“Estratto da Amati enigmi” – di Clotilde Marghieri

da Amati enigmi, Firenze, Vallecchi, 1974

Jacques, è accaduta una cosa orribile: è morto Nicola Chiaromonte. Lo aspettavo da me insieme con i Rossi Doria e Annie mi telefona e mi dice: “È morto Nicola”.
Breve come è stato il tempo della nostra amicizia, sento che la sua scomparsa, quella di un essere tra i più partecipi e attenti ai problemi e ai segreti del vivere, impoverisce la mia vita senza rimedio. Possiamo sopportare colpi così duri solo perché non riusciamo a crederci.
La scomparsa di un essere caro è una realtà alla quale solo il tempo può abituarci trasformandone l’assenza in una differente presenza, riuniti l’al di qua e l’al di là in un’unica misura. Ma al raggiungimento di questo grado di coscienza che non disgiunge più il regno della vita da quello della morte si arriva solo grazie alla fedeltà del dolore e dell’amore insieme.
Lei lo sa, Nicola era un amico recente. Lo leggevo da anni ma non lo avevo mai incontrato; la nostra società letteraria non favorisce gli incontri. Lo leggevo trovandolo, spesso, troppo stringato e asciutto e sempre avevo ammirato le sue doti di onestà intellettuale; da ogni rigo traspariva la sua integrità e la sua coerenza con la propria vita: una vita di intense passioni politiche e sociali e anche di eroismi segreti. E questo ammiravo tanto, che di una vita avventurosa e coraggiosa non avesse mai fatto né un mito né tanto meno una leggenda.
Ora mi domando: perché non l’ho incontrato prima? Ma che avrebbe potuto essere, anche un incontro, nella confusione della vita di qui, nelle sue futili occasioni? La mia fortuna è stata quella di averlo incontrato sotto il cielo di Anacapri, nel gruppo dei suoi amici di una vita intera: Silone, i Garosci, i Tagliacozzo, la vedova di Camus, a lui legata da profonda amicizia. Niente rapporti mondani, ma la incantevole libertà di discorrere passeggiando per le strade dell’isola o nella casetta sua accanto alla sua carissima moglie Miriam e i suoi amici. Il futile, il conveniente e non parliamo dell’utile, non esistevano. Esisteva, per Nicola, solo l’autentico, il vero, anche se il suo estremo riserbo gl’impediva di proclamarlo.
A tal punto era schivo da ogni vanità personale, da ogni egocentrismo che incuteva persino una certa timidezza, talvolta quasi un senso di colpa; si era investiti, di fronte a lui, come da una fiamma che bruciava tutte le scorie. Capisco perché adesso, subito dopo la sua morte, sia stato chiamato un Maestro. In vita, questa parola avrebbe provocato in lui reazioni violente. Ma io lo sentii tale nella gioiosa esperienza della nostra amicizia nascente quando, in cammino lungo i sentieri odorosi di mirto in Anacapri, avvertii che quello verso cui ci eravamo avviati, era, una volta per tutte, il traguardo di una approfondita conoscenza.
Ricordo, a proposito di un colloquio sullo scrittore e la sua opera, una sua frase chi mi sorprese: “Non abbia paura, non sia timida. È così bello penetrare in un’anima”. Era un uomo che non aveva paura di pronunziare questa parola desueta.
Timida? Sì, Nicola poteva intimidire chi parlava con lui e persino creargli un senso di colpa nei confronti dell’uso sbadato, superficiale, impaziente, delle parole. Io lo chiamavo “il sasso di Matera” perché era lucano – le comuni origini ci avvicinavano – e, come tale, era scontroso, riservato, fierissimo. Poteva essere duro e conciso fino a tagliar corto in una conversazione che non fosse bene impostata o minacciasse di risolversi in chiacchiere; ma non voleva mai ferire nessuno, al massimo solo i vanesi.
Qualche volta mi adombravo, quando mi sollecitava a non prendere sul serio la letteratura, a “non farmene una malattia”, ma forse lo fraintendevo. Il vero risultato di questo suo disdegno era proprio un infinito amore per la letteratura, per quella che riflette i problemi del vivere, i problemi della storia e i rapporti tra l’uomo e il destino.
Mi accorgo di parlare di lui come di un amico di lunga data, come lo erano quelli in mezzo ai quali ho avuto la fortuna di incontrarlo. Ma l’amicizia, come l’amore, può nascere adulta e con tutte le promesse di una pienezza felice. E poi, per me, era proprio il momento giusto per incontrare un uomo come lui. Il momento della resa dei conti, quando si tirano le somme, si fanno i processi al passato e, anche se non c’è più possibilità per ricorsi o appelli, non si è disposti ad accettare monete false né a firmare assegni a vuoto. È stato un incontro importante che mi renderà i prossimi, se ancora ve ne saranno, assai più difficili.
Proprio l’altra sera, mentre lo attendevo da me, ero intenta sulle mie carte e mi torturavo per un aggettivo. Di colpo, mi sono ricordata una sua frase dell’estate passata: “Vede, è proprio quando non si sente più l’aggettivo come un ‘assoluto’ che la letteratura vera incomincia a esistere. Da noi la letteratura vera è finita da un pezzo”.
Ci ripensavo, tra me e me, e non ero del tutto d’accordo; mi ripromettevo di parlarne con lui alla prossima occasione. Non ve ne saranno più.
Sono andata, invece, a dargli l’ultimo saluto. Mi ha colpito di scoprire che, nella sua stanzetta, sul tavolo, c’era un cannocchiale. La sorella mi ha detto che gli piaceva tanto guardare le stelle.
Come somiglia, questo, al Nicola segreto, schivo di parole, che cercava nel cielo come nel profondo del cuore degli esseri cari e degli amici, una voce: quella della sola verità che ci sia dato di cogliere nel nostro passaggio terreno.


“Messaggio di saluto” – di Aldo Garosci

L’Umanità, 1983

L’intellettuale ricordato recentemente a Roma -25 gennaio 1983 A dieci anni dalla morte dell’insigne studioso di cultura anglosassone, la rivista inglese “Survey” gli ha dedicato un numero speciale. Mercoledì 19 in un albergo di Roma è stato presentato il fascicolo speciale che la rivista inglese ‘Survey’ ha dedicato recentemente a Nicola Chiaromonte. La serata è stata organizzata dalla «Fondazione Turati». Giacomo Ascheri, a nome delia Fondazione, ha brevemente illustrato la figura e l’opera dello studioso che fu lungamente legato alla cultura inglese. Il fascicolo -edito a 10 anni dalla morte- raccoglie un ritratto critico di Enzo Bettiza intitolato «Cittadino del mondo», la storia dell’amicizia tra Chiaromonte e Andrea Caffi ricostruita da Gino Bianco e una scelta degli scritti di Chiaromonte tra cui un ritratto di Silone. Il fascicolo ospita anche un ricordo scritto dallo scrittore marsicano dopo la morte del condirettore di «Tempo Presente». Alla serata ha dato il suo contributo Francois Bondy che ha ricordato la radice fondamentalmente europea della cultura di Chiaromonte e il suo essere «naturalmente» immesso nel filone più vivo ed attuale di quell’impegno critico, in politica, che lo trova accomunato a Orwell, Malraux, Boll, Camus e Silone. Paolo Milano ha ricordato anche Simone Weil e l’attenzione che in Polonia e Cecoslovacchia si è dato al pensiero politico di Chiaromonte. Milano è giunto ad affermare che questo pensiero ha anticipato «Solidarietà». Pubblichiamo inoltre il messaggio che Aldo Garosci, impossibilitato ad intervenire, ha voluto scrivere in ricordo dell’amicizia che lo legò a Chiaromonte. L’articolo di Leo Valiani è tratto dalla introduzione agli Scritti politici e civili editi da Bompiani. (Paolo Cucchiarelli)

Caro Giacomo, sono molto dolente che una ripresa della mia trombosi mi tenga lontano da Voi in quest’incontro. Avrei avuto caro di intervenire al dibattito di cui il «Turati» è parte organizzatrice, e ancora più’ di ascoltare gli autorevoli interventi in una materia d’interesse vitale per la sopravvivenza d’una vita civile sulle due sponde dell’Atlantico. Ti sarò grato se ti farai tramite di questo mio vivo rammarico, particolarmente presso quegli ospiti che ho avuto occasione di conoscere (e alcuni dei quali hanno comuni con me, in passato,

lotte avventure e pensieri).

Ma se questo in generale mi dispiace, mi dà vero dolore non essere presente alla presentazione che, in occasione del convegno, sarà fatta della sezione che «Survey»  ha dedicato alla memoria di Chiaromonte, a cui ero legato dai tempi in cui, ciascuno a nostro modo, passammo attraverso la grande scuola di « Giustizia e Libertà» e di Carlo Rosselli. Di cui tanti episodi e quasi immagini vive mi rivengono a mente dal fondo della memoria; e due episodi soprattutto avrei voluto ricordarne. Uno, la lunga discussione che avemmo, quasi per una intera giornata, quando nel 1934 si manifestò un contrasto tra chi -appunto come Nicola, Caffi e Mario Levi- pensava che il compito nostro più urgente fosse quello di approfondire anzitutto i motivi della nostra esistenza nel rinnovamento della critica della società che era come i fatti dimostrarono, sull’orlo del collasso; e chi invece come me, sentiva anzitutto il richiamo prepotente dell’azione ad ogni costo cui Rosselli chiamava. In una specie di lotta di Giacobbe con l’Angelo, che lasciò spossati, credo, i due lottatori, e in ogni caso me, che non riuscii a piegare l’Angelo, cosi’ che Nicola parve separarsi da noi. Ma non passo’ molto tempo che, assassinato Rosselli nel corso della guerra di Spagna dove Nicola era andato con la squadriglia Malraux, che ricevetti da lui una lettera bellissima, di cui ricordo soltanto la frase conclusiva, su Carlo il quale ci aveva insegnato che si deve, comunque, militare.

E, quanto alla natura di quel contrasto, esso non lasciò tra noi nulla di quell’amaro che lasciano i contrasti politici di organizzazione e di potere: non a caso Nicola aveva intitolato la colonna dei suoi commenti che pubblicava su «G.e L. » non Politica né Apolitica ma Impolitica.

E’ utile, a coloro che sanno quanto Nicola sia stato importante, nel suo apparente riserbo, nella sua opera critica di tutti i conformismi, ricordare come a quel motto scelto in un momento sia stato sempre fedele? E come sia stata profonda per lo scrittore moralista, l’esperienza del suo vario esilio (da cui, in ogni senso, non uscì mai); esilio in patria, in Francia, in America, di nuovo in Italia, nell’opera critica del costume democratico e della stupida ingiustizia, che tuttavia gli impedì sempre di essere un «utile idiota»? Nell’acuta critica del totalitarismo comunista, pure in nessun modo complice del Maccartismo? Davvero non facile «maitre a penser» per una generazione che ha smesso di pensare, egli rimase solitario. Solitario chiuso e tuttavìa affettuoso, accanto a quegli altri solitari di aspra e varia intransigenza, ma di «cuore profondo», Andrea Caffi e Ignazio Silone. Sono gli «impolitici», spesso in apparenza dimenticati, che ben più di coloro ai quali masse e organizzazioni han dato il potere e la fama, tengono saldi i principi a cui bisogna pur sempre, in un modo o nell’altro, far riferimento.

“Addio a Nicola Chiaromonte” – di Aldo Garosci

L’Umanità, 21 gennaio 1972

D’un tratto, dinanzi alla scomparsa improvvisa di Nicola Chiaromonte, ci si accorge del valore che ha una persona come persona, indipendentemente da quella che pomposamente si chiama l’opera sua. E’ vero per tutti (perché in tutti gli uomini che hanno una vita, c’è anche un’opera, in un valore e una individualità loro, irripetibili); ma per Nicola Chiaromonte era particolarmente vero; perché, di fronte alla lezione alquanto vana di quanti fanno consistere l’opera propria, o il valore proprio, non diciamo in titoli in cariche o in reali successi conseguiti, ma in un certo numero di scritti ben raccolti e compiuti, egli aveva fatta propria la convinzione di Andrea Caffi, quando erano entrambi in esilio nella Francia tra le due guerre, che c’è un valore più intenso, il quale può non tradursi in nulla di materiale, o per un intellettuale magari in conversazioni o in fasci d’appunti apparentemente slegati, e che consiste nell’essere in un certo modo, nello stare in un certo modo nel mondo, con la propria persona, che è essa stessa allora la cosa che importa.
O, per meglio dire, Chiaromonte non aveva avuto bisogno di farla propria quella lezione, perché la portava con sé prima di conoscere quel maestro per affinità elettiva. Era sua quando cominciava a parlare in Italia, a discutere in Italia nel periodo più intenso del fascismo, attorno al 1932 o ’33. La portava con sé intensa a tal punto, che quando, portato da Vindice Cavallera a contatto con «Giustizia e Libertà», incominciò a collaborare ai «Quaderni», Caffi lo riconobbe subito come uno spirito affine, uno di coloro che (anche in quella che pomposamente si diceva la «lotta» antifascista, e che consisteva per allora nel rifiuto, nella protesta, nel cercare di tessere sottili e indistruttibili legami con spiriti affini in vista di uno scopo che pareva enorme, e mostruoso, come quello di distruggere uno stato accettato passivamente da una intera società, riluttante ma .ancora non ribelle) uno di coloro che in queste condizioni non si facevano illusioni, non fingevano sulla carta realtà che ancora non c’erano, che davano la precedenza su tutto alla disperata volontà di veder chiaro, veder chiaro con rabbia, che portavano in sé; certo la precedenza, sui gesti e sui riti della politica. Non per nulla Chiaromonte s’era scelto in Italia (già prima che l’imminenza del pericolo, con l’arresto dì Vindice Cavallera, l’obbligasse a emigrare) il nome di «Sincero»; e quando, in Francia, cominciò a dare a «G.L.» la sua collaborazione con note settimanali, intitolò quella sua rubrica «Impolitica». Non certo «Apolitica», o «Antipolitica», che sarebbero stati entrambi modi inadeguati di esprimere quel che portava dentro, che sarebbero stati scambiati per inerzia; ma «impolitica»; e cioè, realtà crudamente esposta e satireggiata al di là delle convenienze della opportunità: quella stessa scontrosa reazione di fronte al solido ostacolo che gli altri cercavano di non vedere, che ha poi sempre mantenuto, fino alla fine. Nel clima un po’ semplicistico della «G.L.» di Parigi, di cospirazione ottocentesca mista a stimoli provenienti dall’attivismo gobettiano e dalla cultura crociana e a una buona dose d’attivismo libertario, quel giovane, per la diversa origine e generazione o piuttosto per l’innata originalità, portava con sé qualche cosa che testimoniava di una caduta più profonda nell’abisso totalitario, e perciò di un bisogno più profondo di ritrovare la causa e la ragione dell’agire (che fu poi quella grazie alla quale si salvarono, non tanto i giovani della «generazione fascista», quanto le ragioni di quella generazione). Era uno stimolo che portava più a fondo, mostrandone alcune inevitabili contraddizioni, lo stesso revisionismo essenzialmente attivistico di un Rosselli, che negava tutti i miti e le certezze della generazione liberale e socialista, cercando più in fondo socialismo e libertà. Per qualche mese ci fu, nella piccola organizzazione fuoruscita (e il fenomeno doveva ripetersi altre volte), una discussione accesissima, che rimetteva in discussione tutto, tutti i miti del paese, la cultura e la tradizione risorgimentale e quella rivoluzionaria, la «classe eletta» come la «massa» e mostrava a nudo quello che era parte della decadenza d’Europa. Non alla maniera apocalittica del «declino dell’occidente», ma con un richiamo umano e trascendente che il maestro in qualche modo raccordava a Piatone.
Ho detto altrove quel che, a mio parere, l’organizzazione di Rosselli trasse da quel contributo; non ho detto quanto ne dovesse necessariamente andar perduto. Ma ho spiegato come, nel corso stesso di quel processo, Rosselli e alcuni tra noi reagissero a quanto, in un così radicale sconvolgimento, sembrava mettere in causa l’organizzazione stessa. Fu cosi che Nicola, con Caffi, con altri, lasciò «G.e L.».
E ho ancora in mente i molti sforzi, i lunghi colloqui perché questo non avvenisse; ma la politica, come l’«impolitica», ha le sue leggi; ed era logico che altri reagissero a ciò che pensavano li avrebbe condotti all’inerzia, come Chiaromonte non poteva accettare ciò che pensava lo avrebbe condotto alla rinuncia critica.
In verità, poi, Chiaromonte non fu affatto condotto all’inerzia. Rinunziare, non poteva rinunziare. Non rinunziò alla «critica», anche se parve ai suoi amici strano che la trasferisse, per l’iniziativa di Tasca, dapprima sul «Nuovo Avanti». Non rinunciò alla «lotta» (che era in tanta parte rimasta simbolo); e, quando la tempesta franchista si abbattè sulla Spagna fu di quelli che, con la «squadriglia Malraux», su pochi e sconnessi aeroplani rimediati al mercato nero, una mano di uomini, tra idealisti e professionisti, cercarono di contrastare il totale dominio dell’aria che, grazie all’aviazione di Mussolini, spianava al «Tercio» la via fino ai sobborghi di Madrid. Della sua presenza in quella squadriglia è rimasta un’eco (priva, in realtà, di riferimenti alla sua reale biografia e personalità, ma forse con il ricordo della sua costante volontà di non dar nulla per scontato) nel personaggio dell’italiano «Scali», che Malraux introdusse nella vicenda del suo «Espoir». Ma cedimenti alla mistica dell’eroismo non ci furono mai; semplicemente, come ci scriveva all’indomani della morte di Rosselli: «bisogna militare». Non perché l’azione sia il primo; perché non ci si sottrae alla reale condizione umana.
Con il suo passaggio per la Spagna, più tardi il suo ingresso alla radio francese, e, dopo ancora, con la sua emigrazione, attraverso l’Africa del nord, per l’America, Chiaromonte si ritrovava, armato di una più intensa esperienza e forse di una ancora acuita capacità di intendere i moventi della vanità e delle passioni umane, nel mondo dei grandi intellettuali, nel mondo dei letterati, che fu anche il suo, come sua era la politica in senso grande. Ma senza che mai ci fossero ripiegamenti così verso la figura del letterato puro, o del puro scrittore di cose contemporanee, o del puro giornalista, come verso il facile gregge dei così detti «impegnati»; impegnati in realtà con il nome o la vanità o la conversazione nel sostenere tesi, buone o cattive, di parte. La sua presenza, con Silone, alla condirezione della rivista «Tempo Presente» (forse il modello di rivista italiana di taglio europeo, preoccupata di orientamenti morali), la scelta, per pubblicare le cose sue, di un giornale come «II Mondo» di Pannunzio, la sua polemica profonda contro le mode «brechtiane» o le antinomie alla Sartre indicano abbastanza chiaramente come Nicola fosse uno dei pochi che si sottraevano al ricatto sentimentale dei vari «impegni», dei vari «frontismi» inventati nel tempi grigi per far da alibi alle rivoluzioni non fatte e forse neppur più davvero sognate, e poi anche al ricatto della facile contestazione di questa stessa grigia «routine» senza vera speranza (ciò che era, per i letterati italiani, contestazione di se stessi). Ma saremmo disonesti se, scrivendo su un giornale politico e di partito, tacessimo quella che era, verso la politica di noi che ancora rimaniamo nei ranghi, il compatimento e talvolta la stizza e l’indignazione di Nicola Chiaromonte. Continuava la sua linea che era l’«impolitica». Impavido, anche se solo. Impavido e amaro, ma assieme sorridente di questa sua stessa amarezza.
Ci lascia, come testimonianza e traccia di questi suoi modi di essere, più che come piena rappresentazione di essi, oltre l’edizione d’alcune opere del suo caro Andrea Caffi, due libri «soltanto». «La situazione teatrale» raccoglie la sua esperienza sì del teatro, ma anche di qualcosa di più, del modo di essere in scena, di rappresentare se stesse, per esempio, di due società così diverse e dalle quali entrambe era stato profondamente segnato, l’italiana e la francese.
«Credere e non credere» è una polemica contro la storia, o piuttosto contro la lezione della storia interpretata come comando e fede. E’ un libro appassionato, che parte dalla rilettura di Martin du Gard e dalla prima guerra mondiale (credo, in questo, fosse segnato piuttosto il ricordo della crisi del suo maestro Caffi che della sua propria), ma poi riscopre fondamentalmente le tesi tolstoiane e alla loro luce irraggia i sentimenti di autori contemporanei, così diversi, come Malraux e Pasternak. E in verità, tanta è la sua adesione appassionata a questo .spettacolo della irrazionalità della storia, in cui è vano sperare di immettere, a guida, il povero senno umano, che la conclusione rimase sospesa, appunto, tra il «credere» e il «non credere». Sempre da scegliere il secondo, contro l’illusione mitica di una sapienza profetica, anche non grossolana, che anima chi pretende d’avere o trovare la chiave della storia; ma sempre tiene in riserva il credere, contro chi credesse di potersene ritrarre.
Quando pubblicò questo suo libro, un amico, Enzo Tagliacozzo, gli scrisse scherzosamente che aveva richiamato in vita l’antico fato: e qualcosa dell’antica Grecia o forse dalla Lucania antichissima agli amici era parso sempre di ritrovare in lui, e «La Peste in Atene» intitolò Carlo Levi un suo ritratto del 1933. Ma la verità è che il carico di passione della contraddizione, il dolore e la capacità di dominarlo, la volontà di non rinunciare né a contemplare il grandioso spettacolo del destino umano, né a trovarlo insensato si esprimono in qualche modo in questo suo libro come si esprimevano in ogni cosa che scrivesse, o dicesse. Ma senza pienamente esaurire la forza di lui, Chiaromonte. Perché, appunto, in lui l’opera era l’uomo. E l’uomo era parte di un cosmo, di un fato che veniva anche da fuori. L’unica breve frase che pronunziò, nel suo ultimo malore, riprendendo un istante i sensi, fu «che cosa succede?». Ancora una volta, la morte colpiva dal di fuori, il destino scendeva dall’esterno.
Per questo è più cocente il dolore della sua scomparsa. Sappiamo che la sua forza, come tutto ciò che accade nel mondo, sparisce insieme con lui, e assieme ci resta. Ma è meno riducibile all’esterno, all’oggetto, al libro-ricordo, meno facile a riinserire nella «vita che continua». E a chi ebbe l’occasione di essergli, in più rnomenti episodici ma essenziali, vicino, c’è lo struggimento di .vedere andarsene con lui, in «tempo perduto» un poco di quella realtà che stava sotto alla sua meditazione di uomo e che in qualche modo ci teneva, anche così staccati nelle cpnsuetudini, legati: l’immagine di una sera parigina, al Parc Monsouris, una di quelle sere estive che nel nord sembrano non terminare mai, quando nell’aria si innalzano i primi fuochi artificiali del «quatorze juillet», e Carlo scrive su una tovaglia i versi che terminano «citoyens innocents de la République»; l’immagine di uno «studio» di pittore, ove egli quietamente conversa, mentre nell’appartamento accanto una signora tosse, tosse; l’immagine d’un tumultuoso passaggio per la Francia meridionale, invasa dai profughi», o dello stupore di fronte all’assurdo diverso dal nostro, dell’America degli anni quaranta e infine l’immagine di un uomo tornato quasi giovane, come quando l’intravvidi a Anacapri da un piccolo autobus, smagrito nella sua camiciola estiva.
Nessuno preserverà questo suo passato che, ora che è lui scomparso, morrà con noi, come tutte le cose umane. Nessuna fata, nessuna «madeleine» intinta nel tempo può resuscitarlo come il mitico combray Proustiano. Il tempo «perduto» è davvero perduto. Chissà se di esso qualche linea sarà indovinata da quanti, dopo di noi, si rivolgeranno alla passione e alla ragione testimoniati da quanto ci resta di.Nicola Chiaromonte per risentirne il caldo soffio, la presenza inevitabile.

“Appello alla ragione in piazza e sulla scena. Anticonformismo e intransigenza di Nicola Chiaromonte” – di Arturo Colombo

Corriere della Sera, 4 giugno 1976

Nicola Chiaromonte resta ancora un italiano da scoprire, una di quelle figure -sempre più rare- di intellettuali intransigenti e severi, che si sono rifiutati di piegarsi alle facili (ma equivoche) lusinghe delle «mode», convinti che il dovere dell’uomo di cultura sia quello di fuggire; a tutti i costi, il pericolo di ripetere, come diceva Julien Benda, il tradimento dei chierici.

Chiaromonte è morto da quattro anni; ma adesso un contributo certamente decisivo a favore di quest’opera di necessaria valorizzazione del suo forte talento e del suo impegno di scrittore lo offre l’iniziativa di pubblicare col titolo «Scritti politici e civili» (Bompiani, pp. 343, L. 6000) la raccolta delle pagine più caratteristiche, che segnano il suo itinerario, dalla giovanile adesione al gruppo di «Giustizia e libertà» fino agli interventi, lucidi e penetranti, su «Tempo presente», la rivista da lui fondata insieme a Ignazio Silone.

Sono tre i motivi di fondo, che emergono e legano insieme questi saggi, dove domina «un’intransigenza estrema» e una fedeltà costante ai «valori dello spirito», che Leo Valiani mette bene in luce nelle pagine introduttive, tracciando un vivido profilo di Chiaromonte e del suo coraggio nei momenti duri della lotta (nel 1934, non ancora trentenne, aveva dovuto fuggire in Francia, nel ’36 era stato in Spagna a combattere, «dalla parte della repubblica», nella squadriglia aerea comandata da Andre Malraux, poi era andato in Algerla e in Marocco nel periodo terribile della guerra). Primo: il fascismo aveva trovato subito nel giovanissimo Chiaromonte un avversario irriducibile, che del regime non respingeva soltanto gli obbiettivi politici ma, soprattutto, non poteva sopportare «l’asfissiante demagogia», la «morale bassezza», e quella «imposizione d’una idolatria oscena» destinata a metter capo allo stato tirannico e totalitario, in completa antitesi con la tradizione di difesa e garanzia dei diritti del cittadino, di cui il risorgimento e il sistema liberal-parlamentare avevano dato esempi concreti.

Vitalità

Da qui il suo richiamo all’antifascismo eroico e protestante di Gobetti e la sua adesione a quel movimento internazionale libertario che trovava un simbolico punto di confluenza nelle proposte del socialismo liberale di Carlo Rosselli. Da qui la sua collaborazione, insieme a uomini come Salvemini o Lussu, Salvatorelli o Trentin, Foa o Ginzburg, ai famosi «quaderni», che Rosselli stampava clandestinamente all’insegna dell’imperativo «insorgere per risorgere», come diceva il motto perentorio di «Giustizia e libertà».

Secondo: se il rifiuto della violenza era stato il motivo dominante della battaglia civile o culturale di Chiaromonte «la morte si chiama fascismo» dirà nel ’35 in un saggio acutissimo, dove vibrava l’eco del «non mollare di Salvemini», le successive polemiche che avrà coi comunisti, specie durante il periodo della «guerra fredda», trovano nella implacabile denuncia dello stalinismo e dei suoi orrori un punto di riferimento, tanto più impavido e appassionato, appena si considera che Chiaromonte è sempre rimasto fedele alla linea laica e progressista di quella sinistra democratica, di cui sono stati coerenti portavoci «II Mondo» di Pannunzio. e «L’Espresso» di Benedetti.

Del resto, il lungo soggiorno americano, durante e dopo gli anni del conflitto, gli aveva messo addosso una singolare dote di anticonformismo, che rimane tutt’oggi uno dei segreti della vitalità della sua lezione di intellettuale di razza, che non si lascia incantare né sedurre dalle false ricette dei manichei di qualunque colore; anzi, dalla drastica condanna di tutte «le rivolte prive di senso e le rivendicazioni idiote» (a cominciare dal maccartismo) trae spunto per un costante appello alla ragione, tipico di un neo-illuminista quale fu Chiaromonte fino all’ultimo giorno (e infatti, ogniqualvolta si accorgeva di quanto fosse rischioso perdere l’indipendenza e l’autonomia individuale nel grigiore del qualunquismo inerte, si affrettava a respingere gli ingranaggi alienanti di qualunque potere illiberale, e a ripetere contro le gelide prospettive del sonno della ragione che «dalla caverna non si esce in massa, ma solo uno per uno»: come a dire che per salvarci, gli spazi di libertà dobbiamo conquistarceli da soli, senza attese messianiche né miraggi di palingenesi).

Diritto al dubbio

Terzo: l’abitudine, anzi la forma mentis di parlare chiaro, specie in un paese come il nostro dove si preferiscono le parole sfumate e le perifrasi ammiccanti, può dare l’impressione che Chiaromonte fosse un personaggio difficile, o addirittura scomodo. E invece, malgrado l’estremo riserbo del suo temperamento sensibilissimo, proprio l’esperienza internazionale gli aveva dato un’apertura e una «coscienza europea» che mantengono attuali i tanti richiami dei suoi scritti etico-politici, e che si avvertono anche nella specifica attività di Chiaromonte come critico militante.

Non intendo -è ovvio- arrogarmi competenze che sono dell’amico Roberto De Monticelli. Ma anche un profano, a leggere le pagine di un altro libro di Chiaromonte, appena uscito col titolo «Scritti sul teatro» (Einaudi, pp. 293, L. 8000) si accorge che i motivi della polemica contro i piccoli orizzonti nazionalistici e autarchici non mancano di fare da sfondo anche a quella che per un ventennio (dal 1953 al ’68 sul «Mondo», e poi su «L’Espresso») è stata la sua costante «fatica» di critico drammatico, di cui Mary McCarthy ci lascia una bella immagine nel saggio introduttivo.

Che affronti Cecov. Ibsen o Pirandello (sottolineando «il mirabile gioco» fra personaggi e attori, anzi fra «personaggi-fantasmi e attori-realtà», oppure faccia l’elogio di Beckett e di lonesco, o denunci le «contraddizioni grossolane» di Brecht, si sente che Chiaromonte non sopporta né gli artifici gratuiti né gli istrionismi ambigui o pseudo-stravaganti: che esistono in teatro, ma che deturpano anche la scena del nostro vivere quotidiano…

E questa lezione di coerenza e di stile riflette il suo ideale serio e severo dell’intellettuale, che non si chiude nel guscio del proprio egoismo e neppure ap-plaude a! padrone di turno, ma rivendica ogni volta -come Nicola Chiaromonte ha sempre saputo fare- «il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle menzogne inutili».

“Si era sempre più distaccato dalla politica…” – di Gino Bianco

Si era sempre più distaccato dalla politica, ma non cessava -per usare un’espressione di Thomas Mann- di guardarla negli occhi. Nel novembre del 1970 in una lettera scriveva: “Qui la situazione politica … beh, inutile insistere: la disgregazione continua, e continuerà chissà per quanto … Io cerco di non pensare alle cose italiane altro che la mattina, leggendo i giornali. Ma del resto, le cose del mondo non vanno molto meglio. Solo che l’Italia è ridiventata il “bordello” dantesco (ma quanto meno vivo e ricco di caratteri)”.

“La lezione di Chiaromonte – Cittadino del mondo” di Enzo Bettiza

Corriere della Sera, martedì 8 febbraio 1972
(Una versione estesa di questo contributo in ENZO BETTIZA, Chiaromonte: Citizen of the world, in «Survey», vol. 26, n. 2 (115), spring 1982, p. 2-7)

«Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Parlavamo per serate intere di Tolstoj e di Dostojevskij, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita in molte cose».
Questa confessione quasi di umiltà è stata pronunciata da una delle donne più note del mondo, la scrittrice Mary McCarthy; «lui» era un esule italiano serio e retto, Nicola Chiaromonte, la cui notorietà in patria era nulla e tale più o meno doveva restare, per il grosso pubblico, fino alla morte avvenuta poche settimane fa; i «tutti», ai quali fa riferimento la McCarthy, rappresentavano il meglio di una certa intelligencija radicale americana, da Edmund Wilson a Dwight McDonald, raccolta, sulla metà degli anni quaranta, intorno a riviste di punta come politics (con la «p» minuscola), Partisan Review, The Nation. L’ambiente, culturalmente sofisticato e moralmente rigoroso, non era certo facile. Nicola Chiaromonte (già partecipe dell’antifascismo parigino dei Rosselli e dei Caffi, già aviatore nella squadriglia di Malraux in Spagna, già intimo di Camus in Algeria) era allora appena quarantenne: per esservi riconosciuto come un « maestro » bisognava possedere delle qualità davvero eccezionali.
Chiaromonte le possedeva e qui, forse, era anche un inconveniente per la sua scrupolosissima personalità d’intellettuale. La sua cultura emancipata ed europea, il suo rigore personale, la sua intransigenza nell’impegno politico, la sua ripulsa di ciò che chiamava «il gesuitismo moderno» e «le menzogne utili», la stessa sua capacità di scrivere direttamente in inglese e in francese, lo avevano attrezzato a partecipare da protagonista alla vita delle idee in società evolute e severe. Ma le stesse qualità cristalline della sua natura di uomo e di pensatore, che gli consentivano d’inserirsi con naturalezza negli ambienti culturali di Parigi o di Nuova York, dovevano invece estraniarlo in Italia da gran parte della cultura militante che egli, inutile nasconderlo, disprezzava dal profondo del suo essere. Del resto, dopo la fine della guerra, aveva rimandato a lungo il momento del rientro definitivo dall’esilio antifascista. E’ che aveva intuito benissimo, fino ad allora, il destino di solitudine che lo aspettava in una Roma distraente e distratta, superficiale, cortigiana, ancora seicentesca, ecletticamente esposta a tutte le mode di ritardo. «L’Italia odierna», ammetteva, «immeschinisce».
Una volta mi confidò che, dopo la guerra, aveva rinviato così a lungo il ritorno perché indeciso se vivere la seconda parte della sua vita da intellettuale italiano oppure francese o, addirittura, americano. Era, come il suo amico Andrea Caffi, un cittadino del mondo, un poliglotta dello spirito oltreché delle lingue. Ma con una differenza di fondo. Mentre Caffi congiungeva al mondo una sua certa levità bizzarra, l’estro di una certa verve imponderabile, mezza veneta e mezza russa, Chiaromonte, che era lucano, metteva una scontentezza indocile e come ferita. L’Italia attuale, con le sue volgarità e il suo dilettantismo ideologico, non era tagliata sulla misura austera di questo scontroso figlio del sud, di fondo libertario e utopico, balzato dalla città solare di Campanella alla fenomenologia di Husserl ignorando Croce e polemizzando con le storiosofie secondo Hegel e secondo Marx.
Anche se la McCarthy asserisce che tanti anni fa sorrideva, io non ricordo d’averlo visto sorridere mai. Direi anzi che perfino nell’aspetto esteriore di Chiaromonte s’era accentuato, col passare del tempo, in una maniera quasi simbolica, un atteggiamento di ripudio e di chiusura verso la società fatua che lo circondava. Il colore degli abiti ormai tendeva all’essenziale, al grigio scuro o al nero. Il taglio dei capelli, perfino il volto, concentrato, assorto, tendevano anch’essi ad una essenzialità monacale. Sul fondo di queste tonalità mortificate e spente risaltavano, stranamente rotondi, esatti, due occhi scuri, come mineralizzati sotto lo spessore ondulato delle lenti. Retoricamente si potrebbe dire che in quello sguardo bruciava la stessa fiamma che arde nei suoi scritti, in cui uno stile personalissimo, vetroso e trasparente, da saggista anglosassone, costruito quasi più sulla punteggiatura che sulla parola, raggela e riordina continuamente il contenuto di un pensiero che nasce da una biografia passionale.
La prima passione di Chiaromonte fu l’azione politica, che lo vide impegnato fra le due guerre in Francia e poi, soprattutto, in Spagna durante la guerra civile. Ma la sua ultima e più grande passione fu la meditazione sull’azione politica e, in senso lato, sul significato della storia. In questo, egli partecipò della temperie dei maggiori intellettuali d’azione del suo tempo, da Malraux a Koestler. Purtroppo, non scrisse molto, fors’anche per la sua profonda sfiducia filosofica nelle costruzioni del pensiero sistematico. Ma quel poco che ha lasciato è così denso e concentrato, così profondamente provocato da tutta una vita dedicata al mistero dell’azione umana nella storia, da lasciare abbagliati: Chiaromonte è forse l’unico intellettuale italiano che abbia tentato di dare una dignità speculativa, in sede saggistica, alle esperienze d’azione che hanno coinvolto l’élite antifascista europea negli anni trenta e quaranta.
Non furono molti ad accorgersi ch’era una esperienza di storia esistenziale e diretta quella che lievitava sotto i saggi letterari dedicati da Nicola Chiaromonte, intorno al 1956, nella rivista Tempo presente che dirigeva insieme con Silone, a Guerra e pace di Tolstoj e ai Thibault di Roger Martin du Gard. Innanzitutto era così desueto, per la tradizione critica italiana, l’approccio: l’interesse saggistico di Chiaromonte s’appuntava, in Guerra e pace proprio su quelle pagine di riflessione storica sulle campagne napoleoniche che per la nostra estetica formalista, di derivazione crociana, non hanno peso «artistico» e sono superflue a petto dei turbamenti poetici di Natasha. In verità Chiaromonte consumava una doppia rottura. Da un lato si sottraeva alla morsa della critica estetica; dall’altro, andando oltre e simpatizzando per le interpretazioni di Tolstoj, negava anche il metro del giudizio storicistico. Nella sostanza, Chiaromonte rifiutava la validità delle ricostruzioni storicistiche a priori e a posteriori, siano esse di derivazione idealistica hegeliana o materialistica marxiana.
In quella sua visione esistenzialistica e pessimistica Chiaromonte analizzava, attraverso le esperienze del grande romanzo europeo, l’assenza intimamente ambigua di ciò che chiamiamo «storia», «fatto storico», «sviluppo storico», e centrava l’attenzione sull’evento e sul rapporto assurdo e drammatico dell’uomo con l’evento: metteva a fuoco cioè quella catena di frammenti impalpabili che, frantumandosi all’infinito, sembrano dissolvere la Storia maiuscola nell’assurdo, piuttosto che ricomporla nell’ordine di un’Idea o di una Ragione superiore.
Un simile rifiuto della religione della storia, quale è venuta formandosi nella coscienza europea da Napoleone in poi, non poteva fare di Chiaromonte altro che un isolato in seno alla società culturale italiana che quando non è crociana è marxista, quando non è marxista è cattolica, e quindi in tutte le sue varianti lascia pochissimo spazio a una meditazione che rigetta ogni forma di finalismo o di fatalismo della necessità.
E’ sintomatico che Chiaromonte abbia voluto raccogliere le sue riflessioni (in un volume uscito l’anno scorso da Bompiani) sotto il titolo perentorio: Credere e non credere. Alla fede in una giustizia finale della miriade di eventi convogliati disordinatamente nel grande fiume della storia, fiume che s’intravede solo nei sistemi filosofici o nei catechismi ideologici, Chiaromonte ha preferito l’azzardo dell’evento in atto; l’incidente, benché assurdo, resta almeno in parte ancora controllabile dalla ragione umana. Un umanesimo ridotto, lucido, stoico nella coscienza del limite, allergico ai rinvii perenni alla Grande Storia di domani, è la lezione di libertà che Chiaromonte ci lascia dopo una vita spesa con coraggio nella cronaca europea degli ultimi quarant’anni.