Necrologi su Nicola Chiaromonte

Necrologi su Nicola Chiaromonte

“La lezione di Chiaromonte – Cittadino del mondo”
di Enzo Bettiza

«Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Parlavamo per serate intere di Tolstoj e di Dostojevskij, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita in molte cose». (continua a leggere)


“Si era sempre più distaccato dalla politica…
di Gino Bianco

Si era sempre più distaccato dalla politica, ma non cessava -per usare un’espressione di Thomas Mann- di guardarla negli occhi.
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“Appello alla ragione in piazza e sulla scena. Anticonformismo e intransigenza di Nicola Chiaromonte – di Arturo Colombo

Corriere della Sera, 4 giugno 1976

Nicola Chiaromonte resta ancora un italiano da scoprire, una di quelle figure -sempre più rare- di intellettuali intransigenti e severi, che si sono rifiutati di piegarsi alle facili (ma equivoche) lusinghe delle «mode», convinti che il dovere dell’uomo di cultura sia quello di fuggire; a tutti i costi, il pericolo di ripetere, come diceva Julien Benda, il tradimento dei chierici. (continua a leggere)



Aldo Garosci12

Addio a Nicola Chiaromonte – di Aldo Garosci

D’un tratto, dinanzi alla scomparsa improvvisa di Nicola Chiaromonte, ci si accorge del valore che ha una persona come persona, indipendentemente da quella che pomposamente si chiama l’opera sua. (continua a leggere)


Messaggio di saluto – di Aldo Garosci

Caro Giacomo, sono molto dolente che una ripresa della mia trombosi mi tenga lontano da Voi in quest’incontro. Avrei avuto caro di intervenire al dibattito di cui il «Turati» è parte organizzatrice, e ancora più’ di ascoltare gli autorevoli interventi in una materia d’interesse vitale per la sopravvivenza d’una vita civile sulle due sponde dell’Atlantico. Ti sarò grato se ti farai tramite di questo mio vivo rammarico, particolarmente presso quegli ospiti che ho avuto occasione di conoscere (continua a leggere)


“Estratto da Amati enigmi” – di Clotilde Marghieri

Jacques, è accaduta una cosa orribile: è morto Nicola Chiaromonte. Lo aspettavo da me insieme con i Rossi Doria e Annie mi telefona e mi dice: “È morto Nicola”.
Breve come è stato il tempo della nostra amicizia, sento che la sua scomparsa, quella di un essere tra i più partecipi e attenti ai problemi e ai segreti del vivere, impoverisce la mia vita senza rimedio. Possiamo sopportare colpi così duri solo perché non riusciamo a crederci. (continua a leggere)



Mary McCarthy 12

Storia d’una persona seria – di Mary McCarthy

a Amati enigmi, Firenze, Vallecchi, 1974

Jacques, è accaduta una cosa orribile: è morto Nicola Chiaromonte. Lo aspettavo da me insieme con i Rossi Doria e Annie mi telefona e mi dice: “È morto Nicola”.
Breve come è stato il tempo della nostra amicizia, sento che la sua scomparsa, quella di un essere tra i più partecipi e attenti ai problemi e ai segreti del vivere, impoverisce la mia vita senza rimedio. (continua a leggere)


Sapevamo ben poco del suo passato – di Mary McCarthy

Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. (continua a leggere)


“Nicola Chiaromonte” di Paolo Milano

Verrà un giorno, neanche troppo lontano, in cui la figura di Nicola Chiaromonte avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo. Detta cosi, e a pochi giorni dalla sua morte, la predizione parrà a molti, più che generosa, avventata, o peggio che avventata, gratuita. Al giudizio, si penserà, ha fatto velo la subitaneità della perdita o una lunga consuetudine di affetto. (continua a leggere)


“Dove il sole sorge e tramonta” di Czeslaw Milosz


Pronunzi il suo nome, ma a tutti è sconosciuto
o perché quell’uomo è morto

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“Nicola Chiaromonte, amico e maestro” di Adriana Montini BIanco

Il mio primo incontro con Nicola avvenne agli inizi di febbraio del 1961, a Roma. Da poco più di un anno vivevo a Genova, da pochi mesi mi ero sposata con Gino Bianco. Il 20 gennaio del 1960 avevo lasciato la mia bellissima terra, Verona, dove ero nata, Padova dove mi ero laureata in Fisica Pura, Peschiera del Garda dove avevo “fatto” la guerra. (continua a leggere)


“Combattente per la libertà e compagno di Silone” di Giovanni Russo

Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto, colpito da infarto mentre si trovava nella sede della RAI di viale Mazzini, dove collaborava alla realizzazione di alcuni programmi radiofonici. Si è sentito male mentre era in ascensore: è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però non ha potuto far niente per lui. Nicola Chiaromonte, che era nato a Rapolla (Potenza) nel 1905, viveva da alcuni anni con la moglie a Roma, in via Ofanto 18. I funerali si terranno giovedì. (continua a leggere)


“L’intellettuale nella storia” – di Enzo Siciliano

La Stampa, 19 gennaio 1972

Roma, 18 gennaio Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto colpito da infarto a 67 anni nella sede Rai di viale Mazzini, dove era andato per la sua collaborazione a un programma radiofonico. Si è sentito male mentre era in ascensore: soccorso dal personale della Rai, è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però ha potuto soltanto constatarne il decesso. (continua a leggere)


“Ricordo di Chiaromonte” – di Ignazio Silone

Incontrai Nicola Chiaromonte per la prima volta nel 1934 in Svizzera, dove io mi trovavo già da alcuni anni. Egli arrivò da Parigi. Mi avevano colpito alcune note e articoli non firmati, apparsi su Giustizia e Libertà, che mi erano stati indicati come opera sua. Notizie più personali su di lui avevo appreso da Annie Pohl, la sua prima moglie, che era gravemente malata ed era venuta in Italia nell’illusione di trovarvi un clima più adatto alla sua salute.
(continua a leggere)


“Nicola Chiaromonte cittadino del mondo” – di Leo Valiani

Chiaromonte non aveva nulla del Don Chisciotte, anche se Cervantes figurava fra gli scrittori che leggeva e rileggeva. I suoi autori andavano da Platone a Proudhon e a Ortega y Gasset. La mia formazione era, se così si può dire, più convenzionale: io avevo abbracciato, giovanissimo ancora, la linea Hegel-Marx-Croce-Gramsci e l’avevo appena integrata con la riflessione sulle critiche di Carlo Rosselli. Non ci trovavamo dunque facilmente d’accordo, nelle appassionate discussioni di Casablanca. (continua a leggere)


“Nicola Chiaromonte cittadino del mondo” – di Leo Valiani

L’Umanità, 1983

L’intellettuale ricordato recentemente a Roma -25 gennaio 1983. A dieci anni dalla morte dell’insigne studioso di cultura anglosassone, la rivista inglese “Survey” gli ha dedicato un numero speciale. Mercoledì 19 in un albergo di Roma è stato presentato il fascicolo speciale che la rivista inglese ‘Survey’ ha dedicato recentemente a Nicola Chiaromonte. La serata è stata organizzata dalla «Fondazione Turati». Giacomo Ascheri, a nome delia Fondazione, ha brevemente illustrato la figura e l’opera dello studioso che fu lungamente legato alla cultura inglese. Il fascicolo -edito a 10 anni dalla morte- raccoglie un ritratto critico di Enzo Bettiza intitolato «Cittadino del mondo», la storia dell’amicizia tra Chiaromonte e Andrea Caffi ricostruita da Gino Bianco e una scelta degli scritti di Chiaromonte tra cui un ritratto di Silone. Il fascicolo ospita anche un ricordo scritto dallo scrittore marsicano dopo la morte del condirettore di «Tempo Presente». Alla serata ha dato il suo contributo Francois Bondy che ha ricordato la radice fondamentalmente europea della cultura di Chiaromonte e il suo essere «naturalmente» immesso nel filone più vivo ed attuale di quell’impegno critico, in politica, che lo trova accomunato a Orwell, Malraux, Boll, Camus e Silone. Paolo Milano ha ricordato anche Simone Weil e l’attenzione che in Polonia e Cecoslovacchia si è dato al pensiero politico di Chiaromonte. Milano è giunto ad affermare che questo pensiero ha anticipato «Solidarietà». Pubblichiamo inoltre il messaggio che Aldo Garosci, impossibilitato ad intervenire, ha voluto scrivere in ricordo dell’amicizia che lo legò a Chiaromonte. L’articolo di Leo Valiani è tratto dalla introduzione agli Scritti politici e civili editi da Bompiani. (Paolo Cucchiarelli)

Chiaromonte non aveva nulla del Don Chisciotte, anche se Cervantes figurava fra gli scrittori che leggeva e rileggeva. I suoi autori andavano da Platone a Proudhon e a Ortega y Gasset. La mia formazione era, se così si può dire, più convenzionale: io avevo abbracciato, giovanissimo ancora, la linea Hegel-Marx-Croce-Gramsci e l’avevo appena integrata con la riflessione sulle critiche di Carlo Rosselli. Non ci trovavamo dunque facilmente d’accordo, nelle appassionate discussioni di Casablanca. Ci univa maggiormente il monito salveminiano. Chiaromonte, che alla dialettica hegeliano-marxista opponeva il rigore lineare dell’idealismo antico, apprezzava moltissimo, tuttavia, il coerente empirismo, oltre alla straordinaria purezza morale, di Salvernini. Negli Stati Uniti, durante e dopo la guerra, collaborò poi, politicamente, con Salvemini.
La lettura o rilettura degli scritti di Chiaromonte rivela come egli fosse precocemente pensoso sin da prima di lasciare l’Italia. Se nel 1925, a vent’anni, aveva già pubblicato qualche cosa sul Mondo di Giovani Amendola, gli articoli, che dal I932 al 1934 invio’ ai Quaderni di Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli, si distinguono per un’impostazione obbiettiva che precorre alcuni elementi del dibattito storiografico di quest’ultimi anni.
Chiaromonte non aveva dubbi circa la mediocrità spirituale del fascismo e la sua rozzezza morale. Ma avvertiva l’errore di tanti antifascisti che, per eccesso di disprezzo del nemico, finivano col perdere, specie in esilio, il senso delle difficoltà reali dell’opposizione e non si accorgevano dei propri errori.
Questi problemi, secondo il convincimento di Chiaromonte, andavano affrontati con spirito socialista e libertario e sul piano non nazionale, ma perlomeno europeo: europeo non nel senso che possano essere risolti dalle cancellerie dei paesi del vecchio continente (e neppure, aggiungeva, da quella americana) sibbene nel senso del sorgere d’una coscienza europea, supernazionale, fra i popoli, e per cominciare fra gli uomini che, mettendosi alla loro avanguardia, se ne vogliono fare banditori.
E’ facile constatare, retrospettivamente, che Chiaromonte, nel mentre prevedeva, sin dal 1933, in uno degli scritti che abbiamo citato, le future capitolazioni delle diplomazie francese e britannica davanti alle dittature aggressive del fascismo e del nazismo, sottovalutava l’urgenza della lotta politica volta ad indurre, attraverso l’agitazione e la propaganda fra le pubbliche opinioni, almeno qualcuno fra i governi democratici (che saranno, in definitiva, l’inglese e l’americano) a resistere con le armi alle immancabili aggressioni belliche già che la guerra sarebbe tornata e che bisognava prepararsi a farne la tomba del fascismo e del nazismo, anche se per intanto occorreva auspicare non la guerra stessa, bensì la coalizione delle forze di pace.
I dissensi che nel 1935 divideranno Chiaromonte da «Giustizia e Libertà» sono stati precisati da Garosci, nella sua Vita di Carlo Rosselli. Essi riflettevano anche la diversità dei temperamenti; prevaleva in Rosselli l’esigenza dell’azione e della lotta politica, e quella della meditazione in Chiaromonte.
Chiaromonte stesso aderiva, peraltro, alla concezione dell’antifascismo, che caratterizzava proprio Rosselli, scrivendo che occorreva farne «una questione analoga a quella che Mazzini riuscì a fare dell’unità italiana, una questione interessante tutti i valori dell’uomo, tutti i modi della vita, la cultura, l’economia, la politica, l’arte, sollevare contro il fascismo il senso della modernità così vivo (e così spesso traviato ad ammirare il più’ recente) nelle generazioni di giovani di tutti i paesi, rivoltare contro la tirannia tutti i valori delle rispettive tradizioni nazionali…»
Non si riuscì a farlo, se non in misura insufficiente. Il fascismo e il nazismo furono sconfitti, in guerra e in politica, ma la democrazia non si rinnovò radicalmente, nelle sue idealità e nella sua prassi. Ne vennero il successo, transeunte se si vuole, ma non, perciò, meno gravido di conseguenze, dello ”stalinismo’ e la diffusione del conformismo. Chiaromonte avversò coraggiosamente, instancabilmente, questo e quello, sfidando, in certi momenti, un isolamento più pesante di quello che gli antifascisti avevano dovuto sfidare durante il ventennio.
L’opposizione al diffondersi dello stalinismo fra gli intellettuali ebbe le sue più alte coscienze critiche in Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Aldo Garosci e Mario Pannunzio. Fu un’opposizione in nome della libertà e non nel segno della «guerra fredda» che imperversava indubbiamente, da una parte all’altra, ma dalla quale non bisognava lasciarsi strumentalizzare. Le annate del Mondo di Pannunzio e di Tempo presente, la rivista diretta da Silone e Chiaromonte, documentano la nobiltà della loro battaglia. Commisero anch’essi, come accade a tutti, qualche errore di valutazione, ma rimasero costantemente fedeli al vero e devoti agli autentici ideali della democrazia minacciata da vecchi e nuovi totalitarismi. Ancora sotto la dittatura fascista, Chiaromonte era stato fra coloro che sottolineavano come il totalitarismo in Italia fosse un lascito della Chiesa uscita dalla Controriforma; al clericalismo dilagante nel nostro paese nel 1948 e negli anni successivi, egli non fece alcuna concessione. Ma le falsificazioni staliniane diffondevano un oscurantismo che non era migliore, e che nell’URSS, e nei paesi ad essa soggetti, rappresentava l’accompagnamento di processi macabri e mostruosi e d’un regime di terrore, che s’abbatteva su milioni di persone. Può sembrare incredibile oggi che tanti intellettuali abbiano prestato fede ai grotteschi e orrendi falsi staliniani.
Ciò è accaduto, tuttavia, per lunghi anni, in paesi democratici, nei quali chiunque poteva accertare la verità, solo che volesse accertarla. Forse più che altrove, è accaduto proprio nell’Italia repubblicana, benché alcuni comunisti italiani, particolarmente colti ed avvertiti, lasciassero trapelare dei dubbi o delle esitazioni. Il ventesimo e il ventesimosecondo congresso del partito comunista dell’Unione sovietica, con le clamorose rivelazioni di Kruscev, dimostrarono che la verità non poteva essere nascosta indefinitamente. Gli uomini come Chiaromonte, che in difesa d’essa s’erano battuti, fra l’ostilità o l’indifferenza di molti, vedevano confermate le loro ragioni dal pulpito stesso dell’avversario.
«Gettate anche me su questo rogo, che io quelle storie le conosco a memoria», esclamò un romano antico, al veder dati in fiamme, per ordine del tiranno, i manoscritti d’un cronista. Ai nostri tempi, non tutti quelli che conoscevano la veridica storia di generazioni sepolte vive nell’URSS e altrove, han potuto essere sterminati. Dai loro ricordi è scaturita la primavera di Praga del 1968. Il suo soffocamento prova che la lotta non è ancora finita. Chiaromonte l’ha condotta fino all’estremo respiro della sua vita.
Morì com’era vissuto, senza aver mai ambito ricchezze od onori. Morì sul lavoro. «Povera e nuda tu vai, o filosofia», diceva il poeta. La filosofia di Chiaromonte, il convincimento della validità intima della Ragione, l’ha animato fino all’ultimo. «Dalla caverna», scriveva nel 1956, parafrasando Platone, «non si esce in massa, ma solo uno per uno, aiutandosi l’un l’altro».

“Ricordo di Chiaromonte” – di Ignazio Silone

Tratto da Nicola Chiaromonte, Scritti politici e civili. Introduzione di Leo Valiani, a cura di Miriam Chiaromonte,  Bompiani, Milano, 1976

Incontrai Nicola Chiaromonte per la prima volta nel 1934 in Svizzera, dove io mi trovavo già da alcuni anni. Egli arrivò da Parigi. Mi avevano colpito alcune note e articoli non firmati, apparsi su Giustizia e Libertà, che mi erano stati indicati come opera sua. Notizie più personali su di lui avevo appreso da Annie Pohl, la sua prima moglie, che era gravemente malata ed era venuta in Italia nell’illusione di trovarvi un clima più adatto alla sua salute.

Ricordo ancora la forte impressione che Chiaromonte mi lasciò fin dal primo incontro. Nello scambiarci le notìzie sulla situazione romana dovemmo constatare l’isolamento e la demoralizzazione in cui vivevano le forze residue dell’antifascismo sia dell’ambiente intellettuale che di quello operaio.

Chiaromonte costituiva per me la scoperta d’un fenomeno nuovo e imprevisto di autoliberazione. Egli appariva immune dalla retorica dominante senza l’aiuto d’una tradizione politica familiare o di gruppo. Era approdato a idee chiare sulla società leggendo i classici, specialmente greci, e qualche autore recente. Conosceva Proudhon, anche qualche “inedito” di Marx in quel tempo pubblicato in Germania (come la Deutsche Ideologie) e aveva cominciato a studiare Husserl. Ma l’ambiente romano gli era insopportabile perché l’insofferenza del regime tra i suoi amici si risolveva in chiacchiere.

Stringemmo amicizia, ma le nostre relazioni rimasero postali. A me non era permesso risiedere in Francia, essendo stato già espulso dal paese, e mi ero rassegnato a vivere isolato in Svizzera. Chiaromonte invece aveva trovato a Parigi un ambiente più favorevole che sembrava soddisfarlo. Ma ben presto in lui e nel suo fraterno amico Andrea Caffi maturò l’insofferenza verso alcune esigenze del movimento politico di “Giustìzia e Libertà” da cui esso poteva difficilmente prescindere. Una quindicina d’anni più tardi, quegli argomenti saranno ripresi da Chiaromonte in una lettera a Mario Pannunzio per esprimere i limiti d’una sua adesione alla campagna politica del Mondo e del gruppo radicale.

Alla guerra civile spagnuola Chiaromonte partecipò senza esitazioni e senza pentimenti assieme a molti altri volontari di altri paesi; ma dei numerosi intellettuali d’ogni levatura, che parteciparono a quell’impresa, forse egli è stato l’unico, o uno dei pochi, a non farne oggetto di pubblicità. Si sa che cosa ha rappresentato la guerra di Spagna per Orwell, per Koestler, per Hemingway, per Malraux. (Si conosce ora anche il giudizio accorato della Simone Weil sul terrore repubblicano, ma esso fu espresso in una lettera privata a Georges Bernanos che è stata conosciuta dopo la loro morte). Chiaromonte si è espresso su aspetti politici di dettaglio di quell’avvenimento solo un paio di volte (ad es. sulla cronologia dell’intervento comunista) e nulla più. In questo atteggiamento c’è probabilmente un riflesso della sua visione dell’uomo nella irrazionalità della storia, quale si trova nei suoi saggi su Guerra e Pace, su Roger Martin du Gard, su Stendhal, su Pasternak.

Con maggiore agio e libertà, durante una dozzina d’anni, dal ’56 al ’68, Chiaromonte si è espresso nella rivista Tempo Presente da noi diretta. Egli vi si è dimostrato fedele al precetto scelto a programma fin dall’inizio: “Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale”. La rivista dimostrò la sua efficacia anche fuori della sfera puramente intellettuale. La denunzia delle persecuzioni contro le minoranze religiose in Italia e la lotta contro la censura sugli spettacoli ebbero buoni effetti. La difesa degli scrittori e artisti perseguitati in Russia, in Polonia, in Ungheria, in Spagna, in Grecia valse a liberare la causa della libertà della cultura dal monopolio settario dei partiti politici. Lo stesso si dica della ferma denunzia di ogni condiscendenza, anche di amici, al gollismo e al maccartismo. A suggello della propria dignità la rivista cessò di esistere quando la sua sopravvivenza sembrò condizionata al sacrifizio della propria indipendenza.

“L’intellettuale nella storia” – di Enzo Siciliano

La Stampa, 19 gennaio 1972

Roma, 18 gennaio Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto colpito da infarto a 67 anni nella sede Rai di viale Mazzini, dove era andato per la sua collaborazione a un programma radiofonico. Si è sentito male mentre era in ascensore: soccorso dal personale della Rai, è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però ha potuto soltanto constatarne il decesso. (Ansa)

Nicola Chiaromonte era uno scrittore di specie rara in Italia: era un saggista. Più che giudicare la letteratura secondo il canone del bello e del brutto, Chiaromonte la interpretava, chiedendole di rispondere sul presente e sul passato dell’uomo, vedendo in essa un modo, forse il più alto, attraverso cui l’uomo testimonia il proprio essere in vita. Scriveva dunque di letteratura, mostrando quanto, in trasparenza, essa trasudi dei contenuti della storia. Era la storia il tema che stava a cuore a Chiaromonte: come espressione di un conflitto perenne tra l’individuo e una forza oscura, prepotente, che ha nome «potere», di fronte alla quale l’individuo non può nulla. Questa forza lo costrinse a scelte decisive, per lui irreparabili e da cui dipese immediatamente la sua esistenza.
I saggi su Tolstoj, su Stendhal, su Malraux, e che si trovano raccolti in un volume pubblicato lo scorso anno, dal titolo Credere e non credere, ricadono tutti nella luce dell’esistenzialismo; Chiaromonte vi portò di suo un bisogno di razionalità: l’urgenza di una superiore chiarezza che poteva giungergli dalla tradizione illuministica meridionale.
Era un italiano del Sud, chiuso e talvolta persino scontroso come certi lucani possono esserlo, ma appassionato e devoto al proprio pensiero fino a soffrirne, fino a un rabbioso silenzio di fronte alle altrui velleità. Si dice poco di Nicola Chiaromonte se non si dice che egli fu una delle figure più illustri tra i fuoriusciti europei negli anni del fascismo.
Alla Dècade di Pontigny del 1934, dedicata ai problemi dell’intolleranza politica -a Pontigny, in Borgogna, si riunirono per alcuni anni, tra le due guerre, intellettuali di vari Paesi, per discutere i temi posti dal momento storico-, Chiaromonte, che era stato invitato laggiù con altri italiani, tra cui Moravia, decise di non tornare in Italia. L’atmosfera fascista era per lui più che repulsiva. Né lo soddisfaceva più partecipare, come aveva fatto fino a quel momento, alla fronda intellettuale che si raccoglieva intorno alla rivista fiorentina Solaria. Chiaromonle sentiva il bisogno di agire, di lottare contro il fascismo, fisicamente, e pensava di potersi meglio impegnare nella lotta se oltre i confini. D’altra parte, è impossibile dimenticare che la Francia di quegli anni apriva alla lotta antifascista le più grandi speranze.
Riparò a Parigi e lì si legò di amicizia con Andrea Caffi che, seppure più avanti negli anni di lui, ebbe con Chiaromonte un rapporto intellettuale duraturo. A Parigi ancora, proprio per quel suo desiderio di azione, al momento della guerra di Spagna, Chiaromonte si arruolò nella squadriglia di Andre Malraux e partì per combattere i franchisti. Dovette tornare ancora a Parigi, per restarvi sino all’arrivo dei nazisti, nel ’40: a quel punto fuggì verso il Sud, verso la zona non occupata. Durante la fuga Chiaromonte perdette il manoscritto d’un lavoro in cui aveva speso tutte le risorse intellettuali di quegli anni, uno studio su Michelangelo, mai più ripreso, e abbandonato per sempre alla tragedia di quei momenti. Visse Chiaromonte quelle giornate di fuga e di internamento con Arthur Koestler; e di quelle giornate Scum of the hearth di Koestler è la testimonianza tragica. Infuriava la guerra, crollavano diversi miti: Chiaromonte non credeva nella palingenesi storica al modo di un marxista. Riuscì a fuggire negli Stati Uniti, e laggiù si legò saldamente agli ambienti degli intellettuali più aperti ai problemi della libertà intellettuale e politica: coloro che si raccoglievano attorno a riviste come New Republic e come Partisan Review. Data da allora la sua amicizia con Mary McCarthy. Restò in America fino al 1953, e, una volta tornato in Italia, con Ignazio Silone fondò Tempo presente, un mensile attraverso il quale tutta la giovane cultura italiana è passata: un vaglio severo, puntuale, cui Chiaromonte si dedicò con lo spirito di un vero e proprio educatore di ingegni.
Sua passione non secondaria fu il teatro. Dopo Sandro De Feo è stato, flno a ieri, il critico teatrale dell’Espresso. Nel teatro Nicola Chiaromonte vedeva un momento quasi sacrale dell’espressività umana: il momento di una confessione, di dramma e dolore, che è contemporaneamente poesia e moralità.
Oggi che è scomparso non possiamo non ricordare di lui la tensione intellettuale che l’animò ogni momento, e sottolinearne l’esemplarità.

“Combattente per la libertà e compagno di Silone” di Giovanni Russo

Si battè sempre per l’autonomia degli intellettuali contro ogni usurpazione totalitaria – Dal «Mondo» di Pannunzio alla rivista «Tempo presente» – Stroncato a Roma da un infarto
“Corriere della sera”, 19 gennaio 1972

Roma, 18 gennaio.
Lo scrittore Nicola Chiaromonte è morto, colpito da infarto mentre si trovava nella sede della RAI di viale Mazzini, dove collaborava alla realizzazione di alcuni programmi radiofonici. Si è sentito male mentre era in ascensore: è stato portato in un ambulatorio e visitato da un medico, il quale però non ha potuto far niente per lui. Nicola Chiaromonte, che era nato a Rapolla (Potenza) nel 1905, viveva da alcuni anni con la moglie a Roma, in via Ofanto 18. I funerali si terranno giovedì.

La morte improvvisa di Nicola Chiaromonte colpisce dolorosamente tutti coloro che lo conoscevano e lo amavano per le sue eccezionali qualità di uomo, di scrittore, di combattente per la libertà. In questi ultimi anni, pur continuando la collaborazione di critico teatrale all’Espresso, rubrica che aveva tenuto nel Mondo di Pannunzio, succedendo a Corrado Alvaro (una critica, quella di Chiaromonte, che si serviva dell’osservatorio del teatro per portare la testimonianza del suo giudizio morale sulla realtà contemporanea) egli s’era come rinchiuso in se stesso, era divenuto ancora più schivo e solitario di quanto il suo carattere lo portasse a essere. Ma ciò non per un distacco dalla società, o per un inaridirsi di passione civile, bensì per un eccesso di essa.
Chiaromonte era, infatti, uno di quei pochi uomini di cultura che hanno una concezione elevatissima, quasi stoica della funzione dell’intellettuale. L’impegno era, per lui, come ha scritto in uno dei saggi che dà il titolo al suo libro Credere e non credere, fedeltà assoluta alla ragione contro ogni conformismo imposto da qualsiasi autorità. E nella sua ferma ripulsa del comunismo c’era come componente principale proprio questa rivolta dell’intellettuale vero contro la prepotenza del dogma che vuole incatenare la libertà di giudizio. A questa concezione della dignità e della funzione superiore dell’intellettuale si ispirò nel periodo in cui diresse, insieme con Ignazio Silone, la rivista Tempo presente.
Nei primi anni del dopoguerra, ancora incerto se tornare a stabilirsi in Italia che aveva lasciato giovanissimo per aver maturato autonomamente il rifiuto del fascismo, Chiaromonte pensava a quella rivista come a un mezzo per ridare alla cultura questo compito di guida dello spirito e per sprovincializzare il mondo letterario italiano, tenerlo aperto alle correnti del pensiero internazionale, più spregiudicate e più serie.
Alla rivista collaboravano famosi scrittori stranieri e italiani e Chiaromonte vi scriveva spesso delle note di carattere politico-culturale, che recavano sempre il segno della sua intransigenza e del suo acume, oltre a saggi di critica storica e letteraria. Fra i collaboratori c’erano anche alcuni fra i più noti esponenti della sinistra radicale americana che egli aveva conosciuto e frequentato durante il periodo del suo esilio negli Stati Uniti. Della sua giovinezza e maturità trascorse volontariamente fuori d’Italia non s’era mai fatto vanto, quasi mai parlava. Eppure, come accennavamo, era stato uno dei pochissimi giovani che aveva scelto la via dell’espatrio senza esservi costretto, e non per ragioni solo politiche ma soprattutto per una profonda convinzione filosofica e morale.
Figlio di un medico di un paese della Lucania, Rapolla, in provincia di Potenza, dove era nato nel 1905, aveva studiato a Roma, appassionandosi soprattutto ai classici greci e latini e alla filosofia antica. Nel 1930, dopo un viaggio di studio in Francia, aveva deciso di non tornare più in Italia dichiarando pubblicamente di essere antifascista. A Parigi aveva stretto un sodalizio soprattutto intellettuale con un personaggio di straordinaria cultura e raffinatezza, il pensatore e filosofo, di padre italiano e di madre russa, Andrea Caffi, di cui Chiaromonte aveva recentemente curato la pubblicazione delle opere principali. L’incontro con Caffi fu decisivo per la formazione di Chiaromonte che ne assorbì la visione universale dei problemi. Collaboratore dei Quaderni di giustizia e libertà di Rosselli, quando scoppiò la guerra civile spagnola, si arruolò fra i volontari repubblicani e combattè nella squadriglia aerea di Andre Malraux, che ha raccontato il suo incontro con il giovane antifascista italiano nel suo libro l’Espoir, in cui descrive l’impari confronto fra i pochi aerei mezzo scassati della squadriglia e quelli allora modernissimi, italiani e tedeschi.
Rifugiatosi di nuovo in Francia, dopo l’invasione tedesca scappò da Parigi scampando alla cattura delle SS che lo ricercavano per la sua partecipazione alla resistenza, e riuscì avventurosamente a raggiungere l’Africa del Nord. Qui conobbe Albert Camus, con cui strinse un rapporto di amicizia che durò fino alla morte del grande scrittore francese. Dall’Africa del Nord si trasferì negli Stati Uniti, a Nuova York, dove partecipò all’attività dei gruppi intellettuali della sinistra radicale americana. Alla line della seconda guerra mondiale, ritornò, con la moglie, americana, prima a Parigi e poi a Roma. Nei suoi, frequenti viaggi in Francia aveva scritto alcune delle più interessanti corrispondenze, pubblicate dal Mondo, sulla situazione culturale francese che conosceva da protagonista.
Di cultura vastissima, erede di quel filone di intellettuali meridionali che conobbero, nei secoli, l’esilio, in nome della libertà di pensiero, da Vincenzo Padula a Settembrini a de Sanctis, Chiaromonte aveva, nella sua permanenza all’estero, allargato la sua visione con gli apporti della cultura soprattutto francese e americana e con lo studio approfondito della fenomenologia di Husserl. Forse anche per questo motivo era rimasto un isolato, nel panorama culturale italiano, non nascondendo egli mai il suo pensiero e una certa insofferenza verso i miti ufficiali dei nostri letterati.
Uomo di cultura che aveva soprattutto il culto di ciò che riteneva essere vero, cosa che affermava anche a costo di farsi dei nemici. Chiaromonte non aveva pubblicato molto. Solo recentemente si era deciso a raccogliere in un volume per l’editore Bompiani, prima alcuni dei suoi scritti i teatrali nel libro La situazione drammatica e ultimamente, i suoi saggi sui rapporti fra la storia e il romanzo nel già ricordato Credere e non credere. Dopo anni così turbinosi e diffìcili, si preparava finalmente a raccogliere il frutto delle sue riflessioni e dei suoi studi. Soprattutto quest’ultimo libro dimostra quale grande contributo Chiaromonte avrebbe potuto dare e come la sua morte —come ha detto Ignazio Silone— «è una perdita non solo per la cultura italiana, ma per quella più avanzata di Parigi e di Nuova York».

“Nicola Chiaromonte, amico e maestro” di Adriana Montini Bianco

Una Città, febbraio 2021

Il mio primo incontro con Nicola avvenne agli inizi di febbraio del 1961, a Roma. Da poco più di un anno vivevo a Genova, da pochi mesi mi ero sposata con Gino Bianco. Il 20 gennaio del 1960 avevo lasciato la mia bellissima terra, Verona, dove ero nata, Padova dove mi ero laureata in Fisica Pura, Peschiera del Garda dove avevo “fatto” la guerra. Arrivai a Genova per un’intervista col direttore dell’Istituto di Fisica, Ettore Pancini. Avevo ventiquattro anni e a Genova non conoscevo “anima viva”. Fui assunta come Assistente; insegnavo Fisica di laboratorio per gli studenti del primo o secondo anno e facevo ricerca in “Radiazioni cosmiche e fisica delle particelle”. Ero tremendamente felice, dopo anni di studio duro, solitario, un grande sogno si avverava. Durante l’estate, nel mese di giugno del 1960, accaddero i “fatti di Genova”, una rivolta di tutta la popolazione della città, di studenti, operai, lavoratori, soprattutto portuali, contro il governo Tambroni che aveva concesso al Mis, il movimento sociale italiano di ispirazione fascista (la Seconda guerra mondiale era finita da poco, quindici anni, e la paura era ancora nel cuore e nell’animo di tanti italiani), di tenere il loro primo congresso nazionale proprio a Genova dove l’armata tedesca che dominava tutta la regione, la Wehrmacht e le Ss, si era arresa al Comitato di Liberazione Nazionale e ai partigiani dei Giovi prima dell’arrivo degli Angloamericani. Genova non poteva accettare un affronto così violento, così ignorante e noncurante della nostra stessa storia, e si ribellò. La gente, anche le persone moderate, nei primi giorni scesero nelle piazze e nelle strade e nei “caruggi”, le stradine strette vicine al porto. Anch’io andai con assistenti, tecnici e studenti degli istituti universitari, soprattutto scientifici. Qui conobbi Gino. Il Congresso del Mis che doveva tenersi la domenica mattina, alle dieci, al Teatro Margherita, nel cuore della città, fu abolito il sabato sera, alle ventitré. Il governo Tambroni cadde.
A settembre del ’60 fui nominata Assistente Straordinaria, pagata molto meglio. Adoravo il mio lavoro, l’insegnamento, la ricerca mi affascinava, mandavo qualche soldino a mia madre. Io e Gino ci sposammo.
A gennaio del 1962 il professor Pancini mi suggerì di andare a Roma quattro giorni; mi offriva una piccola borsa di studio per vedere come organizzavano la Fisica di Laboratorio per gli studenti. Gino era contento e decise di venire anche lui per fare un poco di ricerca storica negli Archivi di Stato. Gino era un giovane storico, anche se voleva sommamente diventare un giornalista del mondo e nel mondo. Così andammo a Roma e, fatto stranissimo, alla sera del nostro arrivo ci fu un’abbondante nevicata; più freddo che a Genova. lo andai in Istituto tre volte e Gino andò, penso, agli Archivi di Stato. Il nostro terzo giorno andammo a trovare Nicola Chiaromonte e i suoi cari, che vivevano ancora nella casa della madre. Gino conosceva già Nicola da tre, quattro anni, e anche Ignazio Silone. Io arrivavo per la prima volta “nella città eterna”. Suonammo il campanello e ci vennero incontro due signore, così diverse nei modi e nell’aspetto. La prima era Miriam, moglie di Nicola, alta, secca, americana, efficiente e sicura; l’altra era Pina, la dolcissima sorella di Nicola, che aveva modi armoniosi, voce bassa e melodiosa, ragazza di grande coraggio nella guerra. Fu Pina che ci portò a incontrare la madre nella sua stanza: era allettata, forse per il freddo improvviso. Pina e Gino rimasero brevemente, ma io restai a lungo con lei. Era una vecchina delicata, bella, intelligente, curiosa della vita ed anche di me, non aveva mai incontrato donne che insegnavano scienza e che cercavano di comprenderla. Ritornò Pina, salutai affettuosamente la madre e seguii Pina in un grande soggiorno luminoso. Su un ampio divano sedevano due signore, visibilmente intelligenti e sicure, donne che avevano incontrato uomini speciali. Una era Miriam, l’altra mi fu presentata come la vedova di Albert Camus, Francine, così mi sembra di ricordare il suo nome. Un poco scostate c’erano due comode sedie e due uomini che dialogavano intensamente: Gino e un signore più anziano, sobrio, intenso, due occhi nerissimi, penetranti. Era Nicola. Si alzò, ci presentarono. In piedi, un po’ in disparte, c’era anche Franco, il fratello medico. Mi sedetti su una comoda sedia, quasi davanti al divano, e alla mia destra c’era Pina, alla mia sinistra c’era un solido pianoforte e sopra, sul muro, un solo piccolo quadro, un acquerello, mi sembrava. Rappresentava una giovane donna con un capellino vivace, molto giovane e bella, ma con un che di trattenuto, triste, pensavo. La guardai ancora e mentre Pina si avvicinava io dissi, a voce alta: “Quel dipinto, un acquerello, mi sembra, è bello e bella è la giovane”. Una folata di gelo sembrò attraversare la stanza. Gino mi fulminava con lo sguardo, mentre Nicola rivolse i suoi occhi verso di me, uno sguardo profondo, velato di tristezza. Fu ancora Pina a rompere il ghiaccio e con voce dolce disse: “È un autoritratto di Anny, la prima moglie di Nicola. Morì mentre fuggivano dalla Francia durante l’invasione delle armate tedesche”. Mi scusai confusa per quella che poteva apparire, e che infatti era, un’intrusione un po’ rozza nei loro cuori. Prima di andarcene Nicola si avvicinò e mi chiese un poco del mio lavoro. Gli raccontai che amavo molto insegnare, che amavo i miei studenti e soprattutto gli espressi la mia sorpresa, quasi incredulità, che a Genova la “fisica sperimentale delle particelle” fosse allora totalmente nelle mani di donne, sette tecniche che lavoravano sui microscopi alla ricerca, alla rincorsa, si potrebbe dire, delle particelle. Il capo era una donna e ora avevano accettato come aiuto me, un’altra donna. Occorreva dedizione e tanta pazienza.
Vedemmo ancora Nicola, Miriam e Pina, a Bocca di Magra, nell’estate del 1962. Andammo a trovarli con la nostra prima bambina, Vera, e Pina se ne volle subito prendere cura. Nicola era seduto a un piccolo tavolo, sulla riva del fiume, e parlava intensamente con Mario Levi. Andammo ancora a trovarli a Bocca di Magra un paio di anni dopo, con Vera e Miriam, la nostra seconda bambina. Verso la fine del 1963 Nicola andò a Milano a incontrare Gino. Era desideroso di conoscere Valentin Gonzales, il Campesino della Guerra Civile spagnola che era stato espulso dalla Francia in seguito agli accordi fra De Gaulle e il Generalissimo Franco; aveva ottenuto un permesso temporaneo di residenza in Italia, era presidente della Repubblica il socialdemocratico Saragat, mi sembra di ricordare. Gino, che lavorava a “Critica Sociale”, a Milano, lo ospitava nella sua gelida soffitta di via Ripamonti.
Poi, nel luglio 1966, noi andammo a vivere a Londra. Nicola e Miriam ci vennero a trovare tre o quattro volte. A Londra conobbero anche Andrea, il nostro terzo figlio chiamato così in onore e ricordo di Caffi. Nicola era contento di queste visite a Londra e desiderava venire ancora, come dice a Gino nella sua ultima lettera del 12 gennaio 1972, pochi giorni prima di morire. Con difficoltà mi riuscì di affidare i nostri bambini in mani sicure e di andare a Roma al funerale di Nicola. C’erano molte persone, vecchi amici, intellettuali che parlarono di lui e per lui, parlò Alberto Moravia che nei primi anni Trenta, a Parigi, aveva presentato Caffi a Nicola, poi Enzo Tagliacozzo, così amico di tutta la famiglia, parlò Paolo Milano, che era tornato apposta da New York, c’era molta gente di teatro, c’erano molti giovani, anche per loro Nicola era stato un amico e un maestro.
Nicola se ne era andato, Andrea non lo avevamo mai conosciuto, ma essi rimasero sempre presenti nella nostra vita, soprattutto erano sempre con Gino.

“Nicola Chiaromonte” di Paolo Milano

Verrà un giorno, neanche troppo lontano, in cui la figura di Nicola Chiaromonte avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo. Detta cosi, e a pochi giorni dalla sua morte, la predizione parrà a molti, più che generosa, avventata, o peggio che avventata, gratuita. Al giudizio, si penserà, ha fatto velo la subitaneità della perdita o una lunga consuetudine di affetto.
Altri amici o conoscenti di Nicola Chiaromonte, anche stretti e di lunga data, reagiranno forse come quello di loro che, a questo proposito, mi diceva: «Per “figura”, immagino, tu intendi tanto l’uomo che il suo pensiero, il carattere più l’opera. Ora, Chiaromonte è uno di quelli la cui opera scritta è molto esigua, (due libretti in tutta un’esistenza), perché l’opera vera è stata il loro modo di vita. Chiaromonte si è espresso, in modo socratico, nei suoi rapporti con gli altri. Una maniera di operare molto rara ed ottima, ma il cui ricordo sopravvive di poco a quelli che hanno conosciuto l’uomo saggio e ne hanno tratto insegnamento».
Contro questo ci è intanto da ricordare che nove decimi di quel che Chiaromonte ha scritto, sparso in giornali o riviste o rimasto carta privata, è inedito in volume od anche in assoluto. Scritti politici, saggi d’arte e di filosofia, cronache ragionate, lettere d’ogni giorno ad amici di almeno tre paesi, in lingue che Chiaromonte maneggiava con eguale rigore, un carteggio, quasi tutto, di impegno profondo.
C’è poi da aggiungere che Chiaromonte ha pubblicato così pochi libri perché disprezzava lo scrivere che si rassegni ad essere separato dal vivere, precisamente da un fraterno rapporto fra esseri reali. Quando si raccoglieranno, in molti volumi, i suoi scritti, si scoprirà quanto sia intimo il loro intreccio con l’umano itinerario del loro autore: ma non già con la sua cronaca privata, bensì con la biografia, se così si può dire, intimamente pubblica, di uno che ha vissuto il suo tempo, e su esso ha meditato, sempre insieme ad altri e per gli altri. Intanto, aspettando questo, si può tracciare qualche segno delle predilezioni di Chiaromonte e di alcune sue idee.
Il vincolo umano che gli pareva essenziale era l’amicizia, intesa come un’affettuosa solidarietà basata sul vero. La stimava indispensabile non solo nella vita dei singoli ma in quella civile, dove essa è di preciso « il sentimento di quella realtà alla quale Aristotele dava il nome di “philia”, e la metteva a base del legame sociale, che Leopardi chiamava “l’umana compagnia ” e che Andrea Caffi amava indicare col termine “società” ». E’ giusto che appaia qui il nome di Andrea Caffi (1887-1955), l’uomo dì cui Chiaromonte ha scritto: « Alla sua amicizia devo quel che di meglio posso aver acquistato nel corso della mia vita ». Giusto, perché Chiaromonte pensava che il sapere, come il senso della libertà, si ricevano al loro meglio per via diretta da certi uomini e per via diretta si trasmettano ad altri.
Andrea Caffi e Gaetano Salvemini erano stati i due “amici maggiori”, l’uno in Francia, l’altro in America, al sodalizio coi quali Chiaromonte si era a lungo ispirato nel pensare e nell’agire. E per converso, l’amicizia con giovani, ed anche giovanissimi, coltivata con assiduità generosa, era uno dei cardini dei suoi giorni. L’omaggio più coraggioso e inatteso, in morte di Chiaromonte, è venuto da un suo avversario politico, che però lo aveva frequentato, un giovane rivoluzionario italiano dei più intransigenti. Perfino il viaggio terreno di Chiaromonte si è chiuso nel segno dell’amicizia. A Roma, (in tanta crisi, o ritardo di sviluppo, anche dei cimiteri), si stentava a trovare un luogo dove tumularlo: lo si è ospitato nella tomba dove da tempo riposa un amico che gli era caro, Felice Balbo.
Per molti anni, Chiaromonte ha dedicato le sue massime cure alla rivista ‘Tempo presente”, della quale sì può dire che in Italia non si rammentavano precedenti, né ancora purtroppo le si conoscono eredi. Che la cultura e la critica vi fossero sentite come fatti universali senza confini di provincia, è una qualità di “Tempo presente” che molti in questi giorni hanno ricordato; ‘ma un’altra sua caratteristica era più rara e forse più importante. Quasi sempre, nelle nostre riviste, la collaborazione è un atto individuale e, come dire?, atomizzato: ogni collaboratore canta la sua romanza, cioè spedisce il suo articolo, e dell’insieme non si cura che il direttore, anche lui individuo pressappoco solitario. Unica eccezione le riviste di partito o quelle di stretta ideologia: eccezione vana, perché ad esse l’unità è imposta dal di fuori. Di “Tempo presente” Chiaromonte aveva tentato di fare un “concerto di idee”, cioè un’impresa spontaneamente comune, come gli era riuscito anni prima a New York, quando, con Dwight Macdonald ed altri amici, redigeva la rivista “Politics”. Dietro questa aspirazione, c’era il suo convincimento fermissimo che la verità si cerca e si trova con gli altri.
In questo stesso orizzonte rientrava l’interesse di Chiaromonte per il teatro, i suoi molti anni di presenza come critico drammatico. Da qualche suo lettore, non dei più attenti, si sentiva dire che a Chiaromonte, più che il teatro in sé, piaceva filosofare intorno a un dramma o uno spettacolo; altri lo trovavano troppo severo o troppo indulgente. La verità, se non erro, è che Chiaromonte amava nel teatro lo specchio dell’incontro fra gli uomini, (la società che guarda a se stessa), e poi l’incontro di ogni uomo col suo destino.
Unico o quasi fra gli intellettuali italiani dei nostri anni, Chiaromonte non era un devoto né di Marx, né di Freud. La sua distanza critica da queste ed altre dottrine obbediva al precetto da lui scelto a programma della sua rivista: « Promuovere il riesame dei modi di pensare correnti, mettendoli a confronto con la realtà del mondo attuale ». Per questo esame di coscienza, o meglio o poi, per una presa di coscienza nuova, Chiaromonte pensava che fosse salutare riaccostarsi al pensiero greco-. Egli lo faceva da tempo, e aveva già fissato qualche frutto delle sue letture.
Chiaromonte si vedeva attorno, nella realtà di oggi, un mondo di violenza e senza ragione. Giacché, « sull’individuo convinto che scopo unico della vita è realizzare se stesso a qualunque costo, manifestare in qualunque modo il suo essere qui, in questo mondo, e che non c’è altro, la ragione non ha nessuna presa». Questa gli pareva la convinzione essenziale dell’uomo d’oggi, « il solo assoluto » che la società moderna sia stata capace di esprimere: «Il diritto dì ognuno alla soddisfazione totale, il possesso da parte di ognuno della ragione per diritto naturale, l’espressione di sé come scopo ultimo della vita».
«La demenza, la violenza e l’avvilimento in mezzo a cui viviamo, hanno la loro origine morale in questo principio che non è di sinistra né di destra, né di avanguardia né di retroguardia, e al quale nessuna società, nessuna forma di cultura o di vita spirituale, possono alla lunga resistere. Tuttavia, assurdo com’è, oggi come oggi esso impera. …Ma non ha verità. E non avendo verità, merita soltanto ironia da una parte, pietà dall’altra».
Mi pare che la morte di Chiaromonte abbia suscitato un gran cordoglio, molto naturale e molto diverso. Delle sue espressioni di cui ho saputo, una mi ha specialmente colpito per la sua consonanza e verità.
Si tratta di una terzina del Purgatorio (c. XXII, v. 67-69), tornata in mente a Ugo Stille, a New York, poco dopo aver sentito della morte improvvisa del suo amico Chiaromonte: «Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume retro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte».

“Sapevamo ben poco del suo passato” – di Mary McCarthy

Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. Abbiamo saputo da altri come si sia portato sulle spalle la prima moglie malata, nella bufera, fuggendo senza un soldo attraverso la Francia invasa dai tedeschi. E come lei, tisica, in quella fuga sotto la bufera, sia morta di stenti. Non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavarle lui stesso la fossa.
Un americano della Chiesa Unitaria, che era a Tolosa per aiutare i profughi politici, mi ha raccontato un’altra storia di quei giorni che è proprio tipica di Nicola. La sua organizzazione aveva fornito documenti falsi a tutti i fuorusciti antifascisti. Un giorno compare un poliziotto, va da Nicola e gli fa: “Documenti per favore”. E lui risponde: “I veri o i falsi?”. È andato in prigione e non so poi come ne sia uscito.

“Storia d’una persona seria” di Mary McCarthy

L’Espresso, 30 gennaio 1972

Biografie/ Quella di Nicola Chiaromonte, rispettato in tutto il mondo e poco noto al grosso pubblico italiano, può insegnare molte cose. Nicola Chiaromonte è vissuto negli Stati Uniti dal 1942 al 1947. In quei cinque anni di intensa partecipazione alla vita culturale americana e di militanza nei circoli della sinistra intellettuale americana, la scrittrice Mary McCarthy fu una sua grande amica. Nella sede dell'”Espresso” lo ha ricordato così.

Nicola l’ho conosciuto nell’estate del ’45. Prima ci eravamo incontrati un paio di volte, ma di sfuggita, né lui né io ricordavamo bene né dove né quando. Quell’estate invece facemmo amicizia. Eravamo vicini al mare, a Cape Cod, nella Nuova Inghilterra. Lui aveva un approssimativo cottage sulla spiaggia, dove ogni tanto arrivava anche Nicolo Tucci, come un uccello di passaggio. La spiaggia era magnifica, immensa, con dietro una macchia selvaggia. Di notte si facevano pic-nic alla luce della luna e ci si bagnava nudi, in un’acqua fosforescente, bellissima. Di giorno mi portavo la macchina da scrivere sulla spiaggia deserta, e lì senza ombrellone né niente, con la sabbia che entrava continuamente nella tastiera provavo a lavorare. Chiaromonte mi aveva fatto conoscere Simone Weil, ed io traducevo un suo saggio molto bello sulla guerra di Troia.

Allora, m’ero appena separata da Edmund Wilson: non ancora divorziata ma ci eravamo lasciati. Trovavo Nicola adorabile. Me lo ricordo con un grembiule legato alla vita, un grembiule celeste orlato da volani, mentre faceva le pulizie nel cottage. Sono arrivata una mattina e l’ho trovato così. Mi piaceva molto quello spettacolo, perché Edmund Wilson in grembiule non l’avevo visto mai. Nicola era un gran nuotatore e adorava il mare. Era forte, e destro in alcune cose; in altre impacciato. Per esempio a cavallo: non ha mai avuto un buon rapporto coi cavalli. Ed era bello. L’ho guardato stamattina sul letto di morte, e non era molto cambiato da allora.

Chi l’ha conosciuto soltanto adesso, cosi serio, non può immaginare quanto fosse divertente allora, che aveva quarant’anni. C’era nelle vicinanze della spiaggia una scuola di psicanalisti; ogni tanto venivano a esplorare la nostra spiaggia. Nicola li prendeva in giro, ed essi diventavano sempre più curiosi di lui, ed anche di Tucci. Volevano conoscere le loro motivazioni, il loro meccanismo interno, e non ci capivano niente. Non riuscivano ad inquadrare in alcun modo persone così chiare.

Ho scoperto l’utopia

Si parlava di tutto fra noi, e con gli amici che venivano a trovarci. Uno dei più assidui era Dwight Macdonald, il direttore di “politics” (con la p minuscola). Nicola allora collaborava anche ad altre riviste, fra cui la  “Partisan Review” e “The Nation”, ma “politics” era quella cui dava di più. Era un giornale da principio di tendenze trotzkiste -perché Macdonald era un trotzkista un po’ deviante- e che poi, per l’influenza proprio di Nicola, che aveva riavvicinato Macdonald alle idee anarchiche, si era spostato su una linea libertaria. Era molto interessante, molto letto: vi collaboravano da Parigi anche Andrea Caffi e Mario Levi, che erano stati amici di Nicola durante l’esilio in Francia. Fra gli americani, vi scriveva anche James Agee. Fra “politics” e la “Partisan Review” c’era un notevole dissenso sul tema della guerra. La “Partisan” sosteneva in pieno la guerra americana, così come veniva fatta coi bombardamenti a tappeto di Dresda e delle altre città tedesche; “politics” era più pacifista, disapprovava la distruzione delle città, e avrebbe preferito che la guerra, ormai praticamente vinta, si concludesse senza stragi superflue. Nicola era di questa idea.

Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Io per la prima volta, in quell’autunno, dovevo cominciare ad insegnare letteratura russa alle universitarie del Bard College, e non sapevo molto di quella cultura. Con Nicola e con Dwight, ma soprattutto con Nicola, parlavamo per serate intere di Tolstoi e di Dostoiewski, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita, in molte cose. Per esempio, io preferivo Dostoievski, lui Tolstoi: mi ha convertito: E’ soltanto un piccolo esempio della sua influenza, in un campo particolare. Come influenza generale, diciamo che Nicola ha introdotto nel nostro circolo americano qualcosa dell’Europa: un’Europa diversa non soltanto dall’America, ma anche da quell’altra Europa che noi avevamo conosciuto fino allora solo attraverso Proust e Gide, l’Europa convenzionale del romanzo moderno. Nicola ci ha portato idee più radicali (nel senso che a questa parola diamo noi americani) e ci ha fornito, non so come dire, il retroscena, o meglio il fondamento filosofico della politica. Con lui abbiamo ripercorso tutti gli stadi della teoria politica, dal trotzkismo, al marxismo, risalendo sempre più indietro, fino a Proudhom e agli utopisti del Settecento.

Ecco, l’utopia. E’ proprio questo che abbiamo scoperto attraverso Nicola. Non si può certo dire che fosse ottimista, ma aveva sempre una visione più larga degli altri. In lui c’era pessimismo, ma anche una grande raffinatezza del pensiero, sulle grandi linee classiche. Questo in America non c’era, almeno per quanto ne so. Il suo era un pensiero più generoso di quello che aveva corso nei nostri circoli intellettuali.

Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. Abbiamo saputo da altri come si sia portato sulle spalle la prima moglie malata, nella bufera, fuggendo senza un soldo attraverso la Francia invasa dai tedeschi. E come lei, tìsica, in quella fuga sotto la bufera, sia morta di stenti. Non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavare lui stesso la fossa.

Un americano aeiia Chiesa Unitaria, che era a Tolosa per aiutare i profughi politici, mi ha raccontato un’altra storia di quei giorni che è proprio tipica di Nicola. La sua organizzazione aveva fornito documenti falsi a tutti i fuorusciti antifascisti. Un giorno compare un poliziotto, va da Nicola e gli fa: « Documenti per favore ». E lui risponde; « I veri, o i falsi? ». E’ andato in prigione e non so poi come ne sia uscito.

Quando lo conobbi, quell’estate, Nicola era già in America da più di due anni, e si era fatto un ambiente. Viveva di collaborazioni, e insegnando letteratura inglese in un liceo americano. Scriveva direttamente in inglese, e il suo stile era squisito: asciutto, secco, ironico, sempre molto limpido, molto puro. Diceva che scrivere in inglese per un italiano è un modo straordinario per imparare a scrivere meglio nella propria lingua, liberandola dalia retorica. Lui la retorica la odiava, in tutte le sue forme. Ricordo, in un saggio che scrisse molti anni dopo (e che io ho tradotto), il suo giudìzio sul modo in cui Sartre aveva rifiutato il premio Nobel. Non la sostanza di quella scelta, ma tutta la retorica che l’aveva accompagnata, per Nicola era insopportabile. Ne ha fatta un’analisi minuta, spietata. Ha sempre avuto rispetto per l’onestà di Sartre, ma aveva per le sue inclinazioni retoriche un’antipatia intellettuale profonda.

Ho detto di Nicola al mare. A New York, abitava in pieno centro, nell’Ottava Strada, vicino a Washington Square. Una sola stanza, mi sembra di ricordare. Ci sono stata spesso; lui allora era già sposato con Myriam, invitavano molti amici, cucinavano a turno. Anche in cucina era bravissimo. Faceva lasagne al forno, e altri piatti italiani, molto ben conditi, molto buoni. Serate piacevoli. Saltava continuamente fuori il suo lato più divertente. Quanto era serio e meticoloso sui grandi temi della politica e della storia, così sul resto era disincantato, acuto e ironico. Attento a tutto, anche ai vestiti delle donne. Un giorno parlavamo della moglie di un nostro amico; io facevo qualche critica al suo modo di vestire e ricordo che lui disse: « Somiglia ad uno scrupolo ». L’aveva dipinta.

C’è un mio libro, scritto nel ’49, in cui è adombrata la figura di Nicola. Si intitola “L’oasi”, e tratta di un gruppo di persone che si sono ritirate dal mondo su una montagna per crearvi una società libera e giusta. Nicola non è propriamente un personaggio, perché direttamente non compare mai, ma è in qualche modo sempre presente: è il Fondatore, sparito non si sa come, forse ancora vivo, forse morto, non si sa, descritto solo una volta e di sfuggita: il petto ampio come un monaco, una tonsura fitta di calvizie… Sono le idee del Fondatore che i comuni mortali come noi tentano di mettere in pratica su quella montagna. E come sempre accade, anche le sue idee vengono subito tradite dai discepoli. Si formano due gruppi, i “puristi” e i “realisti”, che si dilaniano ideologicamente. E anche questo al Fondatore non sarebbe piaciuto. La sua idea era di vivere semplicemente, senza puritanismo né settarismo, come scelta da non imporre, e di osservare la nozione del limite.

Questo del limite era un concetto molto importante nel pensiero di Nicola. Che vuoi dire? Fra tante cose, anche questa: che un’azione non si qualifica soltanto per la sua natura, ma per la sua misura. Fare dieci è una cosa, fare venti della stessa cosa, è un’altra. Per Nicola, voler ottenere un mutamento attraverso la conquista immediata e integrale del potere, era una cosa sciocca, perché nel perseguire il potere, si snatura e sorpassa il limite: si crea una contraddizione fra ciò che si vuole, e ciò che si ha imponendolo. Sempre a proposito di limite gli piaceva raccontare questa storiella. In Cina un contadino aveva un piccolo podere.

Non c’era acqua, e lui doveva ogni giorno, con grande fatica andarla a prendere lontano, per la casa e per i campi. Un altro cinese, contadino come lui, gli dice: ma scusa, perché non fai come me? E gli fa vedere tutto un sistema di ruote, carrucole, funi, canaletti di bambù, eccetera, per estrarre l’acqua da un pozzo e farla arrivare dove serve senza rompersi la schiena. Il primo cinese guarda tutto, poi dice: non lo voglio. Perché? Perché così l’acqua diventerebbe furba. E’ una storiella tipica di Nicola. Il sospetto di una tecnologia che non tenga conto dei ritmi della natura. Lui diceva sempre che nel mondo moderno non c’è possibile salvezza se si accetta il progresso tecnico per principio, senza riserve, e si applica tutto ciò che esso può suggerire.

Non ricordo mai di averlo visto arrabbiarsi per cose che lo riguardassero personalmente. Ma per le idee sì. Per queste, era capace anche di furori: ricordo un suo intervento, in un teatro, che lasciò la gente quasi spaventata. C’erano delle cose che non sopportava. Una di queste era la stupidità, se superava un certo limite. Un’altra erano gli attacchi, gli attentati alla libertà.

Quest’uomo, che non era un liberale, amava la libertà con una passione assoluta, totale. Gli piaceva anche ripetere una frase del suo amico Caffi: Io non odio nessuno. Odio soltanto i mediocri soddisfatti. Questo spettacolo della mediocrità soddisfatta e compiaciuta, veramente lo mandava fuori dei gangheri. Un giorno ci ha quasi scandalizzato, dicendo che non si può escludere l’idea di Dio, che escluderla è un assurdo. Per noi, che la escludevamo completamente, questo fu allora un vero e proprio choc. E ricordo anche che una volta mi disse: «Dopo l’esperienza che ho fatto in Spagna, non mi è più possibile di vedere la guerra come un mezzo utile per risolvere le cose». Ma anche in quel momento era fedele al concetto del limite, perché subito dopo disse: «Io no. Forse altri possono». Rispettava gli uomini.