascista, in particolare con il gruppo di Giustizia e Libertà. Si cementava allora l’amicizia del C. con Andrea Caffi (cfr. A. Caffi, in Scrìtti politici, pp. 150 ss.) e un rapporto di scambio intellettuale, attraverso cui egli allargava il raggio delle sua conoscenza della cultura tedesca, in particolare con lo studio del pensiero di Husserl, e di quella mitteleuropea. Partecipando insieme ai dibattiti parigini di Giustizia e Libertà, il C. condivise con il Caffi, alla fine del 1935, e con M. Levi e R. Giua, l’opposizione alla trasformazione in partito politico di quell’associazione antifascista, «dovuta al desiderio che l’antifascismo italiano, almeno nella sua parte più giovane e più intellettualmente avvertita, si sollevasse dal terreno della polemica spicciola e della propaganda antimussoliniana per attingere al livello di movimento europeo e contribuire in modo positivo al rinnovamento della tradizione socialista e libertaria» (p. 162).
Sono motivi che segnano una continuità con il suo pensiero, ma costituiscono anche un passo ulteriore in avanti, verso quella sua caratteristica «antipoliticità», in cui compendiava uno degli elementi essenziali dell’autonomia del «mestiere intellettuale», che sarà poi il tema centrale della sua testimonianza civile nel periodo del secondo dopoguerra. Già fin in quegli anni, nel cuore dei dibattiti dell’antifascismo militante, il C. elaborava i connotati della sua battaglia per la «libertà della cultura», che, nel suo caso, certamente non sono circoscrivibili nella formula della guerra fredda.
Probabilmente fin dal tempo della guerra di Spagna, a cui il C. partecipò come mitragliere nella squadriglia dell’aviazione repubblicana organizzata da A. Malraux, egli aveva maturato il suo definitivo distacco critico da quella che, nell’antifascismo, egli intravvedeva come una commistione spuria tra cultura e politica. La guerra di Spagna gli riserbò una parte di protagonista, quella del personaggio di «Scali», nel romanzo L’Espoir di Malraux, ma, come ha notato Silone (testimonianza in Scrìtti, p. 340), il C., tra quelli «che parteciparono a quell’impresa, forse è stato l’unico, o uno dei pochi, a non farne oggetto di pubblicità». Il C. affrontò l’argomento in poche note succinte. Una, pubblicata su Critica sociale nel 1959 (20 giugno), dal titolo La guerra di Spagna, è una cronaca scarna, lineare degli avvenimenti. C’è tuttavia in essa quel connotato «antieroico», quel rifiuto alla celebrazione sentimentale di quella epopea popolare, nella considerazione della tragicità degli eventi, che non troviamo in Orwell, Koestler, Hemingway e altri. E ciò non è solo «un riflesso della sua visione dell’uomo nell’irrazionalità della storia». Il C. in realtà scevera attentamente i fatti, e il suo rifiuto non sta tanto nella considerazione astratta della irrazionalità della storia, ma nella ribellione all’accettazione individuale della sua necessità, che riduceva il dramma della guerra civile allo scontro tra due totalitarismi, e vedeva riflessa, nella fragilità della democrazia spagnola, quella delle democrazie europee.
La guerra civile spagnola fu probabilmente per il C. la prova dell’identità negativa dei due totalitarismi, che non era per lui semplice comparazione tra stalinismo e nazismo, ma comune trasgressione al principio dello Stato di diritto, al carattere «naturale» delle libertà e dei diritti civili in cui si esprimevano i fondamenti della civiltà europea. Si approfondiva così in lui il distacco tra politica e cultura, lungo un itinerario molto diverso da quello della maggior parte degli intellettuali in quello scorcio d’anni.
Tornato a Parigi, con l’invasione tedesca riparava prima a Tolosa, dove gli moriva la prima moglie Annie Pohl; poi, dopo essere stato arrestato, riusciva a imbarcarsi, nel 1940, per Algeri. In Algeria strinse amicizia con Camus; trascorse un periodo in Marocco, a Casablanca, frequentando il gruppo di antifascisti italiani, ivi concentrati in attesa di sbarcare in Italia, tra i quali A. Cianca, A. Garosci, L. Valiani. In una testimonianza di quest’ultimo si avverte tra le righe la traccia delle differenze di valutazione tra il C. e i suoi amici, la determinatezza della sua vocazione individualistica rispetto agli eventi, che a ben guardare è testimonianza di difficile e rara coerenza.
Alla fine del 1941 il C. partiva per gli Stati Uniti, dove risiedette, salvo un viaggio in Italia nel 1947, fino al 1948. Stringeva affettuosa amicizia con G. Salvemini, partecipando, come redattore, al settimanale italiano di New York, L’Italia libera, si faceva anche scrittore di lingua inglese, collaborando a The New Republic, Atlantic Monthly, Partisan Review e ispirando accanto a Dwight Macdonald la rivista “politics”, e sposava la sua seconda moglie Miriam Rosenthal, che alla morte di lui si farà curatrice delle sue opere. Sono, gli scritti di questo periodo, in gran parte commenti a caldo su cose italiane, ma, tra queste, vanno segnalate alcune riflessioni più di fondo, come la nota su Proudhon, scritta in polemica con J. S. Schapiro, quella su Bernanos e la libertà cristiana e, infine, il commento a La morte di Gandhi, che sviluppa il tema della violenza, più tardi ripreso nel saggio su Tolstoj, Violenza e non violenza, in Tempo presente, agosto 1968 (Scritti…, pp. 299-314).
Chiamato a collaborare all’Unesco, il C. nel 1949 si trasferiva a Parigi. Negli anni dell’immediato dopoguerra aveva collaborato al quotidiano socialdemocratico L’Umanità e nel 1949 aveva iniziato la sua collaborazione a Il Mondo di M. Pannunzio. Si stabilì definitivamente a Roma nel 1953. In quegli anni scuri di conformismo culturale di destra e di sinistra riprese e sviluppò interamente il suo tema dell’autonomia intellettuale, con una polemica spietata, ma scevra di risvolti politici, contro tutte le forme spurie di engagement, il cui paradigma identificava facilmente nella parabola intellettuale di J.P. Sartre, in cui egli vedeva rispecchiarsi «il gran bisogno da cui è posseduto l’intellettuale moderno di una religione non religiosa, e cioè di un’ideologia efficace» e come questa comportasse il fine della «realizzazione di uno stato di cose assolutamente morale», cioè «il segno visibile della forza collettiva, ossia della capacità effettiva di realizzare la moralità integrale», attraverso «uno Stato rigidamente organizzato e diretto» (Il tempo della malafede, a cura dell’Associazione italiana per la libertà della cultura, Roma 1953).
Sono temi che troviamo più volte ripresi e svolti in questi anni, con articoli su Il Mondo, II Ponte, Nuovi Argomenti e, dal 1956, su Tempo presente, la rivista da lui fondata e diretta assieme a I. Silone, dal 1956 al 1968. Ma la critica del C. non ebbe solo un segno antistalinista, non fu solo precoce, almeno rispetto alle temperie della cultura italiana, conoscenza e consapevolezza dei problemi morali e politici che poneva alla cultura contemporanea l’affermazione del «socialismo reale», ma fu anche insieme critica alle radici autoritarie della civiltà contemporanea, a cui non faceva da velo la distinzione di campo tra capitalismo e socialismo.
È una considerazione questa che trova compiutezza di svolgimento nel saggio La tirannia moderna (Tempo presente, maggio 1968), in cui si svolge il tema della mancanza di libertà dovuta allo stato di avanzata collettivizzazione e meccanizzazione della «esistenza collettiva» e la polemica contro l’assolutezza della politica nella cultura contemporanea, connessa al credo della crescita materiale come continuum necessario, che lega inesorabilmente la politica alla «violenza tecnicamente organizzata».
Sono motivi originali della speculazione del C., che tuttavia per quasi un ventennio egli arricchisce continuamente di apporti critici personali, ma anche facendo convergere nella sua riflessione un coro ampio di voci della cultura europea. Sono i motivi della rivolta di Camus, come la critica all’industria culturale di H M. Enzensberger (Coscienza condizionata e avanguardia intellettuale, in Silenzio e parole, pp. 97 ss.), le voci del dissenso dell’Est, la polemica antiautoritaria di Leo Strauss o di Hanna Arendt. Motivi pressoché sconosciuti nell’Italia di allora e che solo più tardi dovevano divenire elementi comuni di riflessione e che la cultura originale e insieme internazionale del C. anticipava con grande ricchezza di riferimenti. Egli scelse questo ruolo distaccato per la sua polemica civile, affidandosi al suo mestiere di intellettuale: una sola fugace eccezione, atto di fedeltà a un gruppo di amici, l’adesione nel febbraio 1956 alla lista dei fondatori del Partito radicale (lettera in Il Mondo, 28 febbr. 1956).
La stessa accanita ricerca di questi motivi etici la ritroviamo nella sua attività di saggista letterario, con gli scritti su Guerra e pace, Roger Martin du Gard, Stendhal, Pasternak, raccolti nel volume Credere e non credere (Milano 1971), e con quelli su Mallarmé, Manzoni, Pirandello, Simone Weil, Solzenicyn, raccolti nel volume Silenzio e parole (Milano 1978). Ma ciò in cui maggiormente il C. espresse questa sua capacità di esprimere nel «mestiere intellettuale» il rapporto lineare tra cultura e vita civile fu nella sua attività di critico teatrale che svolse per un ventennio, ininterrottamente, prima sulle colonne del Mondo, poi su quelle dell’Espresso, con un susseguirsi di saggi, note, recensioni in parte raccolti nei due volumi La situazione drammatica (Milano 1966) e Scrìtti sul teatro (prefaz. di M. McCarthy, Torino 1976).
Il suo è innanzitutto un «discorso del metodo», che tende a definire le essenze teatrali per esclusione. Il teatro non è illusione, perché è il luogo dove si dibatte la verità. Non è rappresentazione della realtà, perché è anzi il luogo dove si rimette in discussione la realtà. Né egli confonde la verità con il «verismo», perché «lo sforzo di illudere, di far vero e magari di superare il vero intralcia la verità». L’oggetto del teatro non è la realtà, né la società, ma «quel mondo interiore e puramente umano di credenze comuni di cui l’ordine sociale non è che l’aspetto esteriore, e che è tanto più reale quanto più gli uomini non solo vi credano ma anche vi dubitino insieme. Sono le peripezie di un tale mondo, più che le passioni, e le virtù e i vizi individuali, che il dramma intende imitare attraverso la sua azione». La sua lezione di metodo sul teatro realizza cosi, nella esemplarità dei suoi ruoli, quello che, lontano dalla scena, era per il C. il metodo della conoscenza intellettuale.
Il C. morì a Roma il 18 genn. 1972.

Oltre alle raccolte miscellanee italiane dei suoi scritti, sono da ricordare due in lingua inglese: The paradox of history (London 1970) e The Worm of consciousness and other essays (prefazione di M. McCarthy, New York 1976).
bibl.: G. Guerrieri, La guerra del critico, in Sipario, novembre 1960; G. Russo, in Corriere della sera, 19 genn. 1972; P. Milano, Lucidità della ragione e umana compagnia, in L’Espresso, 20 genn. 1972; La Quinzaine, 19-20 febbr. 1972; C. Marghieri, Il sasso di Matera, in L’Osserv. Polit. Lett., marzo 1972; G. Bianco, C.-Caffi, lett. ed altro, in Settanta, III (1972), 23, pp. 38-46; A. Garosci, Addio a N. C., in L’Umanità, 21-22 genn. 1972; J. Frank, N. C. the ethic of politics, in Dissent, gennaio 1974, pp. 83 ss.; A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Firenze I975, ad Indicem; A. Colombo, Tre voci della ragione, in Nuova Antol., luglio 1976, pp. 345 ss.; D. Bromwich, A free mind, in Dissent, febbraio 1976, pp. 44 ss.; I. Howe, The Worm of consciousness, in The New Republic, maggio 1976; A. Kazin, The Worm of consciousness, in The New York Times Book Review, 11 luglio 1976; L. Wieseltier, The Worm of consciounmess, in The New York Review of Books, 13 maggio 1976; T. Chiaretti, Davanti ai fuochi, in La Repubblica, 20 maggio 1976; V. Saltini, Un eremita pieno d’amici, in L’Espresso, 20 marzo 1976; Id., Ma la storia siamo noi, ibid., 27 marzo 1976; P. Milano, Il teatro era la sua utopia, ibid., 13 giugno 1976; G. Bianco, Un socialista «irregolare». A. Caffi intellettuale e politico d’avanguardia, con introduz. di A. Moravia, Milano 1977, pp. VI ss., e passim; G. Ceronetti, Uno scrittore ci tratta da naufraghi intelligenti, in La Stampa, 26 aprile 1978.